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Pubblicano le telefonate al Quirinale. Perché non pubblicano anche quelle a Ezio Mauro?

giugno 19, 2012 Luigi Amicone

Trattativa Stato-mafia. Rosolano a fuoco lento i consiglieri del Quirinale. Ma la pira è accesa per lui, Giorgio Napolitano.

È da qualche giorno che è iniziato il rosolamento a fuoco lento dei consiglieri del Quirinale. Ma la pira, si capisce, è accesa per lui, nientemeno che l’inquilino del più alto Colle, Giorgio Napolitano.
Il fuoco è stato attizzato da Repubblica, a cominciare dal weekend di settimana scorsa, nel braciere che la Procura di Palermo ha acceso sotto le natiche dei protagonisti della presunta “trattativa Stato-mafia”. Naturalmente, tra gli altri, risultano agli atti depositati dai pm palermitani i testi delle intercettazioni di telefonate intercorse tra l’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino, e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio. E naturalmente Repubblica li ha resi noti.

Nel quadro del teorema “trattativa Stato-mafia”, procuratori palermitani mossi da “passione civile” hanno dunque messo sotto accusa un po’ di tutto. Generali dei carabinieri, ex ministri degli Interni, alti funzionari dello Stato (addirittura spunta adesso dalle carte il nome di Oscar Luigi Scalfaro, pensate un po’, quella buon anima di un presidente che in altre stagioni fu proprio Repubblica a beatificare, quando serviva ancora all’utile campagna antiberlusconiana).

L’affresco criminale è buono. Almeno per il contesto grillino attuale. Più difficile, invece, sarà portare a processo atti di governo e conversazioni tra le più alte cariche dello Stato accadute vent’anni fa. E ricostruite col sussidio di accusatori (pentiti di mafia e pentiti della politica) che solo adesso ricordano “strane” frequentazioni e “strane” decisioni, tipo quella di sospendere il regime di carcere duro a un certo numero di mafiosi (ma quello non fu lo stesso governo il cui ultimo atto fu l’amabile concessione all’ingegnere De Benedetti della telefonìa mobile?). Ma, ribadiamolo, l’affresco è comunque molto buono per romanzare un libro di Camilleri e sceneggiare un film di Placido.

Insomma, detto in estrema sobrietà: l’ultimo romanzo criminale che viene da Palermo è il romanzo criminale dei ricorrenti “misteri italiani” visti col senno di poi. È l’eterno romanzo delle stragi italiane (nel caso, di Capaci e via D’Amelio), lette e rilette per fini politici prevedibili, a processi conclusi da anni e, all’occorrenza, riaperti con questa idea fissa che i fatti nascondano sempre un doppio o quadruplo fondo. Quindi bisogna continuare le indagini e perseguire i “livelli superiori di contiguità”. Tutto ciò avviene al di là dei fatti di Totò Riina materialmente arrestato e dei capi della mafia materialmente catturati dagli stessi personaggi che adesso vengono accusati di aver trattato con Riina e con i suoi capi mafiosi. Tutto ciò avviene relativizzando i fatti ed esaltando le opinioni.

Tutto ciò avviene lasciando «incredulo e preoccupato» addirittura Nello Rossi, procuratore di Roma e leader storico di Magistratura democratica, intervenuto a difesa di indagati dai pm palermitani (nel caso, il novantunenne ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso) anche «senza conoscere le carte». Ingerenza indebita? E quando mai ha spiegato Rossi, rammentando che «Magistratura Democratica è nata proprio sulle ingerenze» (e speriamo che MD le apprezzi, queste ingerenze, anche per gli indagati non vicini a MD)

Ora, teorema a parte, la domanda che ritorna è: come mai i giornalisti di Repubblica riescono a ottenere i verbali degli interrogatori e i brogliacci delle intercettazioni prima che ne entrino in possesso gli stessi indagati e intercettati? Bè, riescono ad ottenere quel che vogliono perché quelli di Repubblica sono i più bravi. Giusto. Ma perché sono proprio quelli di Repubblica a essere i più bravi nell’ottenere le carte dei tribunali?

Ed ecco che negli ultimi due giorni Repubblica ha risposto così. Ieri con un articolo in cui Liana Milella deplora il divieto (loro lo chiamano “bavaglio”) previsto dalla riforma del ministro Severino di pubblicare telefonate che coinvolgono persone estranee alle indagini. Oggi con una lunga articolessa di Piero Colaprico ove si mostra, esplicitamente e con ampia casistica, l’importanza delle intercettazioni per l’uso politico che di esse se ne può e se ne deve fare. A questo punto uno si chiede: ma se Repubblica è così convinta della rilevanza politica che ha la pubblicazione delle intercettazioni e non vuole alcun “bavaglio” nemmeno allo sputtanamento in pubblico di persone estranee alle indagini, perché oltre alla lezione di “riunione di redazione” non mette in rete anche le sue telefonate, quelle del suo editore, del suo direttore, dei suoi redattori? Perché non si adegua a quei parametri di “diritto di informazione” con cui si applica nel perseguire la pubblicità del privato dei propri avversari politici? Naturalmente sono domande sciocche e retoriche. Repubblica è Repubblica. E naturalmente ogni scarraffone è bello a mamma sua.

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