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Quando la forza non basta

agosto 10, 2016 Rodolfo Casadei

Dai funghi di un tempo alla manipolazione genetica. Il doping c’è sempre stato. Ciò che è cambiato è la natura dell’uomo e il superamento dei suoi limiti

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Le accuse di doping hanno spinto sull’orlo dell’abisso un ex campione olimpionico di marcia reduce da una lunga squalifica come Alex Schwazer, impegnato in un estremo ricorso, mentre decine di atleti russi attendono il verdetto delle singole federazioni internazionali della loro disciplina. Mancherà sicuramente l’astista superstar Elena Isinbayeva, incolpevole vittima collaterale della squalifica comminata all’intera squadra russa di atletica leggera sospettata di “doping di Stato”, e la tennista Maria Sharapova.

I controlli antidoping non brillano per efficienza: il 24 giugno scorso la Wada (ente antidoping mondiale) aveva sospeso l’accredito al laboratorio di Rio de Janeiro per mancata conformità agli standard internazionali. Solo in extremis il laboratorio è stato riaccreditato. Se così non fosse stato per i controlli antidoping si sarebbero dovuti inviare i campioni a Losanna, come accadde durante i Mondiali di calcio di due anni fa.

Diciamolo: il problema non è organizzativo, è filosofico, antropologico, metafisico. Lo sport moderno nasce attorno a una contraddizione. Da una parte è pratica all’insegna del motto decoubertiniano “l’importante non è vincere, ma partecipare”; dunque è attività disinteressata, che permette a ciascuno di realizzarsi nella misura in cui la compie senza lasciarsi condizionare dall’imperativo del successo a tutti i costi. Ma Pierre De Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne, è la stessa persona che prese a prestito da un amico e scelse come motto del neonato Comitato olimpico internazionale (Cio) nel 1894 l’endiatri (insieme di tre parole per esprimere uno stesso concetto) latina “Altius, citius, fortius”. Cioè: più in alto, più veloce, più forte.

Come si accordano il giudizio che è più importante partecipare che vincere con l’esortazione a superare tutti i limiti? Il primo motto doveva rammentare che non tutto è lecito ai fini della vittoria: la slealtà non è ammessa, perché ci sono valori più importanti della vittoria. Da qui la lotta al doping: vincere sì, ma rispettando le regole e senza indebiti vantaggi rispetto agli altri concorrenti. Però il secondo motto è una sorta di istigazione al doping: esorti gli atleti a saltare più in alto, a correre più veloce e ad essere i più forti, e poi ti meravigli se fanno di tutto, compreso assumere sostanze dagli effetti stupefacenti, per eccellere?

Le eccellenze intrinseche
Il doping è vecchio come il mondo, e vecchie come il mondo sono le punizioni per i dopati. Il giuramento olimpico delle Olimpiade dell’antichità (776 a.C. – 339 d.C.) vietava esplicitamente l’uso di sostanze volte a migliorare le prestazioni atletiche durante le gare, e le sanzioni erano severe: andavano dalle squalifiche alle punizioni corporali. Ciononostante l’assunzione di ritrovati a base di erbe e funghi ma persino di testicoli di toro, e l’utilizzo di unguenti a base di sesamo, erano pratiche diffuse benché assolutamente vietate. Diversa radicalmente, però, è la visione dell’uomo e del mondo nelle due epoche: nelle Olimpiadi antiche il doping è vietato perché altera la natura umana individuale, che era chiamata a manifestare il grado di eccellenza delle sue qualità fisiche intrinseche.

Il valore centrale dell’epoca moderna invece è il superamento continuo dei limiti dell’umano, la dimostrazione che l’uomo non ha limiti se non quelli che lui si dà e poi oltrepassa o modifica di tempo in tempo. In altre parole: l’uomo non ha una natura ricevuta, ma se la dà da se stesso. In Pico della Mirandola, all’alba dell’umanesimo ateo, è Dio stesso che libera l’uomo dalla sua dipendenza dalla natura creaturale: «La natura rinchiude le altre specie in leggi da me stabilite», dice rivolgendosi ad Adamo nel Discorso sulla dignità dell’uomo. «Ma tu, che nessun limite restringe, col tuo proprio arbitrio, fra le mani del quale ti ho posto, definisciti da te stesso». Lo sport moderno è la sintesi del pensiero moderno: superando se stesso, cioè stabilendo sempre nuovi record, l’uomo compie la sua natura, che consiste nel ridefinire continuamente la sua natura attraverso superamenti successivi e senza fine dei limiti precedentemente posti.

In questa ottica, il divieto del doping e la punizione per i trasgressori continuano a essere sanzioni contro chi non accetta la propria natura umana, ma il concetto di natura umana è totalmente cambiato. Nell’ottica moderna chi ricorre al doping va punito perché il suo comportamento rappresenta un cedimento alla visione religiosa del mondo, quella secondo cui l’uomo non è padrone di se stesso ma dipende da Altro: come persona moderna dovrebbe dimostrare che l’uomo sa governarsi da sé, che l’autonomia produce risultati virtuosi, che l’uomo sa rispettare le regole che da se stesso si è dato senza bisogno di un’autorità esteriore (eteronomia contro autonomia). Ma soprattutto il doping riecheggia l’idea religiosa secondo cui l’uomo non basta a se stesso, ha bisogno di qualcosa che viene da fuori di lui, non può fare a meno di un intervento dall’esterno, ha bisogno di qualcosa che non è suo per riuscire in grandi imprese, ha bisogno della Grazia per fare il bene.

Ingegnerizzare dal concepimento
All’esecrazione moderna del doping corrisponde però la quasi impossibilità di combatterlo per due ragioni, una pratica e una culturale, intrinseche alla modernità: il ritmo travolgente delle scoperte scientifiche e delle loro applicazioni tecnologiche, compresi i sempre nuovi farmaci illegali che schiere di atleti assumono, e il culto della performance. Per annientare la pratica del doping bisognerebbe arrestare il progresso scientifico farmacologico e abolire il motto “altius, citius, fortius” lasciando solo quello che dice “l’importante non è vincere, ma partecipare”.

Come uscirne? La strada è segnata: interiorizzare il doping, farlo rientrare nella definizione di natura umana. In concreto, ingegnerizzare gli esseri umani al momento del concepimento: selezionare gli embrioni e dotarli di un patrimonio genetico che permetterà all’individuo adulto di realizzare prestazioni di altissimo livello. Del doping genetico si parla già da quindici anni, non è escluso che qualche atleta lo abbia praticato: attraverso virus disattivati si potrebbero portare all’interno delle cellule geni che sviluppino determinate capacità fisiche. Le autorità preposte hanno già allestito i divieti prima ancora che si possa con certezza affermare che tali pratiche esistono e qualcuno le sta attuando.

Ma cosa potrebbe fare la Wada di fronte ad atleti le cui doti sono state incrementate al momento del concepimento, grazie a sapienti dosaggi genici? Evidentemente nulla, perché tali interventi sarebbero avvenuti prima della nascita, non avrebbero alterato un soggetto, ma lo avrebbero costituito. Potrebbe però far notare il paradosso: l’uomo che voleva darsi da sé la propria natura è tornato a essere un soggetto che la riceve da altri. Dagli scienziati nei laboratori e dai presidenti delle federazioni sportive che pensano alle medaglie del futuro, per la precisione.

Foto Ansa

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1 Commenti

  1. Silvana scrive:

    Che tristezza infinita

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