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Regione vs Bindi

maggio 5, 1999 Zottarelli Maurizio

Presidenti di regioni uliviste e poliste, associazioni di categoria
e sindacati in rivolta contro la riforma sanitaria (che statalizza
la medicina e nega la libertà di cura ai cittadini). La ministra del Ppi esibisce i muscoli, ma forse non sa che Formigoni (Lombardia-Polo), Chiti (Toscana-Ulivo) e D’Alema…

“Non ci siamo. Questo è un centralismo che rifiutiamo. Non si può parlare di federalismo e poi equivocare sulla sanità perciò chiediamo al governo di chiarire i rapporti istituzionali complessivi tra Stato e Regioni”. Vannino Chiti, presidente diessino della Regione Toscana, pur con toni diplomatici, sintetizza la tensione con cui le regioni hanno accolto i decreti delegati della Bindi che di fatto le espropriano dei poteri, anche legislativi, che la Costituzione attribuisce loro in materia di sanità (art. 117).

Regioni e sindacati al contrattacco Alla testa della rivolta si è posto Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, la prima regione ad avere varato una legge regionale che permette l’accreditamento al sistema sanitario pubblico anche alle strutture sanitarie private: “Ho chiesto, insieme a tutti gli altri presidenti di regioni – ha annunciato lunedì scorso Formigoni – una seduta straordinaria della Conferenza Stato-Regioni esclusivamente dedicata alla sanità con la presenza del presidente del Consiglio Massimo D’Alema e abbiamo chiesto che questo incontro avvenga entro il 6 maggio”. I punti che Formigoni contesta alla riforma sono tre: “Un centralismo che ci riporta indietro di dieci anni, nessun accenno alla riforma del ministero della sanità, principale responsabile di questa gestione fallimentare, e l’ingerenza nell’organizzazione di modelli e servizi che non è compito ministeriale e tende a imporre un modello unico senza considerare che le regioni in questi anni si sono orientate su modelli diversi funzionali alle loro realtà”. A loro volta le associazioni di categoria denunciano la fine della professione medica: “Questo è il punto – spiega Aldo Pagni, presidente della Federazione nazionale medici -: sono i medici che devono realizzare gli obiettivi e i programmi del piano sanitario e non si può pensare di risolvere tutti i problemi con una serie di decreti imposti dall’alto”. Margini di dialogo? “Abbiamo chiesto – continua Pagni – un’audizione al presidente del Consiglio D’Alema. Vedremo. Intanto le manifestazioni proseguono in tutta Italia”. Pagni conferma che se entro il 15 giugno la legge non sarà rivista, il comitato centrale della federazione degli ordini si dimetterà in massa con tutti i consigli provinciali. Sulla necessità di rifiutare l’esclusione della categoria dall’elaborazione della legge sono d’accordo tutte le associazioni mediche. “Una legge così distruggerà la sanità nazionale – attacca Roberto Anzalone presidente nazionale dello Snami – mortifica la libertà, l’indipendenza e la responsabilità della professione, in pratica tutte le regole per una corretta assistenza. Il tutto a discapito dei cittadini che non avranno più diritto a scegliere il luogo di cura e il medico di famiglia”. “L’attuale legge che nega la libertà di scelta dei cittadini e il ruolo dei medici ridotti a parafulmini di una gestione politica sbagliata, senza mai la possibilità di incidere sulle scelte, finirà per sacrificare proprio la medicina pubblica – commenta Enrico Bollero, segretario nazionale dell’Anaao-Assomed, l’associazione di categoria più numerosa -. E poi ci chiamano medici dirigenti. Il fatto è che le risorse sono limitate e nessuno si vuole assumere la responsabilità politica di scegliere delle priorità perché costa in termini di consenso”.

Assalto alla sanità privata La Bindi propone anche il pensionamento a 65 anni: “Si vorrebbe risolvere così il gravissimo problema dei disoccupati”, continua Anzalone. “Con un medico ogni 160 abitanti, però nessun sistema sanitario può reggere, come l’organizzazione mondiale della sanità ha più volte ribadito. Ma, invece di intervenire all’origine, per esempio con il numero chiuso nelle università si corre il rischio di far saltare anche l’ente di previdenza dei medici”. Marcello Costa Angeli, chirurgo all’ospedale san Gerardo di Monza e dirigente sindacale Fesmed nelle ultime settimane è balzato agli onori della cronaca per essersi inventato “lo sciopero virtuale”: lavorare “per non penalizzare i malati” e devolvere 50mila lire della paga giornaliera a un fondo comune per l’acquisto di pagine di quotidiani dove spiegare le proprie ragioni ai cittadini. “I medici sono sottoposti a una campagna denigratoria – spiega – che vorrebbe addossare loro i molti problemi della sanità italiana. Anzi, si vorrebbe ridurre il medico a un impiegato demotivato in cui il rapporto di fiducia con il paziente, su cui si regge la professione, si trasforma in un rapporto medico-ente-paziente dove il medico è solo un dipendente chiamato ad applicare protocolli di cura standard. Lo scopo è controllare l’intera sanità riducendo, a parità di contributi versati, gli investimenti statali: con i fondi integrativi, gestiti da boiardi di stato, di fatto lo Stato controllerà anche i 68mila miliardi di sanità privata”.

Quel ministro è un arrogante “Vogliono ridurci a censori dei bisogni dei pazienti al servizio dell’amministrazione – attacca Carlo Sizia, presidente nazionale della Cimo-asmd -. Il medico, quindi, non al servizio dei pazienti ma del sistema del quale deve regolare l’economicità. La Bindi poi non può invadere il terreno della contrattazione sindacale per stabilire quando si fa la libera professione, dove, come, quanto… È il centralismo fatto sistema che ha prodotto un malessere generalizzato nella categoria”. Sizia ha ormai sfiduciato la Bindi “e la sua arroganza”: “Speriamo solo che gli esponenti della maggioranza prendano le distanze da questa riforma come fanno nelle riunioni non ufficiali dove si sentono commenti perfino sgarbati verso il ministro. Poi, però, in parlamento, per quieto vivere…”. Anche Angelo Carenzi, responsabile CdO sanità e nell’esecutivo dell’associazione “Medicina e persona” sottolinea il centralismo della riforma: “Le regioni appaiono schiacciate da una programmazione al dettaglio fatta a livello nazionale e dalla gestione di ospedali e Usl, erogatori dei servizi, da parte dei comuni. Di fatto più della qualità delle prestazioni e dell’efficienza conta la natura giuridica dell’ente: i servizi sanitari sono assegnati innanzitutto al pubblico statale, poi al non profit e, se rimane qualcosa, al privato. In sintesi si propone una situazione monopolistica in cui sembra che essere statale possa garantire appropriatezza, eticità, qualità, professionalità ed impegno. Il punto centrale invece deve essere il rapporto tra medico e paziente e delle loro libertà. Nessuna legge può garantire che questo avvenga, ma può creare un contesto più o meno facilitante”.

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