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Quando la Ddr vendeva cavie umane alle ditte farmaceutiche

dicembre 10, 2012 Angelo Bonaguro

Le storie agghiaccianti rivelate da un documentario sulle «esportazioni non materiali» che la Germania Est faceva negli anni Ottanta con le aziende occidentali

«Al centro c’è la persona» stava scritto nella Costituzione della Germania Est, dove i cittadini avevano diritto all’assistenza sanitaria gratuita, comprese le medicine. L’assistenza di base aveva raggiunto un livello relativamente alto e, almeno di facciata, la sanità tedesco-orientale poteva competere nel mondo scientifico al punto da fare scuola al personale sanitario dei paesi in via di sviluppo. Ma dietro a quel mondo apparentemente perfetto viveva un sistema dagli aspetti misteriosi ed inquietanti, ben messi in luce dal documentario andato in onda sul primo canale della tv tedesca qualche giorno fa, intitolato “Test e morti – Le ricerche farmacologiche su cittadini tedesco-orientali”.

SVOLTA NEGLI ANNI OTTANTA. Quando negli anni Ottanta il paese finì economicamente nel baratro, la parola d’ordine fu: vendere all’Occidente per incassare moneta pregiata. Così nel 1983 i vertici della sanità tedesco-orientale ebbero un’idea: mettere a disposizione delle ditte farmaceutiche occidentali strutture e pazienti per svolgere test clinici su nuovi preparati. Un anonimo ufficio al nr. 8 della Bruno-Traut Strasse di Berlino Est divenne il luogo di incontro tra rappresentanti occidentali e la Berliner Import-Export, agenzia controllata dalla Stasi che offriva cavie umane inconsapevoli (definite «esportazioni non materiali»). Gli autori del documentario hanno intervistato diversi responsabili dell’epoca, scavando negli archivi della Commissione federale che conserva i documenti della Stasi e presentando alcune storie. Come quella di Eli Schneider, un’anziana con problemi di depressione che trovò posto in una clinica solo dopo aver accettato di sottoporsi a un imprecisato trial clinico che ne peggiorò la salute. Dopo l’89 sua figlia scoprì che le era stato somministrato del brofaromin usato come antidepressivo per uno studio commissionato da una ditta straniera.

«PER SOLDI VENDUTA LA SALUTE DEI CITTADINI». Gerhardt Lehrer aveva invece seri problemi cardiaci e fu «curato» con delle capsule che gli fornivano solo in ospedale. La vedova conserva ancora alcune di quelle capsule, i giornalisti ne hanno ripercorso la storia rintracciando il documento che dettagliava lo studio e ne hanno fatto analizzare il contenuto, ma del Ramipril che avrebbero dovuto contenere non c’è traccia: l’anziano paziente era finito nel «gruppo con placebo» nonostante fosse seriamente malato. Per mantenerlo in vita sarebbero bastati farmaci comuni, ma nessuno glieli prescrisse. La signora Lehrer oggi non si capacita: «Per soldi hanno venduto la salute dei cittadini». Proprio così: nell’87 la tariffa pagata dalle ditte farmaceutiche occidentali per un test clinico come quello subito da suo marito era di 3800 marchi. Un anno prima, la Germania Est incassò 2.687.000 marchi per studi analoghi.

EVITARE LA DIFFUSIONE DI NOTIZIE ALLARMANTI. L’ex-direttore ricerche della Hoechst, Hans-Georg Wolters, spiega che, una volta raggiunto l’accordo, le autorità di Berlino Est si occupavano di tutta la procedura e imponevano ai loro medici di eseguire i test, spesso senza neppure spiegare di cosa si trattasse. La Stasi sorvegliava i casi più a rischio in cui i medici si ritrovavano pazienti in fin di vita e non erano più in grado di controllare la situazione: occorreva assolutamente evitare che notizie allarmanti si diffondessero nel mondo scientifico interrompendo così l’afflusso di valuta pregiata. Per una ditta farmaceutica – ricorda Wolters – era fondamentale essere sul mercato il più in fretta possibile per battere la concorrenza, perciò era essenziale reperire velocemente i volontari per i test. La Germania Est offriva la possibilità di superare ostacoli etico-burocratici e velocizzare i tempi.

QUEL BOOM DI “VOLONTARI”. Hubert Bruchmüller, quando gli diagnosticarono una grave malattia cardiaca, era un ragazzotto che amava lo sport. Anche a lui dissero che l’unica possibilità era il ricovero in clinica, dove sarebbe stato sottoposto a cure particolari. Dalla sua cartella emergono referti del trial clinico dello Spirapril commissionato dall’estero. Non c’è traccia di informazioni fornite al «volontario» né del suo consenso, come prevedeva anche la legislazione tedesco-orientale. Ma in quegli anni l’appetito per questo business era tale che dall’alto si «consigliava» ai medici di non stare troppo a guardare la forma: intendevano forse boicottare l’economia del paese invece che aiutarla? Il signor Bruchmüller oggi è invalido ma è ancora in vita, a differenza di altri «volontari» come lui e come migliaia di suoi concittadini. Dopo l’89 il «laboratorio tedesco-orientale» fu chiuso, ma chi restituirà dignità a quelle persone? Un paese che non esiste più? Oppure chi non si mai chiesto come mai la Germania Est pullulasse di «volontari»?

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