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Quanta gente pronta a farsi rovinare la vita da una droga sconosciuta

luglio 16, 2017 Luigi Amicone

Fino a che punto cammineranno sul filo, oscillando tra comportamenti a rischio caduta nelle dipendenze, questi 15-34enni che tra vent’anni saranno la società delle professioni?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – È un uomo grande e grosso, brizzolato, dall’aria vagamente trasandata. Si chiama Riccardo Gatti, 63 anni, una vita vissuta al fronte delle tossicodipendenze. Direttore del Dipartimento delle dipendenze dell’azienda socio-sanitaria milanese. Più che un mestiere, la sua è una vocazione. «Poi, vedete – conclude dopo una appassionata presentazione di dati drammatici in commissione consiliare – anch’io ho una famiglia alla quale voglio bene e amici con cui esco la sera. Però queste cose me le porto dentro. Non posso farci niente. È una questione di coscienza. Per questo vi dico, siamo rossi o neri, rimaniamo uniti, vi prego, facciamo qualcosa insieme». “Queste cose” sono cose tipo una foto che il nostro Gatti avrebbe voluto mostrare all’uditorio. E poi invece «no, scusate, farvi vedere la gamba di un ragazzo necrotizzata fino all’osso, con i muscoli al vivo, non per una malattia, ma per una droga di cui non sappiamo nulla, forse è troppo».

Siamo in pochi in queste ultime commissioni comunali desertificate dalla calura estiva. Eppure, bisognava esserci anche solo per delega (come il sottoscritto) e ascoltare quello che un “monaco” della medicina – e sia ben inteso, non occorre essere poveri in canna, anzi, occorre un dignitoso stipendio, come ce l’ha il Gatti, per essere “monaci”, cioè avere la libertà di lavorare anche fuori dall’orario di lavoro, come da vent’anni fa il Gatti – aveva da raccontare di un fenomeno che i dossier dei ministeri e delle forze dell’ordine «tendono a sottostimare, specie oggi che altre sembrano le emergenze». Non possiamo riportare quello che il medico ci ha chiesto espressamente di non riferire. Ma è dell’ordine delle Torri Gemelle e i vettori potrebbero essere gli stessi che fanno viaggiare i carichi delle attuali 250 tipologie (almeno) di droghe sintetiche.

Basta un dato su tutti. Sapete nella statistica ufficiale di quanti a Milano vengono ricoverati per “gravi intossicazioni” e per i quali interviene il Centro antiveleni più avanzato d’Italia, qual è la sostanza più incidente e, talvolta, dagli effetti mortali? Nessuno dei narcotici che conosciamo. Nessuno degli psicofarmaci. Nessuno dei veleni classificati. La percentuale più alta degli intossicati gravi, il 30 per cento circa, è vittima di sostanze sconosciute. Per questo, «il problema non sta nel rilanciare l’“allarme droga” che fa bene alla notizia di un giorno – una volta la coca, l’altro l’ecstasy, adesso la cannabis sintetica, eccetera». C’è da capire una cosa più profonda. E le tre “fotografie ragionate” proposte da Gatti sui fenomeni di dipendenza (droga, alcol, gioco d’azzardo) ce lo hanno fatto intendere chiaramente. «Siamo in vista di nuove epidemie o di qualcosa di peggio? Fino a che punto cammineranno sul filo, oscillando tra comportamenti a rischio caduta nelle dipendenze, questi 15-34enni che sembrano oggi i più esposti a tutti e tre i fenomeni di rischio dipendenza, e che tra vent’anni saranno i 35-54enni della società delle professioni? Quale mondo ci aspetta, qui, dietro l’angolo?».

Serve un Ideale certo e affettivo
Carmela Rozza, assessore alla Sicurezza, ci aveva introdotti all’audizione con un’informazione di cronaca. «L’abbattimento del boschetto di Rogoredo, dove i ragazzini venivano iniziati all’eroina con dosi svendute a 5 euro per tirarli nella rete della dipendenza (ripeto: non sto parlando di tossici abituali, sto parlando di 15-16enni), procede; adesso convocheremo Ferrovie dello Stato e Autostrade, perché naturalmente lo spaccio tende a spostarsi lungo la ferrovia, sotto i ponti della tangenziale, e noi dobbiamo fare pulizia». Brava Carmela. In queste cose siamo con te. Come ha detto il dottore, in queste cose non c’è destra o sinistra. C’è l’uomo e basta. Perciò, se c’è da “inciuciare”, inciuciamo.

Ps. Oltre a quanto recensito sopra, in commissione si è anche accennato al fatto che non è necessario essere come i katanghesi di Capanna che a Milano, alle colonne di San Lorenzo, cacciavano gli spacciatori a colpi di Hazet 36. O come certi nordirlandesi che sparavano agli spacciatori alle ginocchia. Non è che hai bisogno della violenza per combattere il disumano. Hai bisogno di un’alternativa umana afferrabile qui, ora, al volo. Prendete il sottoscritto. Ecco, uno che a 15 anni può cominciare il peggio di tutto e che a 60 deve capire che deve imparare tutto, può essere salvato dalla violenza e dall’alienazione solo da un Ideale reso certezza affettiva (e dalla presenza di maestri, non di strategia, ma di un Ideale certo e affettivo) che ri-mette al mondo non avendo paura di niente.
“Essere=Comunione”, diceva il don Giorgio dei miei 15-16 anni che ho rivisto al cimitero di Lambrate, sorridente, nella sua foto pietratombale, di quel sorriso bello, aperto, spaccone, che non ha più smesso di circolarmi nelle vene. Perciò, per quel poco che ne so, “comunione e liberazione” non potrà mai ridursi a essere l’istante del grido di Vasco ai suoi 220 mila fan.

Foto tratta da Shutterstock

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