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Referendum costituzionale. Ma quale segreto dell’urna

novembre 30, 2016 Rodolfo Casadei

Nonostante i numerosi scandali, le falle nel sistema e le ripetute relative denunce, il voto degli italiani all’estero resta vulnerabile a manipolazioni di ogni tipo

Anticipiamo un articolo che uscirà sul prossimo numero di Tempi in edicola da giovedì 1 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) – Niente da fare, Cristina Ravaglia non rilascerà interviste, né prima né dopo il voto referendario. L’ambasciatore italiano più ricercato del momento non si concede ai microfoni e ai taccuini. Un premuroso addetto dell’ufficio stampa del ministero degli Esteri comunica che chi è preoccupato per la regolarità del voto degli italiani all’estero faccia riferimento ai comunicati che il ministero sta sfornando per tranquillizzare tutti. Per esempio a quello che chiarisce che no, le schede che arrivano agli elettori non devono recare timbro della sezione e firma dello scrutatore, non è un errore e non è un tentativo di broglio, è che sono operazioni che vengono effettuate solo prima dello spoglio. E che non c’è possibilità di voto doppio o plurimo dello stesso elettore, che lo stesso verrebbe annullato, perché «in sede di scrutinio (…) il codice elettore apparirebbe due volte». Grazie, ma ci sarebbe tuttavia piaciuto parlare con Ravaglia, direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie, per poterle chiedere: ambasciatore, perché secondo lei autorità e istituzioni hanno ignorato il grido di allarme che lei lanciò tre anni fa?

Subito dopo le elezioni politiche del 2013, la diplomatica indirizzò al ministro Giulio Terzi di Sant’Agata una relazione nella quale si leggeva: «Come principale responsabile delle operazioni elettorali all’estero, mi corre l’obbligo di richiamare l’attenzione – nel superiore interesse dello Stato e della tutela di un diritto fondamentale – su modalità di attuazione che ancora una volta si sono dimostrate, alla prova dei fatti, tali da mettere a rischio gli imponenti sforzi messi in atto per assicurare un ordinato svolgimento del voto». E spiegava come le procedure per il voto degli italiani all’estero potessero dare luogo ad abusi: «Quello per corrispondenza è soggetto, come evidente, a una serie di variabili e incertezze (quali l’affidamento ai sistemi postali locali, il pericolo di furti, incette, pressioni, compravendite, sostituzione del votante ma non solo)». Da cui un giudizio senza appello su di un sistema «totalmente inadeguato, se non contrario ai fondamentali princìpi costituzionali che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero».

Le irregolarità e le truffe del voto degli italiani all’estero paventate dalla Ravaglia questo settimanale le ha documentate in occasione delle elezioni politiche sia nel 2006 che nel 2008. Nella seconda occasione l’inviato di Tempi dimostrò l’esistenza di un mercato del voto, tornando in Italia con quattro schede vergini pronte per essere votate, acquistate bussando qua e là alle porte degli immigrati italiani a Colonia. Non essendo stato fatto nulla per migliorare il sistema – che fa acqua in tutti i suoi passaggi, dall’invio dei plichi nelle case degli elettori all’estero fino allo scrutinio negli uffici di Castelnuovo di Porto nei pressi di Roma – negli ultimi otto anni, è intuitivo che nemmeno il voto di domenica prossima si svolgerà regolarmente. Un assaggio lo abbiamo già avuto col cosiddetto referendum sulle trivelle: la partecipazione al voto degli italiani all’estero è stata più bassa di quella sul territorio nazionale (19,5 per cento contro 31,2), ma le schede annullate sono state enormemente di più: l’8,6 per cento dei voti espressi contro lo 0,68 in Italia. Un dato evidentemente anomalo. Uno di quei dati che rendono poi credibile ogni tipo di denuncia e di sospetto.

Meccanismi inefficienti
«Se volessi alterare il voto, potrei provare a farlo: so in quale tipografia si stampano le schede, ho i nominativi e gli indirizzi di tutti gli elettori della mia circoscrizione e ho anche i numeri di codice del tagliando identificativo dell’elettore. Te li danno insieme a tutto il resto se chiedi il materiale in rappresentanza di un partito». Salvatore Albelice, già candidato alla Camera per il Pdl nel 2008 e residente a Bruxelles, ama scandalizzare l’interlocutore. Che i consolati o chi per loro si dimentichino di scorporare i codici numerici degli elettori dai nominativi con indirizzo che consegnano a partiti e comitati, è roba da brividi. Ma Albelice eccepisce anche sulle rassicurazioni della Farnesina: «Sì, le circolari del ministero degli Interni dicono che quando tutti i plichi raggiungono l’Ufficio centrale della circoscrizione Estero, prima di scrutinare la scheda che sta dentro alla busta piccola occorre riscontrare il tagliando col numero codice dell’elettore, e che se il numero è già stato spuntato o ci sono altre anomalie, per esempio il tagliando manca o ce ne sono due, il voto viene subito annullato senza essere scrutinato. Ma nella realtà questo non sempre avviene. Quando arrivano i plichi di circoscrizioni consolari molto grandi, le buste vengono suddivise fra più seggi, ognuno dei quali ha i suoi elenchi dei votanti. E allora come fai a essere sicuro che lo stesso codice non venga spuntato nei vari seggi, l’uno all’insaputa dell’altro?».

Che la spunta dei tagliandi non sia un meccanismo efficiente per garantire l’attendibilità del voto lo attestano numerose testimonianze, fra cui quelle raccolte nel 2013 da Striscia la notizia fra scrutatori a Castelnuovo che dichiaravano di avere scrutinato decine di schede palesemente contraffatte, ovvero fotocopiate e di colore diverso da quelle originali, tutte con le stesse preferenze scritte dalla stessa mano. Francesco Paolo Catania, della lista L’Altra Sicilia e residente di Bruxelles, dichiara a Tempi di avere visto coi suoi occhi le schede incriminate durante lo spoglio: «Vidi le schede di colore diverso dalle altre e protestai: chiamarono i carabinieri per portarmi via. La verità è che o cambiamo la legge e riduciamo al minimo il voto postale, oppure chiamiamo gli osservatori dell’Unione Europea a vigilare su tutti i passaggi dell’operazione voto».

Sotto accusa, secondo alcuni, è già il passaggio dei plichi con le schede attraverso i consolati. In teoria, laddove si dà affinità politica fra i vertici del consolato e i vertici dei Comites, gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, si potrebbe concepire l’idea di sostituire puramente e semplicemente i plichi realmente votati dai residenti italiani con altri “clonati” e votati in modo truffaldino. Fantascienza? Rosario Cambiano, residente di Colonia e in passato candidato per l’Udc, afferma di avere personalmente sventato un tentativo di distruzione di materiale elettorale nel 2006: «Un elemento del personale del consolato stava per gettare via una grande quantità di plichi. Glielo ha impedito il mio intervento. È lì che ho pensato che avessero l’intenzione di sostituire voti falsi a voti veri».

Quanti errori nella consegna
L’unica consolazione della tornata referendaria rispetto a quelle elettorali del passato è che, a detta di tutti gli osservatori, le sparizioni di plichi dalle cassette della posta e le compravendite di voti – due fenomeni largamente denunciati nel 2006, 2008 e 2013 – sono apparentemente venute meno. «Il motivo è semplice», spiega Albelice. «Questa volta non c’è nessuno da eleggere e quindi non c’è nessuno che abbia interesse a fare qualsiasi cosa per essere eletto». Le mancate consegne delle schede e le consegne anomale sono “solo” frutto di disorganizzazione e della pervicacia con cui si continua a non rispettare la norma di legge che prevede che i plichi siano inviati dagli uffici consolari «con il sistema postale più affidabile e, ove possibile, con posta raccomandata, o con altro mezzo di analoga affidabilità». Nella maggior parte del mondo i consolati, per carenza di fondi, continuano a preferire la posta ordinaria, con tutte le conseguenze immaginabili, fra cui quella delle puntuali code di emigrati italiani che si recano agli uffici consolari a ridosso della data del voto causa mancata consegna del plico. I consolati più ricchi ovvero con meno italiani a cui spedire i plichi utilizzano le raccomandate o i corrieri, con risultati non sempre lusinghieri. Mark Bernardini vive a Mosca, dove fa l’interprete: «A me e a mia moglie i plichi sono arrivati in due spedizioni diverse a mezzo corriere, che così ha guadagnato di più che a consegnare tutto in un’unica soluzione. A un mio conoscente che vive a Taganrog, 1.100 chilometri da Mosca, il plico non è arrivato perché il corriere, non avendolo trovato a casa per due volte, ha rimandato la busta al consolato che l’aveva spedita. Per forza: vanno a casa della gente in orario d’ufficio, quando uno è fuori. Ora verrà fatta una nuova spedizione. Nel mio caso come in quello del mio conoscente, se il consolato avesse spedito delle raccomandate con ricevuta di ritorno, che permettono a chi non è a casa al momento della consegna di ritirare la busta presso un ufficio postale, avrebbe risparmiato e sarebbe riuscito a consegnarci i plichi».

La stampa nazionale ha dedicato una certa attenzione al caso di Edoardo Livolsi, un italiano residente a Praga che ha ricevuto, in tempi successivi, due plichi elettorali a lui intestati: aveva concretamente la possibilità di votare due volte. Avendo già espresso il voto e rispedito il primo plico, non è stato possibile verificare se il tagliando identificativo dell’elettore riportasse tutte e due le volte lo stesso numero, e quindi la seconda busta fosse un vero e proprio clone della prima, oppure un numero diverso. Verifica che invece si è potuta fare con l’elettore Danilo Moretti, che nella lontana Auckland (Nuova Zelanda) ha ricevuto nello stesso giorno doppia busta e doppia scheda intestate a suo nome. I codici identificativi delle due buste risultano diversi. Significa che non è stato effettuato erroneamente un doppio invio, ma che il nominativo dell’elettore Danilo Moretti esiste in due elenchi diversi, sulla base dei quali vengono effettuate spedizioni fra loro autonome. Il voto doppio di Moretti non potrà mai essere individuato e annullato, perché anche in caso di scrupoloso controllo del tagliando recante il codice elettore, tutto risulterà in regola.

Propaganda renziana con sconto
Ha infine suscitato polemiche, quasi tutte infondate, la lettera inviata in 4 milioni di esemplari da Matteo Renzi agli italiani all’estero per perorare la causa del “sì” al referendum. Sbagliato accusare il premier di aver usato soldi pubblici per una propaganda di parte, perché Renzi non ha firmato come capo del governo e le spese sono state sostenute verosimilmente da un comitato per il “sì”. Sbagliato pure accusarlo di avere abusato della possibilità di accedere agli indirizzi postali degli elettori: partiti e comitati a norma di legge possono fare richiesta degli indirizzi postali (non di quelli elettronici) degli elettori e ottenerli. Certo, fa impressione che la lettera di Renzi sia arrivata nelle case degli elettori all’estero quasi sempre in contemporanea o appena dopo l’arrivo del plico elettorale. Ma questo non è ancora un peccato mortale.

Fanno invece discutere le modalità della postalizzazione dell’enorme massa di materiale propagandistico. Da una ricognizione della busta contenente la lettera di Renzi agli elettori, risulta che la tariffa applicata alla spedizione è quella prevista dalla convenzione postale GIPA/CN/ER/0002/2013. Due cose insospettiscono al riguardo: la prima è che si tratta di una convenzione prevista per le grandi imprese (GI) e per la pubblica amministrazione (PA). Un partito politico o un comitato referendario non dovrebbero poter avere diritto a questo tipo di convenzione. Perché la lettera ha potuto usufruirne?

La seconda cosa che suscita interrogativi è il fatto che la convenzione è datata 2013: in previsione delle elezioni e dei referendum popolari di un determinato anno, le Poste italiane approntano convenzioni da proporre ai potenziali clienti. Per il 2016, per esempio, le Poste propongono PostaTarget Gold Creative, una formula che permette di spedire materiale elettorale sotto i 100 grammi a 0,159 euro all’unità, e sopra i 100 grammi a 0,195 euro all’unità. Possibile che le Poste mantengano in vita una convenzione del 2013, e la offrano a un soggetto evidentemente creato dopo tale data (Comitati per il “sì” esistono solo da quest’anno), nello stesso momento in cui creano e propongono un nuovo prodotto? Forse troviamo una risposta guardando indietro nel tempo. All’inizio del 2013, nei primi giorni di gennaio, le Poste attivarono agevolazioni tariffarie per i candidati e le liste che concorrevano alle elezioni politiche di quell’anno. In virtù di una legge del 1993, la 515/93, le Poste italiane hanno facoltà di applicare un fortissimo sconto per gli invii postali di propaganda elettorale durante le elezioni politiche. Nel 2013 i partiti poterono inviare la loro propaganda postale alla tariffa di 0,04 centesimi all’unità. Forse che Renzi ha usufruito di quella convenzione e di quella tariffa? Questo significherebbe che mentre la propaganda per il “no” può al massimo usufruire di tariffe pari a 0,159 euro, quella del “sì” è arrivata nelle case di tutti gli italiani all’estero alla modica cifra di 0,04 centesimi. Insomma, la stessa operazione a quelli del “no” sarebbe costata quattro volte di più. Se fosse così, ci sarebbe da incavolarsi. 

Foto Ansa

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