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Quella volpe di Prodi

settembre 8, 1999 Casadei Rodolfo

Per quanto riguarda il fatturato dell’ASE Prodi non ha chiarito
proprio nulla. E il fatto che sia stato prosciolto nella vicenda
dell’acquisizione della Bertolli da parte della Unilever non significa
che il suo comportamento sia stato corretto. Colloquio con Ambrose Evans-Pritchard, il giornalista che sta facendo le pulci al presidente designato della Commissione europea per conto del Daily Telegraph.
E che promette nuove puntate dell’inchiesta e altre sorprese.

Ambrose Evans-Pritchard, a giorni corrispondente del Daily Telegraph da Bruxelles, è l’uomo che ha mandato su tutte le furie Romano Prodi. Coi suoi articoli sulle passate vicende giudiziarie (Nomisma, privatizzazione Cirio-De Rica-Bertolli, Ase) del professore ha offuscato la buona immagine che dell’ex Presidente del Consiglio italiano aveva il pubblico britannico. Da essi – è il minimo che si può dire – Prodi esce ridimensionato al livello del consueto cliché dell’italiano furbo che riesce sempre a farla franca. Se subito dopo Ferragosto la Procura di Bologna si è vista costretta a riaprire una vecchia inchiesta sull’ASE, la società di consulenze di proprietà dei coniugi Prodi, la colpa – o il merito, a seconda dei punti di vista – è della penna di Evans-Pritchard, il segugio lanciato dal quotidiano londinese sulle orme del presidente designato della Commissione europea. “Noi britannici abbiamo nel sangue la caccia alla volpe”, sorride compiaciuto mister Ambrose mentre sorseggia il secondo bicchiere di buon vino francese in uno dei più noti ristoranti dello Strand londinese. Tuttavia questo quarantenne argentato dall’aspetto e dai modi professorali non ha affatto l’aria del segugio, e tanto meno del mastino, quanto piuttosto quella -tanto per ricambiare il clichè- dell’investigatore compassato e un po’ tenebroso. “Nella caccia alla volpe ci sono molte regole da rispettare, non si può arrivare allo scopo con qualunque mezzo”. Parrebbe una dichiarazione di guerra e insieme una professione di fair play, nel più puro stile britannico, ma è anche una richiesta un po’ impudente rivolta alla controparte: Evans-Pritchard sta per diventare il corrispondente del Daily Telegraph presso l’Unione Europea e, considerata la linea fortemente euroscettica del giornale, i suoi scontri con Prodi e la sua commissione diventeranno quasi quotidiani. Di qui l’opportunità di stabilire regole di ingaggio fra gentlemen. E tuttavia Evans-Pritchard non ha certo paura di giocare dure partite in trasferta: è stato corrispondente dall’America latina, negli anni del sandinismo e degli squadroni della morte, e dagli Stati Uniti, durante la prima presidenza Clinton. Parla benissimo spagnolo e mastica un po’ di italiano, imparato in gioventù quando ha frequentato corsi di storia dell’arte a Venezia e poi l’università per stranieri di Perugia.

Mister Evans-Pritchard, ha visto le dichiarazioni di Prodi? Dice che il Daily Telegraph continua a rimestare vecchie faccende già chiarite, che non c’è nulla di nuovo. Cosa ne dice?

Se non c’è nulla di nuovo, perché la Procura di Bologna ha riaperto l’indagine sull’ASE? Prodi sostiene che lui non era tenuto a dichiarare la proprietà dell’ASE all’atto dell’insediamento come presidente dell’IRI, ma questa è la sua interpretazione della normativa. Vediamo cosa ne pensa la giustizia italiana. Ma gli interrogativi attorno a questa società vanno al di là della questione della sua dichiarazione o meno.

E cioè?

Dopo tre mesi di pressioni da parte della stampa, ancora non sappiamo per quali consulenze Prodi e signora sono stati retribuiti e chi è che li ha pagati.

Prodi dice che tutte queste cose sono spiegate in una pagina che ha fatto inserire in un sito Internet dell’Unione Europea. Ha pure dettato l’indirizzo nelle sue interviste. E guardi che per gli italiani quando una cosa è scritta su Internet, è come se fosse scritta nella Bibbia.

Non è affatto vero. Prodi non ha fatto altro che trasportare nel sito Internet dell’Unione Europea dei dati che erano già pubblici, in quanto disponibili presso la Camera di Commercio di Bologna in computer accessibili al pubblico. L’unica novità consiste nell’aggiunta di un generico elenco di committenti, che sarebbero General Electric, Telesis International e Goldman Sachs. Ma non si specifica chi ha pagato quanto e per che cosa, soprattutto per quanto riguarda gli anni 1993 e 1994, che sono gli anni che registrano le entrate più alte e che coincidono, guarda caso, con gli anni del ritorno di Prodi all’IRI e della privatizzazione del gruppo alimentare dell’IRI a vantaggio della Unilever attraverso la mediazione della Goldman Sachs.

In un articolo lei ha scritto che fra i clienti dell’ASE c’erano Unilever e Goldman Sachs, ma per quanto riguarda la multinazionale anglo-olandese è stato smentito.

Proprio questa smentita è una delle cose più inquietanti di questa storia. Il nome della Unilever non me lo sono inventato io, me lo aveva comunicato, insieme a quello della Goldman Sachs, Piero Gnudi, un collaboratore di Prodi. Lui e Riccardo Franco Levi, il braccio destro di Prodi, mi avevano anche promesso di fornirmi copia dei contratti e di tutte le pezze giustificative delle consulenze fatturate all’ASE. Ma i giorni passavano e al Telegraph non arrivava proprio nulla, e infine il direttore ha deciso che il mio pezzo doveva uscire comunque. Una volta pubblicato, sono arrivate le smentite di Prodi e Unilever, i quali hanno precisato, contraddicendo quanto mi aveva detto Gnudi, che gli unici versamenti della seconda al primo consistevano in una cifra pari a 18 mila sterline all’anno (circa 54 milioni di lire) come retribuzione per il suo servizio di direttore consulente fra il ’90 e il ’93, e che essi avvenivano su un conto che non c’entrava nulla con l’ASE. Ho telefonato ancora a Bologna cercando di parlare con Riccardo Franco Levi per capire come fosse nato quell’equivoco e per chiedere di nuovo la documentazione che mi era stata promessa. Ma non sono più riuscito a parlare con lui, né mi è stato spedito alcunché. Siamo arrivati alla fine di agosto, e Prodi dice che tutto è chiarito su Internet: balle, quello che chiedevo io su Internet non c’è proprio, e sì che il tempo l’hanno avuto. Potrebbe nascere il sospetto che Unilever abbia pagato Prodi estero su estero per certi suoi servizi, una cosa che avrebbe risvolti fiscali e di altra natura piuttosto spiacevoli, per cui risulta necessario smentire qualunque rapporto oltre all’indennità di direttore consulente. Ma queste, ovviamente, sono solo ipotesi fantasiose.

Ma perché lei vuole legare così strettamente l’Unilever a Prodi? E’ vero che la privatizzazione della Bertolli, attuata da Prodi, è andata a loro vantaggio, ma a quel tempo lui non era più un loro consulente già da vari mesi. Su questa base l’ex presidente dell’IRI è stato già scagionato dalle accuse in fase istruttoria dal giudice Landi, nonostante la richiesta di rinvio a giudizio del PM Geremia.

Ma andiamo. Dall’inchiesta Castaldo, commissionata dal PM Geremia, si evince, documenti alla mano, che la Unilever era interessata all’acquisto già nel marzo del ’93, quando Prodi era ancora un loro consulente. La Unilever era interessata all’acquisto della Bertolli, e Prodi era l’unico advisory director italiano della Unilever: come fa a dire che non sapeva nulla? Come fa a sostenere che non poteva immaginare che la privatizzazione del gruppo alimentare Iri attraverso la Fi.Svi avrebbe favorito i suoi ex datori di lavoro? Ci sono fior di documenti, sequestrati dai carabinieri nel corso dell’indagine, che attestano contatti triangolari fra Fi.Svi, Unilever e IRI dopo che Prodi, in maggio, aveva assunto per la seconda volta la presidenza dell’IRI.

Lei pensa che Prodi abbia mentito ai giudici?

Per saperlo dovremmo disporre delle sue dichiarazioni giurate, cosa che finora non è stata possibile. Gli atti giudiziari relativi all’inchiesta sull’IRI sembrano avvolti dalla segretezza. Sono stato alla Procura di Roma e ho parlato con Edoardo Landi, il giudice che ha prosciolto Prodi. Gli ho chiesto di poter avere le relazioni dei periti, sia quella ordinata dal PM che quella voluta da lui, e il testo della pronuncia con cui scagionava Prodi. Ha detto di sì e mi ha mandato dal suo vice, ma quest’ultimo mi ha risposto che non potevo avere nessun atto dell’indagine, e nemmeno la sentenza di proscioglimento. Quest’ultima sono riuscito ad averla soltanto perché Prodi l’ha fatta distribuire durante una conferenza stampa. Forse i giudici romani hanno paura che la Procura di Perugia, competente su di loro, apra un’indagine su quel frettoloso proscioglimento: è una cosa che potrebbe succedere, no? Soprattutto se Prodi continua a dare tanto fastidio a D’Alema…

Ma se anche domani diventasse di pubblico dominio un documento dove Prodi risponde agli inquirenti “Non sono mai stato consapevole che l’Unilever fosse interessata alla Bertolli”, cosa cambierebbe? Vero o falso che sia, nessuno può dimostrare che a lui ne sia venuto un vantaggio indebito.

In Gran Bretagna non siamo affatto d’accordo con questo modo di ragionare. Il fatto che un uomo politico venga assolto da accuse penali non basta a farne la persona adatta a ricoprire importanti cariche istituzionali. Se la risposta di Prodi alle domande del PM è stata quella che immaginiamo, quella risposta equivale, nella mia opinione e in quella dei nostri lettori, a una falsa testimonianza sotto giuramento. Tale spergiuro può non avere risvolti penali, può non essere dimostrabile come tale, ma se la pubblica opinione si forma la convinzione che quello spergiuro c’è stato, il suo autore non sarà ritenuto affidabile come uomo politico. Nel mondo anglosassone uno che dicesse che non c’è conflitto d’interessi perché si è dimesso da una certa carica privata il giorno prima di assumere una certa carica pubblica, come ha fatto Prodi passando dall’Unilever all’Iri, provocherebbe indignazione. Non possiamo accettare un concetto così formalistico di conflitto di interessi e di risoluzione di quel conflitto. E non è tutto: negli anni Ottanta Prodi è sfuggito alla condanna nel caso IRI-Nomisma più che altro per un cavillo legale, perché non è stato considerato pubblico ufficiale.

Insomma, ce l’avete proprio su con Prodi. Non sarà una questione tutta politica? Voi siete filo-conservatori e anti-europeisti, lui è progressista ed europeista.

Contro Prodi e le sue idee non abbiamo proprio nulla. Le sue idee sono le nostre: è filo-atlantico come noi, crede nell’economia di mercato come noi. Che sia stato il leader di una coalizione di sinistra non significa proprio nulla. Quello che non possiamo accettare è che i leader europei decidano chi deve essere il presidente della Commissione europea senza dibattito, senza lasciare esaminare pubblicamente il dossier dell’uomo prescelto.

Spesso i politici italiani snobbano le critiche della stampa anglosassone dicendo che sono ispirate da grossi interessi finanziari.

Non credo che Prodi vorrà difendersi ricorrendo a questo argomento: se c’è qualcuno che ha aperto l’Italia agli interessi finanziari anglosassoni, questo è proprio lui.

L’inchiesta del Telegraph è finita? O dobbiamo aspettarci altre puntate?

L’inchiesta va avanti perché non abbiamo ancora ottenuto la risposta a due richieste: vedere tutta la documentazione dell’Ase, chi ha pagato chi e per cosa, e vedere le dichiarazioni giurate di Prodi durante l’inchiesta Geremia. Finché non avremo questo materiale, continueremo a insistere. E poi ci sono delle novità a proposito di Nomisma. Quali? Lo saprete a suo tempo.

Quando usciamo dal ristorante, Ambrose Evans-Pritchard ha perso qualcosa della sua iniziale tenebrosità: la cena, il vino e la conversazione lo hanno visibilmente rinfrancato. Avesse la giubba rossa, il casco e gli stivali neri, sarebbe bello e pronto per una battuta di caccia alla volpe. Che comunque non sembra rimandata di molto.

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