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Il problema dell’islam nelle carceri

maggio 8, 2016 Elisabetta Longo

Ignazio De Francesco, islamologo e volontario a Bologna: «I detenuti autogestiscono il momento di preghiera e predica e questo può degenerare nell’estremismo»

carcere-shutterstock_270223523Secondo il Dipartimento della Giustizia nelle carceri italiane ci sarebbero 354 aspiranti terroristi. In totale, sarebbero 11 mila i detenuti di religione islamica, solo 7-8 mila praticanti, e tra questi una piccolissima percentuale vorrebbe, una volta libero, partire per la Siria o mettere in atto piani di violenza. «Purtroppo è vero che nelle carceri si può sviluppare una radicalizzazione dell’islam, ma quantificare in termini numerici il fenomeno è impossibile. Non basta una barba un po’ più lunga per insospettire», spiega a tempi.it frate Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata ed esperto di islam. «Non tutti gli islamici che diventano estremisti partono con i foreign fighters o pianificano attentati, altri scelgono diverse vie per mettere in atto la loro radicalizzazione. Per esempio esercitando un controllo ossessivo sulla famiglia, talvolta anche ricorrendo alla violenza, come spesso la cronaca ha descritto», racconta il monaco, che da molti anni collabora con l’A.Vo.C., associazione volontari carcere, nella casa circondariale di Bologna Dozza.

CHE STRADA SEGUIRE. Dopo aver trascorso 12 anni in Medio Oriente, a frate Ignazio è stato proposto di seguire i detenuti, quelli provenienti dal bacino del Nordafrica, i più difficili da avvicinare: «Il fatto di parlare bene l’arabo e conoscere l’islam e le sue tradizioni mi ha reso possibile stabilire da subito un contatto con i detenuti. Il carcere di per sé è sempre uno shock, non conta da dove provieni, la perdita improvvisa della libertà è spiazzante. Di fronte a questo trauma, le strade che vengono prese sono sempre due. La prima fa purtroppo allargare la rete criminale a causa della quale si è entrati. La seconda strada segue un percorso di redenzione attraverso la religione, un inizio per una vita onesta una volta conclusa la condanna. È il caso per esempio di un ragazzo che faceva la staffetta della droga tra la Spagna e l’Italia, guadagnando 60 mila euro al mese. Quando è uscito è riuscito a trovare un lavoro, facendosi assumere, e guadagna 800 euro al mese. Lui stesso si dice incredulo di sentirsi felice, nonostante la sproporzione economica fra le due vite».

IL PROBLEMA DEGLI IMAM. Nel carcere di Bologna i nordafricani incontrati da frate Ignazio escono dopo 3-4 anni, per reati di piccola entità. Il 37 per cento dei presenti è straniero, e il 40/50 per cento è di origine nordafricana. Tra i praticanti musulmani si stabilisce subito un contatto, sopratutto per i cinque momenti di preghiera quotidiani: «Spontaneamente uno tra gli altri viene eletto “imam”. Sarà lui, con i dovuti permessi del carcere, a recitare ogni volta le preghiere e poi predicare. Questa dinamica può creare un potenziale nucleo di radicalismo, visto che non c’è nessuna autorità religiosa a sorvegliare su quanto viene detto. Nelle carceri italiane non è permesso entrare agli imam perché non è stato fatto nessun patto con la comunità islamica, per la sua frammentazione identitaria, al contrario di quanto è stato fatto con la comunità ebraica o dei Testimoni di Geova. Ogni carcere, eventualmente, ne consentirà l’ingresso, qualora lo ritenga opportuno».

PREGHIERE IN CARCERE. La direttrice del carcere di Bologna, Desi Bruno, ha sostenuto più volte che il diritto di culto deve essere organizzato meglio, e a dirigerlo devono essere imam che conoscano e rispettino la Costituzione e l’ordinamento italiano: «Sono perfettamente d’accordo. Un detenuto che diventa imam può rischiare di predicare concetti errati o travisati. Dando origine alle radicalizzazioni che abbiamo purtroppo imparato a conoscere bene tramite i fatti drammatici di Parigi o Bruxelles». Uno degli strumenti utilizzati dal monaco per avvicinare i detenuti in carcere è stato istituire dei corsi per capire e spiegare la Costituzione, che hanno avuto molte adesioni, filmati nel documentario “Dustur”, di Marco Santarelli: «L’articolo su cui ci siamo soffermati di più è quello sulla libertà religiosa, che afferma che ognuno ha diritto di professare liberamente la propria fede. Dirgli “se una vostra figlia volesse sposare un ragazzo cattolico dovreste accettarlo” è stato complesso».

Foto carceri da Shutterstock


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2 Commenti

  1. Fede scrive:

    Quante ingenuità…sembrerebbe che basterebbe istruire ed educare alcuni imam e autorizzarli formalmente alla pratica religiosa per arginare l’integralismo.
    Strada già percorsa in Gran Bretagna, quando però si sono accorti che anche questi imam “ufficiali” e operanti sotto la supervisione delle autorità, in realtà predicavano odio e intolleranza verso l’occidente e i cristiani.
    Ma quando la vorremo capire che il problema è direttamente l’islam e il Corano?
    E’ proprio vero, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

  2. Sebastiano scrive:

    Non capisco perché non si possa fare una cosetta semplice semplice: una volta beccato (e condannato in via definitiva) una persona di un altro paese, ce lo si rimanda. Almeno le spese carcerarie (se ce lo vogliono lasciar dentro) se le pagano gli altri.
    Mah…

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