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Reportage da Rotterdam, la città dove il multiculturalismo ha fallito

aprile 5, 2017 Rodolfo Casadei

«Il multiculturalismo si riduce alla segregazione comunitaria, e la presenza massiccia dell’islam ha avuto un effetto negativo sulla città». Dal nostro inviato

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DAL NOSTRO INVIATO A ROTTERDAM (OLANDA). Sui tanti cartelli stradali blu o turistici grigio piombo non la trovate, e nemmeno nelle piantine della città. Bisogna prendere la linea della metropolitana per il sud, per Feijenoord, e scendere alla fermata di Rijnhaven, una delle tante darsene lungo l’estuario della Nuova Mosa. Si attraversa la strada all’altezza del supermercato Jumbo e ci si butta a sinistra, lungo l’ampio marciapiede che procede all’ombra cementizia della sopraelevata che conduce al ponte Erasmo. Afrikaanderwyk comincia subito dopo il semaforo preceduto da un cartello rosso e nero con sagome di ragazze in posizioni inequivocabili che indica di voltare a sinistra per chi vuole recarsi a Climax, una nota casa di tolleranza (“laboratorio erotico”, recita il cartello). Ignorate l’invito e tirate dritto, e vi troverete dopo pochi metri nella zona di Rotterdam a più alta concentrazione di immigrati, più alti tassi di disoccupazione, criminalità, assegni sociali e mancata conoscenza della lingua olandese. Quattro-cinque fermate di metropolitana dalla Rotterdam degli exploit architettonici di Piet Blom e Will Alsop, dai loro palazzi matita, dalle case gialle a forma di dado inclinate a 45 gradi, dalla gigantesca volta del Markthal che ospita stand e ristoranti di 30 cucine internazionali diverse, decorata di pitture di frutte e verdure grandi come gli appartamenti collocati sui versanti esterni, dai palazzi Calypso con le loro superfici sfalsate e le finestre trapezoidali una diversa dall’altra, dalla calvinista Pauluskerk poliedro a facce triangolari ricoperte di rame che un’amica giustamente definisce “la chiesa dei Pokemon”. Rotterdam fu rasa al suolo dai bombardieri del Terzo Reich il 14 maggio 1940, e i superstiti hanno deciso di non ricostruire come prima quasi nulla (solo la Laurenskerk o Grote Kerk, la cattedrale calvinista ricostruita nel suo gotico austero), e di sbizzarrirsi con audaci e stravaganti esperimenti architettonici. Delizia per i turisti trendy, e per gente dalla tasche molto profonde.

A Feijenoord, la sponda sud della Nuova Mosa, le case costano mediamente 40 mila euro meno che nel resto di Rotterdam (183 mila contro 222 mila), e tuttavia il tasso di proprietà arriva solo al 19 per cento, contro il 33 per cento di Rotterdam. Ad Afrikaanderwyk, che è l’area più povera del già popolare quartiere di Feijenoord, probabilmente i valori vanno dimezzati. Le case sono monotoni parallelepipedi di variabile lunghezza, coi mattoni a vista e le finestre con la cornicina bianca senza scuri o tapparelle. Nonostante il nome che richiama l’Africa dovrebbe essere il regno dei turchi e dei marocchini (che insieme sono il 15 per cento dei 600 mila abitanti di Rotterdam), ma a dirla tutta sembra piuttosto il quartiere di una città turca invaso da immigrati di tutte le nazionalità. Lungo l’arteria principale di Doordtselaan si succedono pasticcerie, ristoranti e negozi di bigiotteria dai nomi tipicamente turchi come Sultan, Baskent, Istanbul, Beyoglu, ma frammezzati di centri estetici caraibici che vendono anche generi alimentari tropicali, minimarket polacchi con la bandiera bianca e rossa fuori, agenzie di viaggio del Suriname, uffici di affari legali specializzati in diritto del lavoro (malattia, congedo, assegni sociali, c’è scritto fuori) per chi parla arabo, bulgaro e spagnolo. Non si vedono moschee, solo una Safialishah Sufi house, cioè un centro di meditazione ismailita. All’angolo della via un negozio con l’insegna Botanica el Gran Poder mostra in vetrina statuine sacre. Ci sono tutte le religioni non iconoclaste: crocifissi, arcangeli e Madonnine col bambino in braccio, Buddha ridenti e il podio intarsiato di cauri (conchiglie) delle divinità del Vudù, gli orixa: Orula, Ogun, Chango, Obtal, Yemaya, Eiegua, Ochun, i sette poteri africani. Ci sono anche i sexy shop con la loro mercanzia in vetrina e i coffee shop con la fogliolina di cannabis: quasi introvabili nella parte moderna e rinnovata di Rotterdam, sono emigrati qua, ai confini del degrado.

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«Rotterdam è il più grande porto d’Europa, il modo in cui è risorta dalle rovine della Seconda Guerra mondiale ne fa una capitale della resilienza umana, ma la cosa non si discute: non siamo un esperimento multiculturale di successo, siamo un fallimento. Il multiculturalismo si riduce alla segregazione comunitaria, e la presenza massiccia dell’islam ha avuto un effetto negativo sulla città. Gli immigrati meno integrati dal punto di vista linguistico, del livello di educazione, del tasso di occupazione, dell’accettazione dei valori moderni della società olandese si trovano fra i musulmani». Tanya Hoogwerf è consigliere comunale per Leefbaar Rotterdam, cioè “Rotterdam Vivibile”, lista civica erede della lista Pim Fortuyn, l’uomo politico olandese assassinato nel 2002 da un esaltato dell’estrema sinistra ambientalista a motivo delle sue posizioni molto critiche sui fenomeni dell’immigrazione e dell’islamizzazione. Mi riceve nell’ufficio del suo gruppo consiliare dentro al grande palazzo municipale con la statua di Ugo Grozio all’ingresso. Il partito ha governato direttamente la città nel periodo 2002-2006, e anche oggi con un sindaco di provenienza laburista come Ahmed Aboutaleb (olandese di origine marocchina, che ha declinato la richiesta di un’intervista con Tempi) detiene alcuni portafogli, fra cui quello della sicurezza con Tanya Hoogwerf.

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Il sistema amministrativo olandese non è come quello italiano: il consiglio comunale eletto sceglie il sindaco fra una terna di nomi proposti da quello che in Italia è il prefetto. Le giunte sono di larga coalizione e normalmente riuniscono tutti i partiti più votati, anche se ideologicamente lontani. Gli eredi di Pim Fortuyn hanno 14 consiglieri su 45. Tanya Hoogwerf, che è stata anche candidata alle recenti elezioni politiche col partito Vnl (“Per l’Olanda”, un partito «della destra liberale legge e ordine, a metà strada fra il Pvv di Wilders e il Vvd di Rutte», lo definisce lei, partito che non ha conquistato seggi), sventola due rapporti commissionati dal municipio di Rotterdam all’università Erasmo e a un ufficio comunale chiamato Panel degli Esperti.

Trattano delle molestie sessuali per strada. Risulta da essi che l’80 percento delle donne di Rotterdam hanno subito qualche forma di molestia per strada, e che il 40 per cento di esse si sono sentite minacciate da quella molestia. Per quanto riguarda i perpetratori delle molestie, il secondo rapporto, quello degli Esperti, interpellando 15 mila donne ha scoperto che a loro dire nel 74 per cento dei casi i molestatori erano marocchini, nel 24 per cento turchi, nel 17 per cento antillani e nel 5 per cento olandesi (il totale supera 100 perché in vari casi si trattava di molestie di gruppo). Tanya è contenta di aver messo in imbarazzo i fautori del politicamente corretto con la seconda parte della sua indagine, ma il dato che la scandalizza è un altro: «Il 90 per ceno delle donne dichiara di aver cambiato il proprio modo di comportarsi a causa delle molestie: escono di meno, si vestono diversamente da come amerebbero, non incrociano gli sguardi delle persone, aggirano certi luoghi. Questa gente ci impedisce di vivere nel modo che preferiamo!».

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Di giorno assembramenti pericolosi e tipi dall’aria sospetta non si notano nemmeno ad Afrikaanderwyk. Il pericolo arriva, com’è intuibile, con la notte. Ieri tutti i principali quotidiani olandesi riportavano in prima pagina la notizia di una coppia di giovani gay, 34 e 31 anni, assalita e malmenata nella notte fra sabato e domenica ad Arnhem, cittadina dell’interno, da una banda di sei giovani marocchini, 20 anni il più grande e unico maggiorenne del gruppo, 14 il più piccolo. Uno dei due ha avuto quattro denti distrutti e un labbro spaccato con una cesoia. Jaspers e Ronnie (questi i loro nomi) hanno usufruito della solidarietà dell’intera Olanda, migliaia di uomini non omosessuali si sono fatti fotografare mentre camminavano mano nella mano (il gesto che avrebbe scatenato prima gli insulti e poi la violenza ad Arnhem). Il leader e il vice leader di D66, un partito liberal-radicale che entrerà quasi sicuramente a fare parte della nuova compagine di governo, sono usciti dalla sala dei negoziati per il nuovo esecutivo tenendosi mano nella mano in favore di fotografi.

Più fortunato per quanto riguarda l’integrità fisica (almeno per ora) ma molto più sfortunato in materia di solidarietà è stato invece Turan Yazir, consigliere comunale a Rotterdam per il Cda, l’Appello cristiano democratico, un partito di centrodestra. Yazir, che è di origine turca, è entrato nel mirino delle autorità di Ankara e di molti gruppi politicizzati di immigrati turchi perché accusato di esser vicino ai golpisti del luglio 2016, essendo affiliato al movimento di Fetullah Gülen. Più recentemente, un giornale turco pro-regime ha pubblicato una foto dove Yazir appariva vicino a Geert Wilders, e lo ha accusato diffamatoriamente di essere un sostenitore dell’estremista populista olandese e di avere addirittura finanziato il suo partito. Da quel momento le minacce e le intimidazioni contro Yazir e la sua famiglia sono esplose, e l’uomo politico ha deciso di dimettersi dal consiglio comunale e ritirarsi, almeno per il momento, a vita privata. Ha declinato anche la nostra richiesta di intervista.

Ebbene, l’unico gesto di sostegno verso Yazir Turan è stato il voto di una mozione di solidarietà all’interno del consiglio comunale, che ha del resto preso atto delle sue dimissioni, senza chiedergli di ritirarle. «In Olanda le persone che rischiano la loro incolumità per le loro posizioni critiche sui temi dell’immigrazione e dell’islam, compresi i musulmani non allineati, non suscitano particolari simpatie; guardate il caso di Ayan Hirsi Ali, e i casi di Pim Fortuyn e Theo Van Gogh prima che fossero uccisi. Chi non si conforma al politicamente corretto suscita imbarazzo od ostilità». Chi parla così è Wierd Duk, editorialista di Algemeen Dagblad, il quotidiano più letto d’Olanda. Specialista di questioni tedesche e russe, da qualche anno Duk si è riconvertito in osservatore della società e della politica olandese con molto successo: è una presenza ubiqua nei talk-show televisivi. «Il politicamente corretto in difesa degli immigrati e dell’islam nasce dal senso di colpa per il colonialismo, il razzismo, lo sfruttamento economico. Ma non posso più accettare questa narrazione: è in corso da anni un processo di radicalizzazione dell’islam che non ha niente a che fare col colonialismo. Ed è un dato di fatto che una parte dei nuovi immigrati e dei figli dei vecchi immigrati non vogliono integrarsi, e non vogliono integrarsi soprattutto in nome di una diversità religiosa. Per gli olandesi questo è qualcosa di stupefacente che li lascia senza parole: sono convinti di vivere nel paese migliore del mondo, il più sviluppato sotto tutti i punti di vista, una democrazia pienamente realizzata e funzionante, tollerante e aperta a tutti. Non riescono a capire come si possa non desiderare di essere come noi. Continuano a credere che prima o poi i nuovi immigrati e i loro figli accetteranno di integrarsi, come si sono integrati molucchesi, indonesiani e surinamesi nei decenni passati. E contro quelli come me lanciano accuse infamanti: “fascista, razzista, servo di Wilders!”. Ma io alle elezioni ho votato per i democristiani del Cda, non ho niente a che fare con la destra radicale e con Wilders! Io difendo la tradizione olandese della libertà di parola e di critica, quella libertà che politici, grande stampa e università cercano di portarci via, qui in Olanda come negli Stati Uniti».

Foto di Rodolfo Casadei

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