Google+

Quel treno per Belgrado

aprile 14, 1999 Biloslavo Fausto

Mentre prosegue indisturbata la pulizia etnica in Kosovo,
nei bunker di Belgrado i raid Nato alimentano l’odio nei
confronti dell’Occidente e la miccia della guerra civile rischia
di far esplodere anche il Montenegro
Reportage esclusivo dal fronte di una guerra che per ora ha solo molti sconfitti

Podgorica-Pec-Belgrado (dal nostro inviato). “Bombardan”, al posto di “doberdan” è il nuovo modo di dire buongiorno in Jugoslavia, dove i serbi, sotto una pioggia di missili e bombe della Nato dal 24 marzo, sono famosi per la loro ironia. In realtà non c’è molto da scherzare in questa Pasqua di sangue nei Balcani, soprattutto trascorrendola in uno dei rifugi antiaerei di Belgrado, la capitale della Federazione.

Morte allo “nazi-yankee”
“Io non faccio politica, perché il mio partito è la famiglia. Se solo capitasse qualcosa ai miei figli vi giuro che lo stesso accadrà ai figli di chi ci bombarda”, spiega con fredda calma un uomo con la barbetta, che essendo convinto di parlare con il nemico non vuole fornirci il nome. Abita nella zona del blocco 70 a Novi Beograd, dove, alla vigilia di Pasqua, tre missili Tomahawk sono passati sibilando quindici metri sopra i tetti di questa popolata periferia della capitale.

Gli ordigni hanno centrato in pieno una centrale termoelettrica e distrutto le turbine San Giorgio, costruite a Genova, sprigionando delle fiamme alte venti metri. I circa settemila civili, che abitano in anonimi palazzoni costruiti nello stile socialista, da qui al fiume Sava, vivono rintanati nei rifugi antiaerei, soprattutto di notte. Si tratta di grandi bunker, una decina di metri sotto terra, con due porte corazzate che li dividono dal mondo esterno. All’interno ci sono diversi stanzoni, con lunghe file di lettini a castello, composti da una semplice rete metallica e una variegata umanità. Un capo casa è armato di binocolo, un uomo con il basco di 62 anni paragona i bombardamenti nazisti di Belgrado del 1941 a quelli tecnologici di oggi ed un gruppo di giovani gioca a carte per ingannare il tempo. Sulle pareti i ragazzi hanno affisso disegni osceni di Madeleine Albright, il segretario di Stato americano, e giochi di parole contro la Nato. Un avviso mortuario ci informa che Clinton “boss di Hitler e Mussolini è deceduto con il suo saxofono”. Fuori dal rifugio una donna, con un bambino di due anni in carrozzella, se la prende con noi attirando ben presto una folla minacciosa. Deve intervenire la polizia per sedare gli animi di questa gente semplice, convinta di essere vittima di un complotto internazionale.

Un Tomahawk nell’orto Il viaggio di Tempi nell’inferno dei Balcani è iniziato dal Montenegro, la cenerentola della Federazione jugoslava, che fin dall’inizio del conflitto ha preferito chiamarsi fuori dalla guerra, rifiutandosi di imporre lo stato di emergenza, nella speranza di evitare i bombardamenti della Nato. Per Slobodan Milosevic, il presidente jugoslavo, la riottosa repubblica meridionale è una spina nel fianco a causa delle tendenze autonomiste del presidente montenegrino, Milo Djukanovic. E proprio questi contrasti hanno provocato un clima di guerra civile strisciante, che potrebbe sfociare in un colpo di stato dei pretoriani di Momir Bulatovic, fedele alfiere montenegrino di Belgrado. Da qualche giorno gli aerei occidentali stanno risparmiando il Montenegro, ma nella prima settimana di raid l’aeroporto militare di Podgorica, la capitale, e la base dell’esercito jugoslavo a Danilovgrad sono stati pesantemente colpiti. Avvicinarsi alle caserme bombardate è un’impresa perché i soldati della Voijska, 120mila in tutta la Jugoslavia, sono nervosi e hanno fatto passare un brutto quarto d’ora a diversi giornalisti. Riusciamo comunque a girare attorno all’obiettivo della Nato rendendoci conto che su tre hangar, utilizzati come deposito di mezzi, uno è accartocciato su se stesso, l’altro risulta seriamente danneggiato, mentre il terzo sembra intatto. Anche gli altri edifici della vasta base della seconda armata federale sono rimasti scheggiati dalla violenza dei bombardamenti, ma si intravedono ancora molti blindati nascosti fra gli alberi, anche se appaiono obsoleti per una guerra contro mezzo mondo.

Gli attacchi hanno causato diversi feriti, ma una sola vittima, un giovane diciannovenne di leva proveniente da Belgrado. Le bombe lo hanno carbonizzato ed il corpo è stato ritrovato orribilmente mutilato.

L’esercito jugoslavo è modellato sullo stile del defunto Patto di Varsavia e dotato di poche armi moderne. Colpisce, però, la ventata patriottica che si respira in un clima di scontro finale con l’Europa matrigna e ingrata. “Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con l’Italia e proprio in Montenegro è nata la regina Elena (sposa di Emanuele III di Savoia, ndr). Oggi ci bombardate, ma ricordatevi che non ci arrenderemo mai. E se la Nato decidesse di invaderci via terra cominciate ad ordinare le bare”, sostiene Neboisa Ikovic, comandante dei riservisti a Danilovgrad. È uno dei pochi militari in prima linea, che ha accettato di parlare liberamente a dei giornalisti considerati sempre più spesso delle spie. Nonostante la barba sfatta ed il volto segnato dalla stanchezza, indossa, con orgoglio, una divisa da combattimento a chiazze verdi e porta alla cintola una pistola russa. È lui a confermarci che le armi ad alta tecnologia della Nato talvolta fanno cilecca. Radomir Mijuskovic, che a settant’anni si diletta nel tempo libero a coltivare un piccolo terreno a Glava Zete si è ritrovato un missile Tomahawk conficcato fra le viti. Il minuscolo villaggio abitato da una quarantina di famiglie si trova a 25 chilometri da Danilovgrad. “L’ho visto passare a cento metri d’altezza e faceva il rumore di un piccolo aeroplano. È piombato giù verticalmente infilandosi nel terriccio bagnato. Per fortuna il vecchio Radomir stava rientrando in casa a causa della pioggia, ma la forza dell’impatto lo ha gettato a terra ed ora è sotto shock”, racconta Dragomir Trebjeshamin, che ha la famiglia a Glava Zete. Un giorno dopo il fattaccio, attorno al cratere largo cinque metri e profondo uno e mezzo, persiste un odore acre. Il piccolo campo è invaso da resti di circuiti eletronici, cavi di trasmissione e schegge che hanno raggiunto anche una scuola a duecento metri di distanza.

Molti sono convinti che il missile non è esploso, provocando una strage, perché Sem Vesilje ha fatto il miracolo. Sepolto nel vicino monastero di Ostrog, meta di continui pellegrinaggi, viene considerato una specie di San Gennaro ortodosso, poiché il suo corpo è rimasto intatto per secoli.

Un Kosovo senza albanesi Questa guerra è scoppiata per i due milioni di albanesi che aspirano all’indipendenza. Ironia della sorte, sono proprio loro, anziché venire liberati dalle bombe dell’Alleanza atlantica, a subire il destino più tragico. Entrando per pochi chilometri in Kosovo ci troviamo di fronte a una scena da film sulla seconda guerra mondiale, con il cavallo bianco che avanza a fatica tirandosi dietro un umile carretto pieno di disperati. Una quindicina di albanesi, anziani, donne e bambini, sopravvivono pigiati l’uno sull’altro in mezzo alle poche masserizie che sono riusciti a portarsi appresso nell’esodo forzato provocato dai serbi. Un vecchio con il pils, il tradizionale copricapo bianco a forma di cono, stringe le redini di questo improvvisato mezzo di fuga e piange. Fanno parte di una colonna che si perde a vista d’occhio e ha unito per giorni la cittadina montenegrina di Rozaje con quella kosovara di Pec, che contava 100mila abitanti, prima della pulizia etnica. I più fortunati hanno trovato un mezzo di trasporto, la maggioranza giunge a piedi, spesso in ciabatte, e in bicicletta. Qualcuno fugge addirittura in carriola spinta a forza di braccia dal nipote, come è capitato all’anziana e paralizzata Airia Zekai, che spunta da sotto una coperta, in mezzo a questa strada infernale circondata da muraglie di neve. Mustafa, un uomo di 62 anni, dallo sguardo spento, è riuscito a portare con sé solo una borsa da donna. “I poliziotti serbi mi hanno dato dieci minuti per abbandonare tutto e mettermi in marcia. Con la coda dell’occhio ho visto che stavano appiccando il fuoco alla mia casa, ma il peggio doveva ancora venire. Dei miliziani con i passamontagna neri calati sul volto hanno preso quattro ragazzi sui vent’anni dalla colonna dei profughi. Chiedevano loro dei soldi, ma i giovani non avevano denaro. Allora sono stati giustiziati senza pietà”, racconta l’anziano kosovaro tremando dal freddo e dalla paura. Poco dopo incrociamo un autobus carico di poliziotti dei corpi speciali serbi. Da dietro i finestrini ci scambiano fortunatamente per profughi invitandoci a gestacci a non fermarci, altrimenti sarebbe la fine. Difficile trovare riscontro agli orribili racconti dei sopravvissuti, che giurano di avere visto all’opera le Tigri, ovvero i volontari paramilitari serbi del famoso Arkan, indiziato dal tribunale per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Di fatto il Kosovo è chiuso ai giornalisti, ma trapelano anche storie di ordinaria umanità, come il coraggio dell’attivista del Partito socialista di Milosevic, che nasconde l’amico albanese per salvarlo. Oppure la vicina di casa serba che esce, nonostante i bombardamenti e le violenze, per procurare la pappa al neonato di una famiglia albanese, pregando Dio che non venga deportato. L’unica cosa certa è che almeno mezzo milione di kosovari hanno abbandonato la loro terra dall’inizio dei bombardamenti e 35mila sono stati dirottati in Montenegro rischiando di provocare una catastrofe umanitaria e ulteriori tensioni interne. Lo spostamento forzato potrebbe anche nascondere un piano di spartizione studiato dai serbi, che vedrebbe la zona di Pec, con alcuni importanti monasteri ortodossi, annessa al Montenegro, la regione nord orientale rimanere in mano alla Serbia e Pristina, la capitale del Kosovo, venire divisa a metà. “Molti si illudevano di poter assistere ai bombardamenti della Nato comodamente seduti in poltrona, ma io ho dovuto rintanarmi assieme ai vicini di casa serbi nei rifugi antiaerei – sottolinea con amarezza Adnan un giovane di 20 anni fuggito da Pec -. Ben presto ci siamo resi conto che esisteva un’altra faccia della medaglia. Le bombe ci avevano trasformato in ostaggi ottenendo, per ora, un solo risultato: un Kosovo senza albanesi”.

Verso Belgrado Il sistema migliore per raggiungere Belgrado, senza finire nelle mani della polizia militare, è il treno. “In questi giorni di guerra viaggiano solo i ferrovieri ed i pazzi” dice il controllore, che come i macchinisti ed i capostazione porta a tracolla uno zainetto con la maschera antigas. A Priboj iniziano i guai: il treno non può proseguire perché il contingente multinazionale sotto comando Nato, che opera in Bosnia per fare rispettare gli accordi di pace di Dayton, ha fatto saltare la ferrovia nel tratto in cui scorreva nella vicina repubblica, tagliando i collegamenti fra nord e sud della Jugoslavia. Non resta che proseguire in taxi fino a Uzice, pregando di venire scambiati per serbi e quindi evitare di venire fermati ai posti di blocco. Infine, riprendere il treno diretto a Belgrado. Gli scompartimenti sono semi vuoti, ma ci capita di incontrare una simpatica coppia di mezza età, che ha passato la seconda luna di miele sulla costa montenegrina in coincidenza con l’inizio degli attacchi. “Non abbiamo paura. Nostro figlio si è arruolato volontario e, se dovrà morire, lo farà, non per il governo di Milosevic che non ci è mai piaciuto, ma per il nostro paese”, spiegano i cordiali coniugi. A venti chilometri da Belgrado suona l’allarme aereo: il treno si infila in un tunnel, scavato nella roccia viva, e si ferma. Passiamo un’ora e mezzo al buio, senza riscaldamento. Alla fine la locomotiva spinge lentamente i vagoni fino alla periferia di Belgrado, ma non può raggiungere la stazione. Uno scassato autobus percorre delle strade deserte, mentre in cielo splende la luna piena. Dopo dodici ore e mezzo di viaggio, per percorrere meno di 500 chilometri, siamo nella capitale jugoslava, ma non è finita. Prima dell’alba una raffica di missili colpisce diversi obiettivi. Un enorme bagliore arancione illumina la città, mentre si susseguono le esplosioni. La guerra nei Balcani continua.

Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!

La rassegna stampa di Tempi
MailUp - Osservatorio statistico 2017 - banner download
Il Paradiso andata e ritorno - Di Giovanni Fighera

Tempi Motori – a cura di Red Live

Assieme ad ABS ed ESP, il sistema di controllo elettronico della trazione è un cardine dei sistemi di sicurezza montati sulla vostra auto. Nel caso non lo sappiate, è un dispositivo elettronico in grado di rendervi le cose più semplici quando la strada è scivolosa. Scopriamolo assieme

L'articolo ASR, cos’è e come funziona il controllo di trazione delle auto proviene da RED Live.

400 cv, 855 kg e 2G di accelerazione laterale. La prima Dallara omologata per circolare su strada vanta prestazioni da capogiro. Disponibile in configurazione barchetta, targa o coupé scatta da 0 a 100 km/h in 3,25 secondi. E noi ci abbiamo fatto un giro

L'articolo Dallara Stradale, siamo saliti sulla barchetta dei record proviene da RED Live.

Nata anche da un'imbeccata di Stefano Accorsi, questa 308 al Nandrolone trasferisce su strada il meglio della versione Cup

L'articolo Peugeot 308 by Arduini Corse, one off su base GTi proviene da RED Live.

In 100.000 hanno raggiunto Praga da tutto il mondo per celebrare i 115 anni di un marchio più arzillo che mai. Una buona occasione per parlare del futuro di Harley-Davidson (che sarà anche elettrico) ma non solo

L'articolo Harley-Davidson, 115 di questi anni proviene da RED Live.

Arriva una serie speciale frutto della collaborazione con la rivista femminile Elle. Materiali e colori inediti si accompagnano a un rinforzo di tecnologia a bordo. Prezzi a partire da 13.250 euro

L'articolo Citroën C1 Elle Special Edition proviene da RED Live.