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Referendum costituzionale, perché No? Perché #Bastaunsì per consegnare la politica ai giudici

novembre 8, 2016 Daniele Guarneri

Altro che semplificazione. «La riforma Renzi-Boschi moltiplica le procedure di approvazione delle leggi. E produrrà un aumento dei contenziosi davanti alla Consulta». Parla il costituzionalista Filippo Vari

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

In claris non fit interpretatio. Cioè: se una cosa è chiara non serve che sia interpretata. E una Costituzione dovrebbe dettare criteri chiari, a partire da quelli legati alla ripartizione dei poteri. Filippo Vari, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli studi europea di Roma e vicepresidente del Centro studi Livatino, spiega a Tempi il suo No alla Renzi-Boschi, «una riforma che limita formalmente le autonomie locali senza definire in modo univoco il discrimine fra materie di competenza statale e materie di competenza regionale, creando anche le premesse per nuovi conflitti davanti alla Corte costituzionale». Non si tratta solo di un passo indietro rispetto alla riforma del Titolo V del 2001, ma pure di un peggioramento di una situazione peraltro già complicata: «L’assetto introdotto con la riforma del Titolo V aveva lo scopo di inserire elementi federali in un sistema regionale come quello italiano. L’incerta divisione delle competenze tra Stato e Regione ha prodotto un enorme contenzioso davanti alla Corte costituzionale, che è dovuta intervenire per aggiustare alcuni errori presenti nella riforma». Era un sistema che andava certamente perfezionato, invece la riforma «anziché migliorarlo va in controtendenza, introducendo alcuni elementi di centralizzazione. Penso, ad esempio, al nuovo articolo 117, e alla previsione che lo Stato possa intervenire in materie affidate dalla Costituzione alle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”: si tratta di una disposizione problematica, che potrebbe essere addirittura idonea a privare di ogni tutela le competenze legislative regionali, non a caso si è parlato di una “clausola vampiro”». In questo modo si introducono elementi di ambiguità, «affidando al legislatore statale il compito di dettare “disposizioni generali e comuni” in una serie di materie in cui non si capisce poi a chi spetterà dettare le regole di attuazione».

Una lunga serie di buchi oscuri
Si discute molto della necessità di riformare la nostra Costituzione, intervenendo con efficacia sulla struttura dello Stato, aggiornando e modernizzando la Carta per stare al passo con i più evoluti paesi occidentali, tagliando i costi e semplificando i procedimenti della politica, tuttavia «siamo di fronte a una serie di buchi oscuri. Questa riforma finirà per produrre un aumento dei contenziosi davanti alla Corte costituzionale affidando a quest’ultima il difficile – e per alcuni aspetti improprio – ruolo di aggiustare un testo mal formulato». Nonostante questo, molti pensano che sia vitale per la nazione votare Sì al referendum del 4 dicembre, che non si possa più aspettare, che se non si cambia ora non lo si farà più. È ormai riconosciuto dai più che qualche aspetto della riforma non è perfetto, ma come ha sottolineato Stefano Parisi in una lettera inviata al Foglio, pare che ci sia una fortissima smania di rinnovare. È della stessa idea Vari: «Le responsabilità dei mali che affliggono il nostro paese come la sofferenza economica dei lavoratori, sono sotto gli occhi di tutti e oggi sono incredibilmente addossate alla Carta, senza alcun nesso razionale. Si spera che cambiando la Costituzione, il paese si rimetta in moto».

Plasmare il futuro
Certo, la Costituzione va aggiornata, «soprattutto nella parte seconda, quella sull’ordinamento della Repubblica», ma per Vari la nostra Carta contiene ancora un progetto di estrema attualità, la cui attuazione avrebbe conseguenze benefiche sulla società italiana: «Penso a quelle norme che prevedono il sostegno alle famiglie, alla protezione della maternità e dell’infanzia, solo per citare alcuni casi di disposizioni ben lungi dall’essere rispettate e attuate». Il vicepresidente del Centro studi Livatino ricorda le recenti parole del costituzionalista Massimo Luciani secondo cui le Costituzioni sono fatte per durare perché intendono plasmare il futuro di un popolo. Ma «nel caso della riforma Renzi-Boschi siamo di fronte a un progetto che già parte zoppo e carente perché, se approvato, dovrà, per alcuni aspetti, essere ulteriormente rivisto». Un esempio è il tentativo tanto proclamato di semplificare il processo legislativo, che invece questa riforma pare complicare non poco: «Secondo il testo vigente della Costituzione, “la funzione legislativa è esercitata collettivamente” dalle due Camere. Un provvedimento diviene legge dello Stato quando è approvato nella medesima formulazione da Camera e Senato». La riforma invece vuole introdurre una pluralità di procedimenti legislativi diversi, «se ne contano ben sette o otto» a seconda della materia oggetto del provvedimento. Solo per citare qualche esempio: «Se la riforma venisse approvata, ci sarebbero testi che per diventare legge devono essere approvati da entrambe le Camere in posizione di parità e ipotesi, invece, nelle quali è decisiva la volontà della sola Camera dei deputati. Senonché, oltre a una moltiplicazione di differenti procedimenti, assistiamo a criteri di riparto tra gli stessi che non sono a tutt’oggi chiari, con il rischio di una crescita esponenziale delle questioni di legittimità costituzionale delle leggi per vizi di procedura».

La democrazia costa
Tra gli aspetti controversi della riforma Renzi-Boschi c’è il nuovo Senato. Uno dei punti qualificanti della propaganda per il Sì è la riduzione dei costi: è stato il ministro Maria Elena Boschi a spiegare che con l’abolizione del Cnel, delle province e la riduzione del numero dei senatori si avrà un risparmio di 490 milioni di euro l’anno. Sul numero di Tempi della settimana scorsa Alfredo Mantovano, numeri alla mano, ha dimostrato che il risparmio per lo Stato sarà invece solo di 59 milioni di euro, lo 0,006 per cento della spesa pubblica italiana. «Al di là dei risparmi – aggiunge Vari – va ricordato, tanto più in un’epoca di antipolitica come l’attuale, che la democrazia costa. L’indennità di cui godono i parlamentari consente a tutti di aspirare a svolgere questo servizio, non solo ai ricchi. Dopodiché è vero che in Italia, rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea, le indennità sono troppo alte». Legato a questo c’è anche la questione del numero dei parlamentari: «Penso sia un dato condiviso, tanto tra gli studiosi, quanto nell’opinione pubblica, la necessità di ridurne il numero: per 60 milioni d’italiani ci sono 630 deputati e 315 senatori; l’Unione Europea conta 500 milioni di cittadini e a Bruxelles siedono meno di 800 parlamentari. Un taglio netto al numero di deputati e senatori – e non solo di questi ultimi come fa invece il progetto Renzi-Boschi – certamente sarebbe stato da tutti ben accolto».

Chi andrà a Palazzo Madama?
Ma l’aspetto più importante per valutare il “nuovo Senato” non deve essere solo quello del risparmio, bensì da chi sarà costituito e quali funzioni avrà Palazzo Madama. La riforma è stata studiata per superare il cosiddetto bicameralismo perfetto, ma leggendo approfonditamente il testo Vari non è convinto che le cose miglioreranno: «Cercando di appagare queste esigenze, il progetto Renzi-Boschi aspira a trasformare il Senato in un organo che dovrebbe “rappresentare le istituzioni territoriali”. E ciò anzitutto attraverso la sua composizione: dei 100 membri, 95 verrebbero scelti dai Consigli regionali “fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori”». Anche sotto questo aspetto, però, la riforma solleva molti dubbi: «La composizione del Senato non è tale da garantire effettivamente una rappresentanza dei territori regionali. Essa sembrerebbe, invece, lasciare spazio alla “usuale” rappresentanza politico-partitica». Inoltre – e qui il professore tocca di nuovo la funzione di una Costituzione degna di tale nome – la riforma non chiarisce come saranno scelti i nuovi senatori e, in particolare, il ruolo del popolo al riguardo. «È noto che la volontà iniziale di non affidare al popolo l’elezione diretta dei senatori sia stata messa in crisi dalla minoranza del Partito democratico, che ha ottenuto l’inserimento nel disegno di legge approvato dalle Camere di una disposizione secondo cui i senatori sono eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Da un lato, non è tollerabile che una questione così importante non sia direttamente decisa in Costituzione; d’altro lato, qualora prevalesse la volontà originaria, ci troveremmo di fronte a un Senato che partecipa alla funzione legislativa, nella quale si esprime per eccellenza la sovranità popolare, senza però essere eletto dal popolo».

Va ricordato inoltre che negli ultimi 25 anni abbiamo già assistito a tentativi di riforme costituzionali proposte dalla sola forza di maggioranza in Parlamento e gli esiti non sono stati entusiasmanti. «I costituenti – spiega Vari – hanno voluto che la Carta fosse, come diceva Giorgio La Pira, la “casa comune”. Qui invece ci troviamo di fronte a un progetto di una maggioranza». Solo altre due volte nella storia della Repubblica si è tentato di «cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza e i risultati non sono stati positivi», sia in occasione della riforma del Titolo V, sia per il progetto di modifica costituzionale del 2005, poi naufragato sullo scoglio del voto popolare nel giugno 2006. Visti i precedenti sarebbe stata necessaria molta più cautela. «Il progetto Renzi-Boschi rischia di far percepire la Costituzione non come un patrimonio comune di tutto il paese, ma come l’espressione di scelte di parte, nelle quali i raggruppamenti politici che ne rimangono fuori, e il loro elettorato, non si riconoscono».

Deciderà la minoranza più forte
Infine, Vari è preoccupato anche del possibile indebolimento della rappresentatività del Parlamento, effetto del combinato riforma costituzionale-Italicum. Al netto di possibili modifiche promesse dal premier, la nuova legge elettorale, ricorda il professore, «prevede un premio di maggioranza per il partito che vince le elezioni con più del 40 per cento dei voti o, qualora tale soglia non si raggiunga, per quello che prevale al ballottaggio: in tal modo il partito più votato si ritrova con il 54 per cento dei seggi alla Camera. Si tratta di un sistema che non esiste in alcuna liberal-democrazia e, in una situazione come la nostra in cui ci sono ormai tre schieramenti – centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 Stelle – intorno all’asticella del 30 per cento, darà vita a una “sovrarappresentazione eccessiva” del partito vincitore».

Il combinarsi di questa normativa con la riforma costituzionale «rischia di affidare un potere enorme alla minoranza più forte che vince le elezioni». Si pensi, ad esempio, che «sarà la Camera dei deputati a maggioranza assoluta a deliberare lo stato di guerra». Un domani, il partito che, considerata l’alta quota di astensioni, vincerà le politiche con il 25 per cento dei consensi, e sarà dunque minoranza nel paese, «avrà comunque tanti deputati per prendere da solo una decisione così determinante per la vita di tutto il popolo italiano. E questo mentre in tutta Europa, vista anche la pesante congiuntura economica, si moltiplicano i casi in cui si cerca invece un consenso trasversale».

Foto: Ansa

 

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