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Quid est post-veritas?

gennaio 16, 2017 Pietro Piccinini

Se la gente è più disposta a credere ai siti di “fake news” che al New York Times, tocca anche al New York Times farsi qualche domanda. Intervista a Frank Furedi, gran fustigatore di conformismi

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dunque, stando alla narrazione ormai comunemente accettata e rilanciata da quasi tutti i giornali, gli intellettuali e i politici del mondo civilizzato, negli ultimi mesi un esercito di miliziani della “post-verità”, a furia di “fake news” diffuse via internet e in particolare via Facebook, avrebbe determinato, nell’ordine, la Brexit nel Regno Unito, la vittoria di Trump in America, il fiasco di Renzi nel referendum costituzionale in Italia. Per limitarci a quest’ultima presunta sconfitta della verità, ne hanno incolpato i bufalari lo stesso Renzi («Abbiamo perso sul web. Abbiamo lasciato il web a chi in queste ore è sotto gli occhi internazionali, a cominciare dal New York Times, in quanto diffusore di falsità») e velatamente perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che a Capodanno ha esortato a «difendere» Internet «da chi vorrebbe trasformarla in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi»).

Mentre il presidente dell’antitrust Giovanni Pitruzzella si è spinto fino a caldeggiare, prima in una intervista al Financial Times e poi in una lettera al Corriere della Sera, la creazione di un’agenzia pubblica, statale o magari europea, dotata dell’armamentario necessario a individuare e neutralizzare le fake news che circolano online. Ma a parte la feroce reazione di Beppe Grillo contro i «nuovi inquisitori», non sono stati molti a tradire rigetto o preoccupazione per questa improvvisa pulsione censoria generale. Nadia Urbinati su Repubblica ha ricordato che «in nome della verità, anche la più vera, si possono creare mostri oscurantisti». Enrico Mentana al Fatto quotidiano ha definito «ridicola» la tesi che qualche frescaccia diffusa via social abbia potuto invertire il segno di una campagna elettorale in cui «le informazioni contro Trump erano molto più numerose di quelle contro la Clinton»; d’altronde il termine “post-verità”, nell’accezione che gli hanno dato i grandi sconfitti delle votazioni incriminate, «non è altro che la balla dell’altro, mentre la tua, di balla, passa come una considerazione».

Chi sono loro per fare un papa?
Per il resto, però, la corrente scorre compatta quasi senza ostacoli. È tutto un chiamare all’armi contro le notizie “false”. In Germania è allo studio una supermulta per chi spande informazioni ritenute fake. Facebook da parte sua sta assoldando squadroni di fact-checkers, controllori di fatti, con il mandato – niente meno – di scovare e penalizzare i falsificatori della verità che approfittano dell’ospitalità del social network.

Curioso, ha notato il sociologo Frank Furedi in un bel commento per la rivista libertaria britannica Spiked, tutto questo gran parlare di “post-verità” ha spinto la Oxford Dictionaries a sceglierla come parola dell’anno, ma non è certo nei bar e ai crocicchi delle strade che l’uso del termine si è propagato. Ungherese, già professore alla University of Kent, uomo di sinistra marxista e gramsciana con un passato da fondatore e leader del Partito comunista rivoluzionario, Furedi è un gran conoscitore e fustigatore di conformismi. Al tema è intitolato il suo libro più famoso, edito nel 2005 anche in italiano, e questa strana battuta internazionale di caccia alla “post-verità” gli ha fatto accendere qualche spia. «La verità è sempre stata una questione dibattuta, ma non è mai stata un problema a sé», spiega Furedi a Tempi. «Se ora è diventata “il” problema, è perché i valori detenuti dalle élite politiche della società occidentale sembrano essere stati rigettati, e le persone che mettono in discussione quei valori vengono guardate come sempliciotti che dicono bugie, gente di cui non bisogna fidarsi». È una specie di «meccanismo di difesa», continua il sociologo: «Per non dover discutere con la gente che ha rigettato quei valori ci si limita a condannarla moralmente. Ecco, direi che la parola “post-verità” nasconde una condanna morale di chi ha visioni diverse da quelle dell’élite».

Quando Pitruzzella dice al Financial Times che «la post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una minaccia per la democrazia», a Furedi scatta subito l’istinto di diradare la nebbia dei concetti ambigui. «Innanzitutto ricordate che ormai tutto ciò che non piace viene definito “populismo”. In secondo luogo, cercate di capire di cosa si stanno lamentando realmente: “La gente che ha votato contro di noi non accetta la nostra autorità intellettuale e politica, la nostra versione della verità”». È «il problema annoso dell’autorità. In passato lo ha avuto la Chiesa nei confronti della secolarizzazione, adesso c’è l’ha l’élite politica dell’Occidente secolarizzato, che però lo rovescia: invece di riconoscerlo, ne incolpa la gente». E l’idea di mettere in piedi un ente europeo che stabilisca ciò che è vero e ciò che è fake «equivarrebbe a creare un nuovo papa. Presumono di avere l’autorità per farlo. È un modo stupido di affrontare il problema: evitandolo».

Un tentativo disperato
Per Furedi, invece, è chiaro che ormai moltissime persone «hanno iniziato a realizzare che la loro interpretazione della vita, il modo in cui vedono il mondo nelle loro comunità, non è rappresentato da questi individui, e quindi non si fidano più. Ovvio, può darsi che la gente a volte segua idee sbagliate, ma non è che le vecchie autorità convenzionali del mainstream dicano sempre e comunque il giusto e il vero».
Difficile in ogni caso credere che il falsissimo endorsement di papa Francesco a favore di Trump o altre clamorose bufale abbiano avuto tanta influenza sul risultato delle presidenziali americane o del referendum britannico. I due eventi politici, osserva Furedi, manifestano divergenze tra élite e popolo ben più radicali. «Non credo che i siti di fake news abbiano fatto molta differenza. Teorie del complotto, leggende urbane, dicerie: queste cose sono in circolazione da centinaia di anni. Piuttosto, la domanda importante è: perché tante persone sono più disposte a credere a un sito di fake news che alla Cnn o al New York Times?».

Non tocca ai controllori di Facebook ristabilire una presunta verità perduta. E non è compito nemmeno dello Stato. «In una democrazia lo Stato, gli esperti, i giornali e chiunque altro dovrebbero avere lo stesso diritto di proporre i propri argomenti, e dipende dai cittadini decidere in cosa credere. Questo tentativo disperato di fare leggi a tutela di una presunta verità minacciata dipende dal fatto che nessuno può più dare per scontata la propria autorità e non è garantito che quel che dice verrà creduto. Si cerca di dare una soluzione burocratica a un problema politico».

Dai “diversi” ai “ribelli”
Sulla crisi dell’autorità Furedi ha scritto un intero libro. Secondo il sociologo è un processo in atto da molto tempo ma «a lungo i governi hanno provato ad aggirarlo appoggiandosi su “quello che dicono gli esperti”. L’autorità degli esperti è diventata una soluzione temporanea al problema, peccato che si tratti di un’autorità a sua volta ben poco stabile, visto che gli esperti sono sempre contestati da altri esperti. Non sorprende insomma che oggi la perdita dell’autorità sia ormai una cosa ovvia». E per il sociologo ungherese è anche «una cosa buona»: il re è nudo e «noi adesso sappiamo che dobbiamo creare una nuova forma di autorità basata sulla sovranità popolare – almeno questo è quel che spero. Il popolo stesso deve essere le fondamenta su cui poggia l’autorità, non un manipolo di esperti e funzionari».

Nel suo commento per Spiked, Furedi ha scritto che la mobilitazione generale contro la “post-verità” fa parte di una più ampia «guerra di parole» funzionale al potere: «L’arma segreta della nuova oligarchia politica e culturale occidentale è il linguaggio. (…) Il linguaggio e la sorveglianza della comunicazione verbale hanno assunto una importanza cruciale per guidare i comportamenti e plasmare gli atteggiamenti». Così vanno per la maggiore concetti tecnici «privi di sostanza e precisione» come diversità, trasparenza, inclusione sociale, sostenibilità. Altri invece subiscono slittamenti semantici assolutamente strumentali. Come ha esemplificato il filosofo Vladimiro Giacché parlando proprio di “post-verità” con il Fatto quotidiano, negli ultimi anni «una porzione considerevole della nostra stampa ha ignorato che gran parte dei ribelli siriani non erano civili inermi, ma terroristi: ora che Aleppo è stata liberata si scopre che ci sono armi statunitensi, bulgare, tedesche, francesi…».

Dàgli al populista
Chi possiede le parole, possiede le coscienze delle persone. E manipolare il linguaggio è più facile che dare battaglia sulle idee. Racconta Furedi a Tempi: «In Inghilterra un libretto pubblicato per le scuole dice ai bambini che potrebbe non essere una buona idea utilizzare le parole “boys” e “girls”, che forse dovremmo essere tutti più aperti. Ecco, se si comincia a mettere in discussione attraverso il linguaggio il fatto che io sono un maschio e tu una femmina, allora si modifica il modo in cui le persone considerano le relazioni tra i diversi sessi». In questo modo si esercita un potere di influenza enorme. Per il sociologo si tratta «una specie di guerra culturale silenziosa: una campagna morale condotta senza nemmeno usare un linguaggio morale, poiché la morale è ormai fuori moda e non si può discutere apertamente. Non si parla più di ciò che è bene e ciò che è male, si discute solo di quel che dice l’evidenza». Tutto il resto è invalidato in quanto “post-verità”.

In un contesto del genere, la proposta di Pitruzzella e le promesse censorie di Facebook sembrano studiate apposta per realizzare il 1984 immaginato da Orwell. E per dare ragione a Beppe Grillo, che protesta citando Roberto D’Agostino (il signor Dagospia): «La post-verità è una definizione usata dai rosiconi che non sono entrati nel ventre della balena del web e quindi non riescono a interpretare i tempi. (…) La post-verità semmai è quella costruita dai giornalisti. Chi vi ha aderito poi si è sorpreso per Grillo, per la Brexit, per la vittoria di Trump e per quella del no al referendum in Italia. Ci raccontano un mondo che non esiste più e chiamano post-verità quello reale». Da una parte Furedi trova «giusto quel che dice Grillo sulla “post-verità”», peccato che nemmeno al comico genovese interessi uscire dalla “guerra delle parole”, al contrario «vuole solo continuare a fare il suo gioco». Il suo web. La sua democrazia diretta. Dove chi non la pensa come lui può essere messo alla gogna e cacciato. «La tragedia oggi è che ci si concentra così tanto e con così tanta energia alla sorveglianza del linguaggio, che si consente alle forze politiche come il Movimento 5 Stelle di evitare la domanda: di quali politiche ha bisogno l’Italia?».
Comunque, se c’è qualcosa che minaccia la democrazia oggi, secondo Furedi, non è la presunta epidemia di “post-verità”, ma piuttosto «la svalutazione del termine populismo». Ecco un’altra “parola in guerra” che ha subìto danni in termini di significato: «Ormai quando le persone la sentono, immediatamente associano: “populista” quindi euroscettico, nazionalista, razzista, xenofobo, semplicistico…». Dietro questa manipolazione, insiste l’intellettuale ungherese, agisce la convinzione che «la gente è troppo semplice, non è esperta, non capisce, si fa convincere facilmente», ma pensare questo «significa pensare che la democrazia non è una buona via per prendere le decisioni».

Quei giovani sempre su Facebook
Qualcuno arriva a dirlo esplicitamente. «Due giorni fa – racconta Furedi – un ragazzo, un ingegnere intelligente con una cultura universitaria, mi ha detto: “Sai Frank, io non credo più nella democrazia”. Ecco cosa sta succedendo. Sono bastate due votazioni sgradite. Tre con il referendum italiano».

E dire che il compito delle élite sarebbe quello di elevare il popolo, non di disprezzarlo… Del resto però non si può mica educare la gente, se la gente guarda solo Facebook. «Ma io non mi arrenderei riguardo alle giovani generazioni», ribatte Furedi. «Anzi, le prenderei un po’ più seriamente. Io stesso vado ancora nelle scuole a parlare ai ragazzi di 16-17 anni: sono ancora idealisti, cercano risposte. Il motivo per cui guardano sempre Facebook non è perché questo è quel che Dio ha dato all’umanità, ma perché sono annoiati dalla scuola, non sono stimolati, non sono sfidati».

Furedi ripete che la nostra società ha bisogno di smetterla di farsi la guerra per il possesso delle parole e deve tornare a combattere sulle idee. Ma come si fa ad alzare il livello della discussione se la premessa di solito è che la verità non esiste? «Io la penso così: certamente dobbiamo sostenere che una verità ci sia, da qualche parte; possiamo non sapere cosa sia ma dobbiamo lottare per scoprirlo. Poi ovvio, qualcuno dirà: “Sei un ingenuo Frank, non esiste una verità”. Eppure noi dobbiamo continuare a discutere, e discutere vuol dire mostrare che impegnarsi nella ricerca della verità fa raggiungere una comprensione più ampia».

Foto Ansa

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