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«Ma chi mi hai portato? Questo è un santo». La storia di fra Jean Thierry, morto a 23 anni di tumore

settembre 15, 2014 Leone Grotti

Padre Gabriele Mattavelli, provinciale dei Carmelitani Scalzi in Camerun, racconta a tempi.it gli ultimi due anni di vita passati con il giovane frate camerunense, morto a Legnano nel 2006 e in via di beatificazione

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«Dopo essere stati noi a portare il vangelo in tante zone del mondo, accogliamo con gioia l’arrivo di evangelizzatori e testimoni che giungono da queste terre, come Jean Thierry, perché risorga la nostra fede». Ha parlato così l’arcivescovo di Milano Angelo Scola lo scorso 9 settembre al termine della cerimonia di chiusura del processo diocesano Super Virtutibus per fra Jean Thierry Ebogo, nato in Camerun nel 1982 e morto a Legnano nel 2006 a soli 23 anni.

jean-thierry.beato-camerun-carmelitani-milano4LA CERTEZZA DI PADRE GABRIELE. Le carte della causa di beatificazione e canonizzazione ora sono passate a Roma ma chi ha conosciuto il giovane frate carmelitano è certo di aver accompagnato per un pezzo di vita un santo. «Io gli sono stato vicino negli ultimi due anni di vita, quando Jean aveva ormai quasi 22 anni», racconta a tempi.it padre Gabriele Mattavelli, eletto nel 2005 provinciale dei Carmelitani Scalzi in Camerun. Avendo sempre desiderato diventare sacerdote, Jean è entrato il 28 luglio 2003 all’età di 21 anni nel Carmelo teresiano a Nkoabang ma il uso percorso è stato segnato nel 2004 dalla comparsa di un gravissimo tumore osseo al ginocchio, che lo ha portato a subire l’amputazione della gamba e a farsi curare senza successo da diversi ospedali in Italia.

«MA CHI MI HAI PORTATO?». Padre Gabriele lo ricorda come un ragazzo estremamente «sereno»: «Anche mentre la malattia lo faceva soffrire per dolori acutissimi, lui non si lamentava mai, anzi rincuorava tutti senza mai manifestare ciò che pativa». Un atteggiamento ben evidenziato da un episodio: «Quando sono riuscito a portarlo in Italia nell’agosto 2005, l’abbiamo subito condotto in ospedale perché la malattia dopo il taglio della gamba peggiorava. Purtroppo però non c’erano letti disponibili e per questo è rimasto sei ore sulla sedia a rotelle. Faceva anche freddo. Quando lo andai a visitare il giorno seguente, la dottoressa mi disse subito: “Ma chi mi hai portato?”. Io pensavo che avesse fatto qualcosa di male e allora le ho risposto che veniva dal Camerun e che aveva altre usanze. Ma lei mi ha fermato: “Non hai capito. Mi hai portato un santo: non si può restare per tutto quel tempo al freddo senza lamentarsi con quei dolori”».

jean-thierry.beato-camerun-carmelitani-milano1LE CURE INUTILI. Jean ha sempre accettato la sua malattia con un unico pensiero in testa: «Quando gli hanno dovuto amputare la gamba – ricorda padre Gabriele – e io sono andato a trovarlo in ospedale, l’unica cosa che mi chiedeva e che lo preoccupava era: “Potrò diventare carmelitano e poi sacerdote?”». La recidiva dell’osteoma osteoblastico, con metastasi sempre più diffuse, ha spinto padre Gabriele a portarlo da Legnano a Candiolo (Torino) in un centro specialistico per due mesi. Al fallimento di quest’ultima terapia, Jean è stato ricondotto a Legnano dove un professore aveva studiato una terapia del dolore per rendere gli ultimi giorni del ragazzo meno dolorosi.

I SEGNI DI JEAN. «Proprio in quell’ultimo periodo, tantissime persone andavano a trovarlo di continuo in ospedale, ma invece che portare conforto ne uscivano confortati da lui», spiega padre Gabriele, secondo cui Jean era sicuramente un santo: «Lui stava malissimo, eppure non si lamentava mai e riusciva a dare forza a tutti quelli che lo andavano a trovare. Questo non è possibile senza una Grazia speciale del Signore. Molte persone disperate nella vita dopo aver conosciuto Jean hanno trovato la pace. Ci sono poi tanti piccoli segni».
Un esempio? «Ce ne sono molti e alcuni presto si sapranno. Ricordo ad esempio che dopo la sua morte abbiamo portato il suo santino a una famiglia con una figlia nata malformata. A tre anni l’avevano già operata diverse volte e lei piangeva in continuazione per il dolore e i genitori non sapevano come fare. Dopo che le hanno messo l’immaginetta di Jean sotto il cuscino non ha più pianto».

jean-thierry.beato-camerun-carmelitani-milano3APPARIZIONE DELLA MADONNA. Ma ci sono anche segni più eclatanti: «Intorno ai 20 anni, quando viveva ancora in Camerun, a Jean una notte è apparsa la Madonna. Quest’episodio l’ha raccontato il fratello, che dormiva nella stanza di fianco a lui e che a un certo punto l’ha sentito parlare con qualcuno. Il giorno dopo l’ha interrogato su chi fosse e dopo un po’ Jean ha rivelato che gli era apparsa la Madonna. Gli aveva parlato del Camerun e della missione».

PIOGGIA DI VOCAZIONI. Ai funerali del ragazzo, che si sono tenuti l’11 gennaio 2006 a Legnano, ha partecipato «una grande folla e pur nel dolore è stato un momento di grande gioia». La sua salma «contrariamente alle regole è stata riportata in Camerun» e la sua tomba ora è meta di continui pellegrinaggi.
Prima di morire, l’8 dicembre 2005, Jean grazie a una dispensa speciale ha potuto emettere la sua professione solenne nel Carmelo teresiano (foto in alto con padre Gabriele e la madre) e diventare così frate. Quanto per lui fosse importante la vita consacrata lo conferma padre Gabriele, che ricorda una delle ultime cose che Jean gli ha detto prima di morire: «Sono andato da lui in ospedale e abbiamo parlato della sua santa preferita: santa Teresa del Gesù Bambino. A un certo punto mi ha detto: “Io non farò come santa Teresina, che ha promesso una pioggia di rose dal cielo, no, io dal cielo farò piovere un diluvio di vocazioni”».

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