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Rancilio (Avvenire): «Stiamo per dire addio ai cd, ma i collezionisti non li abbandoneranno»

novembre 14, 2011 Carlo Candiani

Gli esperti sono divisi. Per alcuni il funerale del cd è fissato già nel 2012, per altri c’è tempo fino al 2015 per dirgli addio. Secondo Gigio Rancilio di Avvenire, la verità sta nel mezzo: «Il cd sparirà in maniera irreversibile, ma non completamente. Rimarrà un oggetto irrinunciabile per i collezionisti»

E’ polemica fra esperti e operatori del settore musicale. Per alcuni il cd musicale è un oggetto destinato a sparire presto per altri, al contrario, sarà sul mercato ancora per molto. Gli appassionati sono preoccupati: la musica “liquida”, quella dei file scaricati, più o meno legalmente, sarà l’unico modo per ascoltare e archiviare le nostre canzoni preferite? Davvero stiamo per dire addio al cd, a trent’anni esatti dalla sua apparizione nei negozi? «Effettivamente c’è un piccolo giallo: ci sono voci che danno la fine del cd già nel 2012, ma è molto più probabile che ciò avvenga nel 2015. C’è chi invece, come il presidente dell’industria musicale italiana, Enzo Mazza, afferma che il cd non morirà mai, perché avrà sempre un numero elevato di acquirenti».

 

Risponde così a Radio Tempi, Gigio Rancilio, caporedattore della pagina degli spettacoli del quotidiano Avvenire. «Io credo che la verità stia nel mezzo: sono d’accordo con quanto afferma la rivista americana on-line “SedLine”. Il cd sparirà in maniera irreversibile, ma non completamente: rimarrà un oggetto per i collezionisti. Basta fare un giro nei pochi negozi di dischi che sono rimasti aperti, per vedere quantità industriali di cofanetti speciali: la discografia dei Pink Floyd, rimasterizzata, la versione deluxe di Nevermind dei Nirvana, l’imponente Greatest Hits di Sting. Ognuno di questi costa tra i 35 e i 180 euro. L’industria musicale ha capito che può aumentre il fatturato alzando notevolmente il valore dei cd, lavorando sul packaging rendendolo sempre più artistico nella sua forma grafica, aggiungendo dvd, magari con filmati rari. Questi sono ancora prodotti irrinunciabili per i fan degli artisti, disposti a spendere tanto per chicche di questo tipo».

 

Non è un invito allo scarico illegale?

Al contrario, è un modo per combatterlo. Il cd diventa un prodotto per collezionisti, a loro non interessa avere il “file” del brano, vogliono l’oggetto. La musica liquida che ci permette di portare in un unico apparecchio tutta la discografia che amiamo, ha comunque tolto “fisicità” alla musica,  e i 50/60enni di oggi ne hanno molta nostalgia.

 

Le pongo una riflessione culturale: crede che l’ascolto “liquido” porti la musica alla perdita di un’“identità”?

Sicuramente il suono perde il suo valore. Siamo immersi nella cultura digitale, fruiamo musica dovunque, ma paradossalmente i ragazzi che sono nati quando è nato il cd, i ventenni, i venticinquenni, non conoscono la bontà del suono. Mi spiego: negli anni ’70, anche in maniera eccessiva, si considerava la purezza del suono quasi come un mito da raggiungere, c’era gente che accendeva mutui per avere a casa impianti che riproducessero nella maniera più vera e più profonda il vinile, un atteggiamento quasi maniacale. Da quando sono arrivati i walkman e poi i cd e poi la portabilità del prodotto attraverso gli mp3, si è preferito la trasportabilità della musica rispetto alla qualità. Noi ascoltiamo un surrogato di suono.

 

Cioè?

L’mp3 è un algoritmo matematico che toglie delle frequenze alla musica, compatta il suono per farlo sembrare più potente, ma ciò che ci arriva alle orecchie non è il suono naturale, è falsato.

 

Manca un’educazione all’ascolto?

Manca anche la capacità di “assaggiare”, come con i sapori. Se nessuno ci ha mai fatto assaggiare un pomodoro colto al momento, ancora caldo di sole, noi penseremo che il sapore del pomodoro è quello che mangiamo a casa nostra, che magari è stato in celle frigorifere per mesi, ma che non c’entra niente con il gusto originale del pomodoro.

 

Però non ci sono più neanche i luoghi per “riassaporare” la musica

Ci sono, sono i concerti acustici. Pensiamo a quelli di musica classica, ma anche alcuni pop: togliendo l’amplificazione si ridà agli strumenti e alla musica il loro suono originale, bello o brutto che sia. Dovremmo riappropriarci di questo tipo di ascolto e invitare i nostri figli a tenere questa attenzione.

 

Ascolta l’audio integrale

[podcast pid=90/]

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