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Proibire non significa prevenire

agosto 24, 2014 Paola D'Antuono

Non è attraverso le norme restrittive che si risolvono i problemi legati alla ludopatia. Lo dimostrano i dati. Al sud i punti non autorizzati superano già le ricevitorie legali

«Dichiariamo guerra al gioco illegale, individuando nuovi strumenti in grado di contrastare questa piaga sociale». Sono queste le parole del sottosegretario all’Economia con delega ai giochi Giovanni Legnini che, nel corso di una visita alla sede di Sogei, la società d’information technology del ministero di via XX Settembre, ha confermato che il contrasto al gioco illegale sarà uno dei principali capitoli della riforma dei giochi pubblici che il Governo si prepara a varare entro la fine dell’anno.

Una dichiarazione che fa ben sperare i gestori del gioco legale, che da anni in Italia lottano contro pericolosissimi mulini a vento che vanno sotto il nome di Centri di trasmissione dati (Ctd). Non è facile definire i Ctd. Il loro ruolo, almeno sulla carta, sarebbe quello di trasmettere, attraverso una semplice connessione internet, le scommesse dei clienti italiani alle agenzie estere che operano in paesi come Irlanda e Malta. La realtà, però, è molto diversa e racconta d’un giro d’affari che sfiora i 2,5 miliardi di euro (rispetto ai 3,7 del circuito legale). Per Fabio Schiavolin, amministratore delegato di Cogetech, «sono sufficienti pochi numeri per avere evidenza di quale sia la situazione in cui i concessionari italiani si trovano a operare e quali effetti ne derivino: una rete “parallela” che (da stime attendibili e per difetto) ha superato i 5 mila punti vendita a fronte dei 7.400 regolarmente autorizzati, con concentrazione in alcune regioni dove la numerosità dei punti irregolari supera ampiamente quella dei punti regolari. Inoltre, la rete di gioco non autorizzata è talmente ampia che il cittadino non ha la giusta percezione della differenza con i punti autorizzati. In virtù di ciò risulta difficile, se non impossibile, per i concessionari che hanno assunto un impegno specifico a operare in un settore così delicato a garanzia dei cittadini e dei consumatori, continuare a svolgere il proprio ruolo».

Gli fa eco Giovanni Emilio Maggi, direttore relazioni istituzionali di Sisal, storica azienda italiana – nata nel 1946 – che per prima ha operato nel settore del gioco come concessionario dello Stato: «Si è creato un problema di concorrenza sleale che non impatta soltanto sugli operatori autorizzati ma anche sulle entrate erariali. Quello dei Ctd è un mondo sommerso composto da migliaia di punti vendita ed è un “business” stimato in molti miliardi di euro, con un possibile mancato introito per lo Stato pari a 500 milioni di euro all’anno. L’attività dei Centri di trasmissione dati, libera da qualsiasi vincolo normativo e regolamentare imposto dallo Stato, non è soggetta ad alcuna tassazione, a differenza di quanto avviene per la rete legale, e non ha limiti né controlli sugli eventi su cui scommettere, con grave rischio anche per l’integrità dello sport. In ultimo va ricordato che i concessionari autorizzati sono garanzia di un modello d’intrattenimento sicuro, a tutela dei consumatori, che pone espressamente ai minori il divieto di accedere all’offerta di gioco».

Niente tasse, quindi, e nessun costo fisso, a differenza degli operatori di gioco legale che devono seguire regole molto ferree e sottoporsi a controlli severissimi. Per aprire un’agenzia di gioco legale, infatti, c’è bisogno di una concessione che si ottiene in forza di un bando di gara a evidenza pubblica effettuato dallo Stato. Successivamente bisogna rivolgersi all’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) per ottenere il titolo abilitativo, operazione che richiede in media circa venti, trenta giorni. Infine, è necessario recarsi in questura per ottenere l’autorizzazione all’apertura da parte della polizia. Tutto questo iter termina in media dopo circa cinque mesi. Nel frattempo i Ctd spuntano come funghi.

Il confronto con l’Europa

A complicare il quadro c’è la pressione fiscale, tra le più alte all’interno dell’Unione Europea. Lo evidenzia lo studio dell’Istituto Bruno Leoni “La tassazione del settore dei giochi”. I dati non hanno bisogno di grandi commenti: in Italia la tassazione degli apparecchi da intrattenimento è, secondo i vari modelli, compresa fra il 46 e il 52 per cento, in Spagna è tra il 25 e il 38, in Germania tra il 10 e il 22 e in Gran Bretagna si attesta attorno al 15. E non finisce qui: tutti gli operatori sono obbligati al collegamento presso i totalizzatori nazionali, sistemi informatici composti da un insieme di processi e risorse che concorrono a ricezione, controllo e memorizzazione su supporti persistenti delle transazioni di gioco provenienti dai concessionari ippici e sportivi, provvedendo all’attribuzione di un identificativo univoco a ogni singola giocata, alla determinazione delle quote di vincita probabili e definitive, nonché alla determinazione di tutti i dati contabili che ne scaturiscono. Tutte le giocate sono inviate, trasmesse, accettate e duplicate presso Sogei, il braccio telematico di Aams. nemmeno un centesimo sfugge al controllo del monopolio; al contrario i Ctd non hanno alcun obbligo di trasferimento.

«Le scommesse – prosegue Schiavolin – nascono in Italia con la formula della tassazione sulla raccolta ovvero l’applicazione di una aliquota di imposta fissa (in particolare per le scommesse sportive e non sportive). La tassazione sul margine, di recente introduzione, nasce dall’esigenza di offrire nuovi giochi che per le loro regole intrinseche sono incompatibili con un modello di tassazione sulla raccolta (giochi online, virtual games). Basta questo per capire che il sistema di tassazione delle scommesse in Italia ha delle anomalie rispetto a esperienze di paesi esteri, dove hanno regolamentato il settore scegliendo un modello unico di tassazione (sul margine) per tutte le tipologie di gioco, con aliquote che variano dal 15 per cento della Gran Bretagna al 25 per cento della Spagna. Gli operatori italiani da diverso tempo premono per una revisione del sistema di tassazione che armonizzi l’offerta di tutti i prodotti di gioco in ragione soprattutto di alcuni fattori significativi che stanno cambiando il prodotto quali l’aumento della concorrenza (soprattutto proveniente da operatori non autorizzati) e un generale cambiamento della domanda intesa come preferenza verso tipologie di scommesse nuove ad elevato pay out».

Come si contrasta il fenomeno

Intanto il fenomeno non accenna a diminuire, anzi si allarga a macchia d’olio, con predilezione per regioni come la Puglia, dove i centri non autorizzati hanno superato i centri autorizzati, o la Campania. Le amministrazioni locali tentano di arginare il fenomeno attraverso norme restrittive sul gioco, ottenendo però l’effetto opposto e dando il via a un meccanismo che ricorda il proibizionismo americano: «Negli ultimi due anni – spiega Maggi – molti enti locali hanno inteso restringere le aree di commercializzazione fino a determinare l’espulsione del gioco legale dal territorio. Questo criterio non si appoggia su alcuna base scientifica e non appare per nulla adeguato a raggiungere l’obiettivo della protezione dei minori e delle persone potenzialmente vulnerabili, ma sembra solo influenzato dal crescente pregiudizio nei confronti del settore del gioco. È una situazione che danneggia l’industria legale del gioco e contribuisce all’incremento dell’illegalità». Imponendo orari di apertura e chiusura, offrendo incentivi per la chiusura delle postazioni di gioco e fornendo indicazioni sulla distanza dai punti sensibili, gli enti locali hanno dato di fatto il via all’espulsione del gioco legale. Come possono realtà che operano in questo settore contrastare il fenomeno? Sisal ha scelto di aderire a tutte le associazioni di categoria e alla federazione di Confindustria sistema gioco Italia: «La Federazione è nata con l’intento di favorire e promuovere il progresso del settore nel rispetto di legalità e sicurezza. Per affrontare il problema dell’illegalità – conclude Maggi – ritengo sia necessario rendere efficace e giuridicamente certo il principio che per poter esercitare l’attività di scommessa in Italia sia indispensabile la concessione rilasciata da Adm e l’autorizzazione di pubblica sicurezza, affiancando una maggiore severità, frequenza dei controlli e una definizione di sanzioni ben maggiori delle attuali per chi non rispetta le regole».

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