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Producono, danno lavoro, investono. Ma la burocrazia li blocca. La storia esemplare di un imprenditore

febbraio 7, 2013 Massimo Giardina

Walter Fontana ci racconta la sua vicenda, con un investimento bloccato da 12 anni e che potrebbe dare occupazione in Italia. Eppure è tutto fermo. Mentre all’estero «mi metterebbero giù i tappeti rossi»

«Non chiediamo molto, solo di farci lavorare». L’affermazione è ricorrente tra gli imprenditori che si sentono schiacciati non solo dalla pressione fiscale, ma dalle scortoffie della burocrazia. Uno fra questi è Walter Fontana, titolare dell’omonima azienda fondata dal padre negli anni Cinquanta e che si è sviluppata fino a raggiungere un fatturato di 80 milioni di euro in diverse unità produttive: la sede con diversi capannoni distribuiti a Calolziocorte in provincia di Lecco e altre due unità produttive in Turchia e Romania. L’azienda produce stampi e carrozzerie per l’automotive ed è leader mondiale detenendo il 33 per cento del mercato. I suoi clienti sono Audi, BMW, Mercedes, Ferrari, McLaren, Jaguar ecc.
Circa dodici anni fa, Fontana chiese ad un consulente immobiliare l’individuazione di un terreno disponibile per la costruzione di un’unica realtà produttiva tale da rendere più efficiente la produzione e fu trovato un terreno agricolo confinante ad una zona industriale nel comune di Bosisio. «Il consulente fece la sua relazione al consiglio d’amministrazione dell’azienda e ci disse che in Comune ritenevano positivo l’ingresso di una realtà produttiva come la nostra e che in 7-8 mesi avremmo potuto avere una fabbrica. Gli credemmo e comprammo il terreno». Dopo aver acquisito l’area in Comune cambiò qualcosa e vennero messe in discussione le proposte del professionista dei Fontana. Fu così che la richiesta di costruzione non fu mai presa in considerazione. «Il problema è complicato perché si dovrebbe trovare una testimonianza che certificasse le parole dette dal consulente che nel frattempo è passata a vita migliore».

Le posizioni contrarie non potevano dipendere da altri problemi? Ad esempio dal fatto che il suo progetto è stato valutato inquinante, oppure il terreno è in una zona protetta o vicina a un’area residenziale?
Il progetto è a zero impatto ambientale, il terreno comprato è fuori paese e in un’area confinante ad una zona industriale vicino alla superstrada Milano-Lecco. Sa cosa invece buttiamo nel gabinetto? Circa 1,5 milioni di euro l’anno per spostamenti e per gli affitti di altri immobili presi per far fronte alla nostra produzione che, nel tempo, è cresciuta.

Quale impatto avrebbe generato l’investimento su quel territorio?
L’area di Bosisio avrebbe permesso al nostro gruppo una maggiore competitività, l’assunzione di dipendenti qualificati e un indotto importante. Noi facciamo 80 milioni di fatturato e a Calolziocorte abbiamo 300 dipendenti. Ma è anche successo che negli ultimi anni abbiamo aperto due unità produttive in Turchia e in Romania. Vuol sapere perché?

Prego.
Quando andiamo all’estero ci mettono il tappeto rosso. Apprezzano la nostra capacità di fare impresa e da noi ci trattano come reietti. In Romania mi hanno offerto di portare tutta l’azienda regalandomi un’area immensa. Non ho ancora accettato ma ci stiamo pensando.

Quanto racconta è accaduto 12 anni fa e di acqua ne è passata sotto i ponti. Com’è possibile che tutto sia rimasto come allora?
Di fronte ad una iniziale indisponibilità del Comune di realizzare un insediamento industriale, abbiamo avanzato una nuova idea nel 2005: realizzare un residence con una forma innovativa. Volevamo costruire un villaggio dove noi mettevamo sul piatto la possibilità di realizzare, attraverso una specie di consorzio, delle villette. Ma anche questo progetto non è andato a bun fine, anche se io non ho ancora capito il motivo.

Altre vicissitudini?
Certo. Nel 2007 siamo tornati all’attacco perché il bisogno di spazio industriale diventava sempre più impellente e il Comune ci disse nuovamente che non potevamo costruire, però ci comunicarono l’ipotesi di un nuovo piano mettendo garantendoci che avrebbero modificato un altro terreno da agricolo a industriale. Per fare questo avremmo dovuto acquisire un’altra area e, al posto di 40 mila metri che già possedevo, avremmo dovuto comprare altri 200 mila metri di terreno pieno di difficoltà (cavi elettrici, una collina, ecc). In sintesi 15 milioni di spesa da aggiungere. Questo le sembra il modo di aiutare le imprese? E poi, con la storia pregressa, come ci si poteva fidare delle loro parole?

Ma perché tutta questa opposizione? 
I consigli comunali di questi paesi sono spesso formati da persone che hanno difficoltà a capire certe dinamiche del mercato globale e possono bloccarti pensando di fare la cosa giusta. Non sanno comprendere cosa serve fare ed il perché le aziende chiudano causando forti problemi di disoccupazione. Nel frattempo, a coloro che di lavoro ne avrebbero potuto portare non hanno fatto costruire. Ma così rischiamo tutti di perdere tutto. Non è mai troppo tardi? Francamente ora è difficile rispondere.

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2 Commenti

  1. Marco Pelandi scrive:

    Pazzesco, quando leggo queste cose mi si accapona la pelle. Le aziende italiane vengono viste da tutto il mondo con assoluta riverenza e la Pubblica amministrazione (giudici compresi) fanno di tutto per affossarle. Da Finmeccanica e Eni (vedasi il caso Scaroni) alla brianzola Fontana. Marchionne che è considerato un grande manager nel mondo, da noi è appellato un cretino. Ma dove vogliamo andare? non possiamo lamentarci della classe politica perchè e quella che riflette perfettamente l’italiano (assistito) medio.

  2. Lele scrive:

    Ma questa è veramente follia! Siamo nel 2013 e ci sono ancora burocrati da quattro soldi che bloccano lo sviluppo del territorio.
    Ma come si potrà mai crescere se ci affidiamo a persone del genere?

    Leggendo questa frase:
    “In Romania mi hanno offerto di portare tutta l’azienda regalandomi un’area immensa.”
    ti viene da piangere!!!

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