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Qui Sardegna. Dopo la “caparra dell’apocalisse”, in mezzo al mare di fango, abbiamo scoperto che siamo ancora vivi

dicembre 1, 2013 Martina Mureddu

Gli alunni hanno rimesso in piedi la scuola. Il panettiere ha riacceso i forni per gli sfollati. «C’è voluta l’alluvione per diventare amici»

L’autrice di questo articolo è medico anestesista presso l’ospedale di Olbia

Non è facile parlare della nostra alluvione mentre siamo ancora frastornati, incapaci di “mettere in fila” tutte le storie per farne una. Per chi da lontano, visivamente, ha seguito il ciclone che da Oristano a Olbia, passando dal nuorese ha devastato la nostra terra, le immagini e i filmati dell’alluvione passati abbondantemente sui media e sui social network dicono tanto. Non voglio insistere sulle scene di quella che si potrebbe definire come una “caparra dell’apocalisse”. E che col tempo, probabilmente, farà parte dei nostri racconti di vecchi, così come è stata la guerra per i nostri nonni. Ma non credo di esagerare nel paragonare questa alluvione a un vero e proprio “bombardamento”. Oltre a sentir parlare di «bomba d’acqua» dagli esperti, le immagini del ciclone – riprese da una collina con vista su Olbia – evocavano quelle di un fungo atomico.

I più fortunati tra noi (perché abitavano ai piani alti o perché, per strane coincidenze, non si trovavano per strada) hanno perso solo la macchina, sommersa e trascinata via dalla corrente. O hanno avuto danni al garage e fango in cantina. Quelli che abitavano al piano terra, invece, hanno perso tutto. Veramente tutto. Eppure sono lì a raccontarti la loro storia di “miracolati”. Ancora di più chi è stato sorpreso sulla strada, mentre tornava a casa dal lavoro o dopo aver ritirato i figli da scuola.

Abbiamo dovuto seppellire dei bambini, angeli che interpellano le nostre coscienze. Abbiamo dovuto seppellire genitori che hanno cercato di salvare i loro figli. Ammalati che non sono riusciti a fuggire via dal letto che li teneva inchiodati. E poi soccorritori e passanti inghiottiti da una voragine apertasi sotto i loro piedi, auto, trattori, così, all’improvviso. E tutti, anche se non conosciuti direttamente, avevano i volti dei nostri familiari che pure erano rimasti vivi.

Pepite d’oro in mezzo al fango
Stiamo piangendo – e piangeremo ancora – i nostri morti. Ma sono anche loro che ci hanno spronato a pensare: siamo vivi! E questo era tutto ciò che occorreva per ricominciare: siamo vivi! E tutti, immediatamente, senza aspettare nessuno che venisse ad aiutare, ci siamo rimboccati le maniche. Ad andare per strada nel “day after” colpiva il gran numero di persone, come eserciti di “formiche” al lavoro, e l’estremo silenzio: nessun vociare, nessun lamento, nessun pianto. Solo il rumore delle idrovore e delle vanghe. Famiglie senza più niente in casa, con le abitazioni devastate, le porte e le finestre sfondate, il pavimento saltato che ti dicevano «ho perso tutto» ma con gli occhi asciutti. E che subito dopo li trovavi al lavoro. E se arrivava qualcuno a dare una mano dicevano sempre di andare prima alla casa più in là, che forse c’era più bisogno. Difficile descrivere l’atmosfera di lutto e di miracolo che si respira per le nostre strade infangate, in questi giorni. Verrebbe da dire che, setacciando in mezzo al fango, stiamo trovando pepite d’oro!

Ci sono tante storie che si affollano nella testa e negli occhi. Quella dell’amico Gianluca, preside della scuola più devastata, che il giorno dopo il ciclone chiama a raccolta gli alunni che, con genitori e insegnanti, nel giro di una settimana rimettono in piedi tutto, là dove pure non era rimasto nulla. Neanche i banchi e le sedie. Una madre ha giustamente notato: «Non è vero che i nostri figli questa settimana non sono andati a scuola. Hanno fatto un’altra scuola, hanno avuto grandi lezioni e hanno imparato molte cose!».

C’è la storia del panettiere che ripulisce il negozio, riattiva le macchine in trentasei ore e subito si mette a panificare gratis per gli alluvionati. Ci sono i cuochi delle mense che cucinano e scendono per strada a distribuire viveri di persona, nelle case degli alluvionati impossibilitati a spostarsi.

Ci sono le storie di “solidarietà di condominio”, gente che fino al giorno prima si diceva a mala pena “buongiorno” e ora si ritrova ad aiutare, ospitare e sfamare altri vicini meno fortunati. Una mia infermiera mi dice: «C’è voluta l’alluvione per diventare amici!». Oggi nella lettera di uno studente che ha avuto la nonna morta nell’alluvione leggo: «La fine di tante acrimonie familiari è forse il dono che lei ha voluto farci da lassù».

Ci sono le storie dei cosiddetti “angeli del fango”, quelli che ti hanno aiutato anche nel buttare via la roba dicendoti: «Signora ci penso io, lo so che a lei fa male il cuore». Ci sono le storie di tutti quelli arrivati dai paesi vicini, organizzati con vanghe, secchi, idropulitori, stracci. Spedizioni di pullman pieni di gente e pieni di viveri. Storie infinite.

Bloccata sui binari
Ci sono infine le storie di chi, salvatosi miracolosamente, riesce anche a farti ridere raccontando la propria disavventura. «La mia auto, trascinata via, è atterrata sui binari. Ma non potevo uscire perché gli sportelli non si aprivano, avevo la macchina piena d’acqua ed ero tra due mura di fango. Mi sento il treno che fischia con le luci che lampeggiano e penso “mi sta venendo addosso il treno”. Chiamo i numeri di emergenza: “Fermate il treno!”; e mi sento rispondere: “Signora, si sposti dai binari”. Già, si sposti… finché un altro mi dice: “Tranquilla signora, il treno è deragliato!!». Finisce che la povera automobilista inchiodata ai binari rimane tutta la sera da sola, al buio, a gridare disperatamente aiuto finché viene sentita da un pastore che riesce a recuperarla con un trattore. Chi è venuto qui “da fuori”, dal continente, è rimasto stupito dalla laboriosità, dal non lamento e dalla solidarietà che i sardi stanno dimostrando. Uno per tutti, il commento di un operatore Rai su Facebook: «I veri aiuti ai sardi li stanno dando i sardi stessi…». Insomma, nel giro di soli cinque giorni, grazie all’aiuto di tutti, gli sfollati si sono ridotti a solo un terzo. Si spera che siano tutti a casa entro Natale.

Gli interrogativi che rimangono dentro il disastro? L’allarme non dato. Le scuole rimaste aperte. Nessuna predisposizione di interventi per l’emergenza. Perché? Se pure era stato sottovalutato il fax inviato ai comuni o l’sms di domenica sera o di lunedì mattina, perché fino a disastro avvenuto non si è capito cosa stava per succedere e non sono state evacuate scuole, case e altri luoghi a rischio? Perché neanche l’ospedale è stato allertato per una possibile maxi-emergenza?

Possibile che in era di comunicazione globale, di “always on” non si sia riusciti a organizzare e a far passare una comunicazione, un allarme, un’attivazione di emergenza seri? Perché nei tempi passati, quando c’era “lu bandiadori” che percorreva i paesi suonando l’allerta con la tromba e le campane venivano suonate a distesa, tutti sapevano, tutti capivano, tutti correvano ai ripari? Ora le colpe sembrano ridursi al solito, squallidissimo scarica-barile, al solito sciacallaggio politico-mediatico.

Non parlate di abusivi
La gente che non sa come funziona il pubblico intervento di protezione non si capacita di come mai il dottor Franco Gabrielli, capo dipartimento della Protezione Civile, sia venuto a dirci che il suo dovere lui l’aveva fatto e che, praticamente, eravamo degli imbelli noi e se n’è andato dicendoci, di fatto, “arrangiatevi!”. La Regione sostiene di avere allo stesso modo fatto il suo dovere. Il sindaco di aver fatto quanto era in suo potere. Infine, ha avuto corso il classico sport di rivangare il passato su chi ha fatto costruire cosa e dove.

E così rispunta anche l’ex presidente della Sardegna, Renato Soru, politico attualmente all’opposizione in consiglio regionale, mentre si è alla vigilia di nuove elezioni regionali, a pubblicizzare i suoi piani paesistici minacciati – a suo dire – dall’attuale governatore Ugo Cappellacci (ergo, sarebbe Cappellacci la causa dei disastri).

Altra accusa ampiamente spacciata come vera (almeno in diverse trasmissioni di intrattenimento televisivo): i quartieri allagati sarebbero stati completamente abusivi e/o risanati con i condoni. Quindi, oltre che ignoranti, «morti perché ignorano l’abc della prevenzione» (ho sentito anche questa in tv), saremmo morti perché “fuori dalla legalità” e dunque tanto peggio per noi (cosa che ha fatto infuriare tutti gli olbiesi che in realtà abusivi non sono – e neanche risanati – e abitano in case con regolare concessione edilizia).

E vogliamo parlare delle polemiche sui canali “sporchi”, pieni di arbusti, dove l’acqua non scorre e si dice che dovrebbero essere ripuliti? Già, ma poi spunta il contadino che è stato multato dalla forestale perché “non autorizzato” a tagliare arbusti o “fare legna” prelevandola dal letto asciutto di un torrente…

Non ci interessano i teatrini e le strumentalizzazioni. Qui, e su tutto, oggi prevale la contentezza dell’essere vivi e del poter ricominciare. L’ironia non ci manca. E qualcuno l’ha stampata anche su una t-shirt. Dice: «Dopo i fanghi saremo ancora più belli».

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