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Ritardi, conti in rosso, stipendi a rate: il dramma delle pmi in uno studio della Cgia di Mestre

marzo 4, 2013 Chiara Rizzo

Per il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi «una pmi su due è costretta a rateizzare le retribuzioni dei collaboratori». Nel 2012 le insolvenze delle aziende sono schizzate a 95 miliardi di euro

«Siamo almeno ad una piccola impresa su due costretta a rateizzare le retribuzioni ai propri collaboratori»: è questo il richiamo lanciato da Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre autrice dello studio sul conto che stanno pagando le piccole e medie imprese italiane alla crisi. Un disagio che culmina spesso nell’aumento dei protesti alle aziende stesse, che spesso non riescono a onorare cambiali e assegni.

CONTI IN ROSSO. Nell’ultimo studio della Cgia di Mestre si evince infatti la difficoltà delle imprese di pagare titoli di credito (aumentano del 13 per cento i titoli, come appunto assegni, vaglia, cambiali) rimasti scoperti nel 2012. Le sofferenze bancarie in capo alle aziende hanno registrato un’impennata brusca, salendo di oltre il 165 per cento, e alla fine dello scorso anno le insolvenze complessive delle pmi italiane è ammontato a più di 95 miliardi di euro.
Secondo l’ufficio studi tutti questi dati sono la dimostrazione che l’aumento dei protesti bancari, insieme al calo del fatturato, ma anche al blocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, stanno mandando in rosso molti imprenditori, non consentendo loro di restituire  nemmeno i prestiti ottenuti dalle banche.
«Il disagio economico in cui versano le piccole imprese – aggiunge Bortolussi – è noto a tutti, con risvolti molto preoccupanti soprattutto per i dipendenti di queste realtà aziendali che faticano, quando va bene, a ricevere lo stipendio con regolarità. Purtroppo però sono aumentate a vista d’occhio le aziende che da qualche mese stanno dilazionando il pagamento degli stipendi a causa della poca liquidità».
Per quanto riguarda il dramma delle aziende protestate, numericamente si tratta di 67mila imprese. Le regioni più colpite sono state l’Umbria (+46,4 per cento), l’Abruzzo (+34 per cento) e la Sardegna (+32 per cento). Ma, al di là della variazione percentuale, e proseguendo purtroppo un andamento negativo da tempo, numericamente la maggior parte delle aziende protestate è al Sud (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia), dove nel terzo trimestre si è arrivati a 24 mila unità. Nella sola Lombardia, sempre nel terzo trimestre 2012, le aziende sono state invece 10.611.

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