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Pubblicare tutte le intercettazioni è un concetto distorto di libertà di stampa

settembre 3, 2012 Francesco Amicone

Intervista a Ruben Razzante, docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica. «Le alte cariche non vanno intercettate. Nel caso di Napolitano, ma anche per quel che riguarda Berlusconi, c’è stata una violazione»

Secondo Marco Travaglio, giornalista del Fatto Quotidiano e guru della “libera informazione”, la ricetta per una cronaca “equilibrata” sarebbe quella di fornire ai giornalisti «tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto», e anche delle indagini difensive, intercettazioni comprese, lasciando poi al giornalista «la libertà di pubblicare quelle di interesse pubblico». Per Ruben Razzante, docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano, il concetto di interesse pubblico è difficilmente ravvisabile, dunque «si dovrebbe impedire la pubblicazione di qualsiasi intercettazione non strettamente connessa all’indagine, a prescindere dalla sua ipotetica rilevanza pubblica».

Le intercettazioni al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno una rilevanza processuale «minima», ma ci sono state altre, come quelle a Silvio Berlusconi che non ne avevano alcuna e che, tuttavia, sono state pubblicate proprio sulla base di un’ipotetica rilevanza pubblica.
Il concetto di “interesse pubblico” non può prescindere dal rilievo giudiziario. Il diritto alla riservatezza vale per tutti i cittadini, compresi i funzionari dello Stato. Le violazioni alla riservatezza non possono essere giustificate che dalla rilevanza penale delle intercettazioni. Per quanto riguarda la vicenda che ha coinvolto Napolitano, io sono convinto che le alte cariche dello Stato non vadano intercettate, e che perciò sia avvenuta una violazione, nella quale si era precedentemente incorsi nelle vicende dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

Anche la libertà d’espressione è un diritto costituzionale.
Però non è una patente che rende lecito ogni violazione di ogni altro diritto. Questo è un concetto distorto di libertà di stampa. Meglio non pubblicare ciò che incorrere in una grave violazione. Ricordiamoci che il termine “inviolabilità”, applicato al diritto alla privacy, è stato usato dai costituenti con il contagocce, proprio per dotare l’espressione di una notevole forza giuridica. E perciò si tratta di un diritto “forte”. Inoltre, nel codice deontologico dei giornalisti si prevede il requisito dell’essenzialità dell’informazione. La maggior parte delle intercettazioni pubblicate sono invece quasi sempre non essenziali.

Il ministro della Giustizia Paola Severino ha dichiarato che sulle intercettazioni il governo non ha in cantiere né un disegno di legge, né tanto meno un decreto legge. Ma non è urgente una riforma?
Senz’altro è urgente. Il problema però è la convergenza fra le forze politiche. Lo sconcerto per l’utilizzo mediatico dello strumento è trasversale: dovrebbero capirlo per primi i giornalisti, che sono interessati a vendere i giornali e non a scandalizzare i lettori, che, per crisi di rigetto, non leggono più. Per questo sarebbe utile che l’Ordine dei Giornalisti si attivasse per arrivare a una soluzione. Ciò renderebbe più credibile la stampa.

Anche Ilda Bocassini, procuratore aggiunto a Milano che segue l’inchiesta sul Ruby-gate, si è sentita «indignata»  leggendo sul giornale delle «cose che non si dovrebbero leggere». L’autoregolamentazione da parte dei giornalisti risolverebbe i problemi?
Almeno ci si potrebbe provare. Oggi, la situazione è fuori controllo, lo sappiamo, perciò è inutile gridare al “bavaglio” e poi non fare nulla per arginare questi abusi. Per i giornalisti scrupolosi la disciplina del diritto di cronaca non può prescindere dal diritto alla riservatezza. Altrimenti chiunque potrebbe spiare in nome di un “pubblico interesse”.

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