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Quanto è breve e (in)felice la vita delle boyband

marzo 15, 2012 Elisabetta Longo

In principio furono i Jackson 5, poi arrivano i Duran Duran e negli anni 90 i Take That. Storie comuni di ragazzotti bellocci e quasi intonati, messi insieme per far guadagnare la major finché scioglimento non li separi.

Immaginiamo lo svolgimento di una riunione di una casa discografica in perdita. «Ci sono! Facciamo una boyband!» dice uno, tutti applaudono, la mozione è accolta, il progetto parte. Non c’è infatti niente più di una boyband in grado di far incassare una major, niente che riesca a muovere grandi numeri di adolescenti a comprare tutti i prodotti nuovi fatti da un gruppo di maschi prestanti, a malapena in grado di cantare una melodia pop, più che altro scelti in base a come si amalgamano visivamente. Allo stesso tempo non c’è peggiore etichetta per un gruppo che quella di essere una boyband.

I primi furono i Jackson 5, ma lì c’era una parvenza di serietà. Si trattava di fratelli, di affari di famiglia, di un periodo in cui l’industria discografica era ancora più o meno ingenua. Poi fu la volta dei Duran Duran (ma guai a dirlo ai puristi del pop anni Ottanta), il cui leader Simon LeBon era in grado di far innamorare le masse con un solo movimento del suo ciuffo biondo. E poi a metà degli anni Novanta arrivarono loro e niente fu più lo stesso: i Take That. La storia è nota, cinque bei ragazzi, melodie affabili, poi una mina impazzita in preda alla voglia di protagonismo chiamata Robbie Williams decide di intraprendere la carriera solista affossando così il gruppo di origine. Un meccanismo che poi si è ripetuto con i Boyzone e il solista Ronan Keating e con gli ‘N Sync e e il biondino Justin Timberlake, ex fidanzato di Britney Spears. Il successo delle boyband è sempre breve, scuote per un po’ le classifiche e poi i cd finiscono nel cestone delle offerte degli autogrill. È stato così anche per i Westlife, gli East 17, gli Ultra, i Tokyo Hotel, e ora è il turno dei One Direction, arrivati terzi all’edizione inglese di X-Factor e ospiti al nostro ultimo festival di Sanremo, e hanno anche vinto un premio ai recenti Brit Awards come Best single. Tutto secondo copione. Chi è pronto a scommettere che nei prossimi mesi uno del gruppo chiederà alla casa discografica di poter realizzare i suoi sogni da solista?

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