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Pronto a morire per la pace

novembre 22, 2016 Leone Grotti

Intervista al cardinale Dieudonné Nzapalainga, l’uomo che ha ridato con l’esempio una speranza al Centrafrica. «E voi europei potete imparare da noi»

nzapalainga

Il cardinale arcivescovo Dieudonné Nzapalainga con il sindaco di Bangui, Atahirou-Balla Dodo, all’interno del Km 5

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

DAL NOSTRO INVIATO A BANGUI (CENTRAFRICA). L’Oubangui è un gigante d’acqua che scorre placido per 2.200 chilometri attraverso l’Africa centrale e termina la sua corsa tuffandosi nel fiume Congo. Passando per Bangui, dove si esibisce in rapide vorticose, bagna da una parte la riva della Repubblica e dall’altra lambisce le verdi colline del Congo. È risalendo l’Oubangui che i missionari spiritani, partendo da Brazzaville, hanno raggiunto il Centrafrica a bordo di piroghe nel 1894. La vista migliore sul fiume si gode da Saint-Paul-des-Rapides, dove in posizione sopraelevata sulla sponda dell’Oubangui gli spiritani hanno stabilito la prima missione cattolica, da dove è cominciata l’evangelizzazione dell’ex colonia francese. Questo è il luogo più sacro del Centrafrica ed è qui che è stato costruito l’arcivescovado, dove dimora Dieudonné Nzapalainga, 49 anni, quinto di 14 figli, appena nominato cardinale da papa Francesco. Su una terrazza che si affaccia sul grande fiume, Nzapalainga, che in sango significa “Dio sa”, riceve Tempi e ci concede un’intervista sulla situazione attuale del paese.

Suo padre era cattolico, sua madre protestante. Perché ha seguito la strada paterna?
Fin da giovane sono andato alla chiesa protestante con mia mamma perché qui i figli seguono la madre. Ma un giorno le ho chiesto: «Perché papà non viene con noi?». E lei mi ha risposto: «Perché lui va in un’altra chiesa». Allora le ho detto che anch’io volevo andare con lui e, dopo, le ho confessato: «Non voglio più tornare alla Chiesa protestante».

Perché?
La liturgia cattolica era bella e mi ha colpito nel profondo. Dopo la prima comunione e il battesimo, ho chiesto di diventare prete molto presto, a 11 anni, dopo aver visto all’opera il sacerdote che faceva la catechesi, un religioso olandese spiritano. Lui veniva nel nostro quartiere, giocava con noi a calcio e mangiava con noi. Mi sono chiesto: ma chi è costui che viene nel nostro quartiere e condivide la nostra vita? Io volevo essere come lui.

Il Centrafrica non ha mai avuto problemi di coesistenza tra cristiani e musulmani. Perché nel 2013 hanno cominciato a uccidersi a vicenda?
I Seleka erano principalmente mercenari provenienti da Ciad e Sudan. Non parlavano né il sango né il francese, ma l’arabo. Spesso tra loro e i musulmani c’è stata una certa connivenza, perché tendevano a unirsi. Hanno rubato e ucciso. I giovani cristiani li vedevano insieme e pensavano che tutti i musulmani stessero dalla parte dei Seleka. Qualcuno magari sì, ma non tutti. Così come non tutti i cristiani stavano con gli anti-balaka. Non si può generalizzare. La comunità però si è divisa.

E lei che cosa ha fatto?
Ho fondato con un imam e un pastore protestante la piattaforma interreligiosa per la pace, con un unico scopo: dire chiaramente a una voce che questa è una crisi militare e politica, non religiosa. Non è stato un imam a dire ai musulmani di uccidere i cristiani. Non è stato un prete a dire ai cristiani di uccidere i musulmani. Mettendoci insieme abbiamo salvato molte vite umane.

Non è facile andare a dire a chi ha perso un familiare o la casa di perdonare.
Davanti al dolore di chi ha perso tutto non ci sono parole. Noi semplicemente siamo andati a testimoniare la nostra vicinanza, siamo rimasti insieme a loro. In questi casi è importante compatire, nel vero senso della parola, cioè soffrire con loro. Non basta parlare. A volte è meglio stare in silenzio. Altre bisogna ascoltare, perché chi ha perso tutto ha una grande ferita, odia, vuole vendicarsi, è dominato dalla collera e bisogna in qualche modo creare uno spazio perché possa esprimere il suo dolore. L’ascolto è una terapia.

Una terapia che può essere pericolosa.
A volte la collera prendeva il sopravvento e i giovani dicevano: adesso andiamo a uccidere e a vendicarci. Ma questo non serve a niente. Bisogna tramutare il male in bene, ma non c’è una magia per farlo. Una volta sono andato all’aeroporto, al campo M’Poko, dove c’erano centomila giovani rifugiati, anti-balaka, cristiani, Erano infuriati, avevano i machete in mano, gridavano. Ho detto loro: sono venuto a parlare della pace, se per la pace bisogna morire, io sono pronto a morire. In questo paese abbiamo sempre vissuto come fratelli; chi è venuto a uccidere, bruciare, stuprare, distruggere, radere al suolo è un nemico della pace e non volevo che ci fosse qualcuno all’aeroporto con queste intenzioni. Volevano linciarmi, sono uscito vivo per un pelo.

Nel 2014 ha incontrato al campo Beal gli ex ribelli Seleka e ha detto: «I Seleka sono i nostri fratelli e sorelle. Cristo che soffre oggi porta il loro volto». Come si può dire una cosa del genere?
Umanamente non è possibile, ma con lo sguardo della fede si può vedere che chi ha compiuto il male non è il male che ha compiuto, è più grande. Noi condanniamo l’atto, sempre. Ma diamo a queste persone la possibilità di convertirsi. Anche il più grande criminale può convertirsi. Tutti siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio ma queste persone si sono perse. Prendiamo l’esempio di san Paolo: uccideva i cristiani, ma nonostante questo Cristo gli è andato incontro e la sua vita è stata stravolta. Bisogna dare possibilità alla luce di arrivare ai nostri fratelli e sorelle che sono nelle tenebre. E la luce può arrivare solo se i cristiani si muovono e vanno a incontrare gli altri. Cristo è il primo ad averci illuminati e questa luce può cambiare il mondo.

Ha mai visto qualcuno cambiare?
Nel villaggio Lanbi, vicino a Bossemptelé, c’era un giovane, capo degli anti-balaka, un generale terribile che ha ucciso molte persone. In un quartiere che avevo appena visitato, lui aveva ucciso dei giovani. Prima di arrivare nel villaggio, lui aveva detto a tutti: il monsignore verrà a mangiare a casa mia. Chi poteva dire di no a un generale armato? Nessuno. Sono arrivato e lui ha detto: oggi Dio è venuto a casa mia. Allora l’ho ammonito: quello che tu stai vivendo, il Vangelo l’ha già raccontato. È la storia di Zaccheo, quindi ora tu ti chiamerai Zaccheo. Non più generale. E ho cominciato a chiamarlo Zaccheo. Quel giovane è cambiato, tutto il mondo lo può testimoniare. Non ha più ucciso e si occupa della sua famiglia. È un miracolo.

Che cosa ha significato per il Centrafrica la visita del Papa?
È entrato nel Km 5 e sono i musulmani stessi a dire: ci ha liberati. Il Papa ci ha dato un’altra possibilità e ha cambiato tutto. Ora molti cristiani entrano nel Km 5, prima sarebbe stato impensabile, e ci sono musulmani che escono. Abbiamo avuto elezioni regolari e pacifiche. Chi ci avrebbe scommesso? Come sia potuto accadere è un mistero. Attraverso il Papa, Dio ci ha visitati ed è venuto a consolarci.

Come si può parlare di misericordia in un paese dove c’è tanta violenza?
Sulla croce Gesù ha detto: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Questa è la misericordia e questo è quello che i cristiani devono fare. Dobbiamo dare un’altra possibilità a chi ha compiuto il male. È facile farlo quando tutto va bene: ma è proprio nel cuore della crisi che noi dobbiamo avere la forza della fede per dire: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno». Non bastano i soldi o una nuova casa a chi ha vissuto la morte di un fratello. Solo Dio può soddisfare la nostra esigenza di giustizia.

Lei è stato nel Km 5 rischiando la vita.
Sì, ho detto ai miei fratelli cristiani: dobbiamo andare da loro, da quelli che consideriamo i nostri nemici per incontrarli. Siamo entrati senza armi, avevamo paura: potevamo uscire vivi, così come morti. Siamo entrati e loro ci hanno accolto, stupiti. Abbiamo spaccato la barriera della paura. E siamo usciti vivi.

Cos’ha pensato quando le hanno detto che sarebbe stato creato cardinale?
Ero a Bossemptelé. Io, povero in un paese povero, sono stato chiamato. Accetto questa nomina come un servizio, non come un onore. Non ho meriti, davvero.

Come può ripartire il Centrafrica?
Dobbiamo disarmare i nostri cuori e i nostri spiriti. Nessuno costruirà questo paese al posto nostro, ma abbiamo bisogno di fiducia reciproca. Dobbiamo difendere la vita tutti insieme. Questo è il punto comune tra noi. È questa l’eredità che dobbiamo lasciare ai giovani. E poi guardiamo al paese: ci sono troppe poche scuole. I bambini che vanno poco a scuola si preparano ad essere i ribelli del futuro. Abbiamo da fare un lavoro enorme per non condannare alla morte questa nuova generazione.

Lei è stato per anni in Francia. La vostra esperienza può insegnare qualcosa all’Europa?
In Occidente avete paura e pensate solo a voi stessi. Guardate l’altro come una minaccia e un pericolo. Penso ai rifugiati: è chiaro che non tutti possono venire in Europa ma c’è chi soffre e non sa dove andare per la guerra. Bisogna dargli un’alternativa. Questa è un’ottima occasione perché l’Occidente ripensi finalmente al suo modo di gestire la politica estera. Prendiamo la Libia: chi ha bombardato il paese? Queste sono le conseguenze di crisi causate da voi. La Francia ha cominciato a bombardare senza pensare alle conseguenze. Ora la gente non sa più dove andare e scappa e se voi li cacciate ne sarete responsabili. Queste cose bisognava prevederle prima di bombardare. Dovete prendervi le vostre responsabilità.

Il Papa parla di colonizzazione ideologica. La subite anche in Centrafrica?
Le Ong arrivano qui con tanti soldi e mettono nella testa dei giovani strane idee. L’Europa ha il suo modo di vivere e l’Onu e altre organizzazioni vogliono imporci questo modo di vivere. Distribuiscono preservativi ed è inaccettabile perché noi educhiamo i giovani a scoprire cos’è la fedeltà, l’astinenza, la continenza. Da voi c’è molta libertà nei costumi ma non potete imporcela. Questo non va bene.

Cos’ha da offrire la Chiesa africana alla Chiesa universale?
L’Africa è un’enorme fonte spirituale. Qui tutti sono credenti, chi più chi meno. Ma per gli africani Dio non è morto, è vivo. Anche al cuore della crisi noi abbiamo continuato a pregare. L’Africa non ha perso la sua identità. Non esiste solo la dimensione materiale, c’è anche quella spirituale. Dio ha un posto importante nel cuore dei giovani africani, che hanno capito che la cosa più importante nella vita è la dimensione spirituale. L’Africa può far riscoprire questa verità all’Europa.

Foto Leone Grotti © Tempi

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