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Quello che (nonostante la propaganda) gli italiani hanno capito

maggio 5, 1999 Tempi

editoriale 16

L’Italia è l’unico paese occidentale che non è convinto della guerra giusta. Anzi, secondo i sondaggi europei (vedi grafico) siamo il paese Nato più ostile ai bombardamenti contro la Jugoslavia, un paese letteralmente spaccato in due tra sostenitori e oppositori. Davanti al sano e istintivo buon senso cattolico dei nostri concittadini, si sforzano gli opinion leader a spiegare che allora noi approviamo la pulizia etnica o che non sappiamo distinguere tra carnefici e vittime o che siamo fifoni o filoserbi come Santoro. Così, dato che l’Italia è, insieme, la portaerei di questa guerra e il membro Nato che meno incide sulle decisioni politico-militari del comando Alleato, per alleviare la debolezza interna del nostro governo, si fa ricorso a una propaganda molto simile a quella che veniva dalla bombardata tv serba. Allora, dato che Violante dice che Milosevic è la reincarnazione di Mussolini (oltre che la carriera politica di Milosevic si è svola tutta dentro il partito comunista, che Milosevic era già leader della Lega dei Comunisti di Serbia quando iniziò la repressione in Kosovo, che Milosevic ha combattuto tutte le guerre di seccessione in nome di un ideale socialcomunista e nazionalista, che la moglie di Milosevic è a tutt’oggi leader del partito neocomunista serbo), si dovrà anche rammentare che il Mussolinovic (e già Hitlerosovic) ha risieduto per molti anni negli Stati Uniti in qualità di responsabile delle relazioni della Banca Centrale Jugoslava con il Fondo Monetario Internazionale e che è stato il Ciampi di Belgrado. Bisognerà inoltre ricordare che, essendo il suo destino segnato, oggi Milosevic viene comprensibilmente raffigurato come un sanguinario dittatore africano ma… non è sorprendente che l’Idi Amin dei Balcani, nonostante i massacri in Bosnia degli anni 92’-94, gli embarghi e il cosiddetto “isolamento internazionale” della Serbia, abbia continuato tranquillamente a trafficare con l’Occidente e, grazie a questi affari, a pagare con moneta sonante l’apparato militare responsabile della repressione e degli eccidi in Kosovo? Ora, siccome a un giornale che non è di proprietà di grandi gruppi industriali, politici e finanziari non si può chiedere di essere tanto allineato sulla propaganda atlantista dall’esimersi dal ragionare, ci permettiamo di ricordare anche che (come abbiamo documentato nel numero scorso) con il “mostro” di Belgrado l’Italia ha intrattenuto normali rapporti commerciali fino al mese scorso, e che non più di qualche mese fa Telecom Italia ha rilevato al prezzo stracciato di 950 milioni di dollari il 49% di Telekom Serbia. Ricordiamo tutte queste cose non soltanto per evitare lo stucchevole oblio a cui ha dato stura la guerra iniziata il 24 marzo, ma soprattuto per suggerire ciò che era ed è nelle possibilità alternative alla guerra. Per evitare le stragi e pulizia etnica degli ultimi mesi, molto probabilmente sarebbe sato sufficiente fare come è stato fatto per la Russia, e cioé negoziare prestiti in cambio dell’autonomia del Kosovo e attendere la crescita di quel movimento democratico e non violento di Ibrahim Rugova. Immaginiamo già lo scandalo dei sostenitori della Nato come “società dei valori”. Ma se fosse stata tentata la cinica strada della politica del baratto e del riscatto di un popolo prigioniero, non si sarebbe potuto evitare il fiume di sangue e i disastri di un conflitto che non sappiamo ancora quali tremende sorprese ci riserverà? Forse no. Ma bisognava provarci. E comunque: un approccio realistico al caos della ex Jugoslavia avrebbe potuto far comprendere da tempo (almeno all’Europa) che la strada dello scontro frontale sarebbe stata catastrofica, in primis, per i kosovari. Un esempio? Nell’estate del 1996, un medico kosovaro che lavorava gratuitamente in una delle 72 cliniche (oggi rase al suolo) realizzate in Kosovo da un’organizzazione umanitaria (significativamente intitolata a Madre Teresa di Calcutta), all’inviato di un quotidiano polacco in visita alle scuole alternative organizzate dagli irredentisti a Pristina sullo stesso schema di apartheid dell’oppressore serbo, confessava: “È quest’odio che temo più di tutto. È orribile quello che è stato fatto a questa gente. Capisco tutto: la politica e la lotta per uno Stato. Sono albanese e mi sono unito al movimento di protesta. Ma qualche volta ho l’impressione che sia tutto quello che si insegna nelle scuole alternative. Otteniamo intere generazioni avvelenate dall’odio”. E ancora, nelle parole del non sospetto numero due della Lega democratica del Kosovo, vice di Rugova, Fehmi Agani: “Spuntano persone nuove che sconfessano il nostro metodo che consiste nel fare resistenza passiva. Siamo decisamente contrari a queste azioni”. Infine, a proposito degli ormai leggendari guerriglieri dell’Uck la giornalista rileva: “Su un punto serbi e albanesi sono d’accordo: non sanno chi siano questi terroristi, ma sono coscienti del pericolo che rappresentano per la pace” (cfr. Ana Uzelac, Gazeta Wyborcza, 9 agosto 1996, in “La notte del Kosovo”, i libri di Internazionale). Ricordiamocelo, dunque, non certo a giustificazione del terrore serbo, ma a memoria delle vittime di un conflitto che si doveva con ogni mezzo evitare: quando la Nato entrerà via terra e, Dio non voglia, migliaia di serbi moriranno e migliaia di kosovari riemergeranno dalle fosse comuni e centinaia di migliaia di serbi e di kosovari si riverseranno profughi in Europa e si dovranno impiantare fortezze Nato a Pristina, Skopje, Tirana e costruire muri come quello di Berlino per tenere separati nazionalismi ed etnie nei Balcani, non al popolo che si battè per la pace, non al Papa, non a chi ha avuto dubbi, perplessità e, infine, ha detto “no” alla guerra, si potrà imputare tutta questa rovina. Ma a quella politica interventista che ha ignorato o ha finto di ignorare che il prezzo di un’accelerazione verso l’irredentismo e l’indipendenza del Kosovo sarebbe stato pagato col sangue dei popoli e con un’Europa in frantumi. Per questo continuiamo a sperare nell’ennesimo tentativo russo di mediazione TEMPI

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