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Qual è l’unico ambito dell’economia reale che regge alla crisi? Il terzo settore (nonostante i ritardi dello Stato)

luglio 26, 2014 Matteo Rigamonti

Per il volontariato arriva una boccata d’ossigeno: il 5 per mille verrà anticipato dal Banco Popolare. «Così aiutiamo chi risponde ai bisogni reali del territorio»

La crisi morde, le imprese chiudono, il terzo settore resiste. E oggi c’è chi gli darà un aiuto in più. In attesa che il Governo lo stabilizzi come promesso, il Banco Popolare ha deciso di anticipare alle organizzazioni di volontariato e a tutto il terzo settore il 5 per mille. C’è una consistente fetta dell’economia reale dove, nonostante la congiuntura economica, otto imprese su dieci chiudono l’anno fiscale senza che il bilancio sia negativo. È il terzo settore. Nel 2013 l’81,5 per cento delle organizzazioni ha concluso l’ultimo esercizio in pareggio (48,2) o in leggero utile (33,3). Mentre solo il 13,4 per cento lo ha fatto in passivo. Un dato importante se si considera che, secondo la Banca d’Italia, la quota di imprese con almeno venti addetti che ha conseguito un utile nell’anno che avrebbe dovuto segnare l’inizio della ripresa ma non l’ha fatto, si è fermata al 56 per cento.

Il dato è contenuto nella ricerca “Le organizzazioni di volontariato in Italia. Tra performances economiche, caratteri strutturali e questioni di credito”, curata dalla Fondazione volontariato e partecipazione, dal Centro nazionale per il volontariato e dal Banco Popolare e condotta su un campione di 1.897 presidenti di organizzazioni di volontariato, rappresentative di un universo composto da 26.300 realtà. Un campione rilevante, visto che, come riporta l’ultimo censimento Istat, il terzo settore in Italia, tra organizzazioni no profit, associazioni di promozione sociale, onlus, enti di ricerca scientifica, sanitaria e università, conta oltre 300 mila istituzioni, 680 mila lavoratori (il 3,4 per cento della forza lavoro italiana) e coinvolge qualcosa come 3 milioni di volontari.

Tra i numerosi dati contenuti nella ricerca, che è stata presentata a Palazzo Altieri a Roma in occasione del convegno “Diamo credito al volontariato”, soprattutto un paio hanno colpito l’uditorio. In primo luogo, il fatto che il 97,9 per cento delle organizzazioni di volontariato riesce ad affrontare le spese correnti nonostante la crisi (il 63,6 per cento lo fa senza problemi e il 34,3 per cento comunque vi riesce, sia pur con qualche difficoltà). In secondo luogo che, in quasi la metà dei casi (il 46,1 per cento), eventuali improvvise esigenze di liquidità sono affrontate ricorrendo all’autofinanziamento. Nell’altra metà dei casi (48,7), invece, solitamente le organizzazioni si rivolgono alle banche, cosa che abitudinariamente non fanno se non in misura assai limitata. A conferma dell’effettiva buona salute finanziaria del terzo settore in Italia.

caritas-menseProgrammare con tranquillità
E mentre la pubblica amministrazione prosegue nella sua atavica incapacità di pagare per tempo le imprese, no profit compreso – nessuno, infatti, ancora ha detto quanti dei 90 miliardi di euro di stock di debito accumulato al 31 dicembre 2012 sono stati effettivamente saldati e quanti, invece, ad essi si sono sommati –, i ritardi e le complicazioni burocratiche che gli enti pubblici riservano al terzo settore non sembrerebbero tuttavia minacciarne l’esistenza. Perlomeno non come certe imprese private. Il 15 per cento delle organizzazioni di volontariato, infatti, ha crediti in essere con la Pa, ma solo nel 6,8 per cento dei casi essi si riverberano in modo grave sulla situazione di liquidità. Solo il 2,2 per cento, invece, dichiara di avere difficoltà nel pagare a sua volta i debiti contratti e appena il 2,6 per cento incontra difficoltà nel riscuotere crediti presso i privati.

A rappresentare un più serio motivo di incertezza e preoccupazione per le organizzazioni di volontariato è, piuttosto, il ritardo con cui lo Stato liquida l’importo raccolto grazie alle campagne del 5 per mille. Un ritardo che non sempre permette alle organizzazioni del terzo settore di programmare con certezza e in piena serenità i budget degli anni a venire. I ritardi arrivano a superare i 12 mesi e spesso si attestano a 18 se non addirittura a 24 mesi. Come se non bastasse la tanto attesa stabilizzazione del 5 per mille non avverrà prima del 2015, quando dovrebbe andare in porto insieme a tutta la riforma del terzo settore. Come ha prospettato il sottosegretario al Lavoro con delega al terzo settore Luigi Bobba in occasione del convegno a Palazzo Altieri, prima che il 5 per mille possa divenire a pieno titolo una legge dello Stato italiano, occorrono due passaggi non immediati: che il disegno di legge delega di riforma del terzo settore sia convertito in legge – e ciò dovrebbe avvenire entro l’anno – e poi che vengano stilati dei decreti attuativi, attesi per i primi mesi del 2015.
Oggi, invece, il 5 per mille viene rinnovato di anno in anno in occasione dell’approvazione della legge finanziaria. Quasi che si trattasse di una graziosa concessione da parte dei pubblici poteri alla società civile, che pure paga regolarmente le tasse. Con buona pace al monito assai caro a papa Paolo VI per cui non deve mai essere «dato per carità ciò che è dovuto per giustizia», come ha ricordato a Roma monsignor Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana.

No profit ed efficienza
In attesa che il Parlamento faccia il suo lavoro e la legge il suo corso, il Banco Popolare ha voluto prendere il toro per le corna. Nella sala di Palazzo Altieri il suo presidente Carlo Fratta Pasini ha annunciato l’anticipo del 5 per mille per le organizzazioni del terzo settore che ne faranno richiesta. Si tratta di una forma di finanziamento prevista per tutti i soggetti autorizzati dall’Agenzia delle entrate, quelli cioè che hanno già le carte in regola per ricevere il 5 per mille, con lo scopo di supportare concretamente la loro attività. L’anticipo del 5 per mille coprirà fino al 100 per cento del valore in caso di importi inferiori o pari ai 100 mila euro, mentre l’80 per cento per importi superiori. Gli interessi? Sono minimi, quelli pari a zero, è ben noto, esistono soltanto nelle réclame.

«È importante – ha detto Fratta Pasini – sostenere il terzo settore. Troppo a lungo, infatti, è stato sottovalutato per via del pregiudizio che laddove non c’è profitto non può esserci efficienza». Ma non è affatto così. E sono i numeri a dimostrarlo. Per esempio, le organizzazioni del terzo settore che hanno avviato nuovi progetti in risposta a bisogni territoriali nell’ultimo anno sono state il 48,1 per cento (erano il 59,5 nel 2011). Il numero di soci è diminuito solo nel 14,5 per cento dei casi, mentre è risultato stazionario nel 51,9 per cento e in aumento nel restante 33,6 per cento. E lo stesso andamento si è registrato per quanto riguarda il numero dei volontari.

Il presidente Fratta Pasini, poi, si è detto personalmente convinto «che ci attendono anni critici, severi, che saranno caratterizzati da una sempre maggiore ritirata del welfare state». Ulteriore motivo per cui «bisogna proteggere le organizzazioni di volontariato, sulle quali, purtroppo, la crisi esercita un effetto asimmetrico, riducendo le domande di beni ma aumentando al contempo quelle di servizi». Ed è per questo che, secondo il presidente di Banco Popolare, quando si parla di terzo settore è quanto mai importante «saper distinguere i soggetti e i progetti migliori, per premiare quelli che valgono, promuovendo un atteggiamento proattivo e sussidiario che sia capace di valorizzare chi si mette insieme per rispondere ai bisogni reali delle persone e del territorio».

banco-popolare-no-profitLe richieste delle organizzazioni
Certo, le banche non si muovono per beneficenza, o perlomeno non solo per quello, visto che il Banco Popolare ha comunque stanziato nel 2013 donazioni a fondo perduto per un totale pari a circa 5 milioni di euro. Gli istituti di credito fanno il loro mestiere, cercano settori dell’economia su cui puntare per incrementare i loro guadagni. E il no profit è uno di quei comparti che in questo periodo di crisi ha attratto l’attenzione di molti, non fosse altro che per la sua tenuta e le sue ulteriori prospettive di crescita.

Senza contare, poi, la rete di relazioni e contatti che il no profit può garantire agli istituti di credito, aprendo ulteriori prospettive di crescita. A confermare l’utilità della misura dell’anticipo del 5 per mille sono proprio i diretti interessati. La Caritas diocesana di Roma, per esempio, presente al convegno con il suo direttore monsignor Francesco Soddu, confida a Tempi che l’anticipo del 5 per mille è una misura utile, attesa e fondamentale per riuscire a programmare con maggiore tranquillità le spese.

La principale richiesta rivolta dalle organizzazioni del terzo settore alle banche, però, rimane sempre quella di conti correnti dai costi il più contenuti possibile. Un auspicio espresso dal 31,6 per cento di esse, seguito da una maggiore disponibilità da parte delle banche nel valutare i progetti di volontariato in cerca di finanziamento (17,1 per cento) e da quella di prevedere forme di finanziamento personalizzate e prodotti mirati per le organizzazioni no profit (11,4).

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