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Il mio sì che era un bel bavaglio

di Luigi Amicone

«Sulle intercettazioni io feci meglio di Alfano. Infatti il ddl lo votò pure Di Pietro. E alla sinistra ricordo che la sponda delle toghe è utile solo se poi vinci alle urne»

Il primo a proporre di scambiare il ddl Alfano con la legge Mastella, che fu a un passo dall’approvazione sotto il governo dell’Unione, è stato Francesco Cundari, direttore della dalemiana Red Tv, in un intervento apparso sul Foglio del 25 maggio scorso. «Berlusconi vuole davvero porre fine all’utilizzo strumentale delle intercettazioni a fini di lotta politica (ed economica) da parte dei mezzi di informazione? Benissimo. Allora ritiri la proposta attuale e faccia presentare in parlamento, tale e quale, la legge presentata a suo tempo dal guardasigilli Clemente Mastella e approvata dal Consiglio dei ministri guidato da Romano Prodi. Vediamo se anche l’opposizione, come sostiene, ha a cuore solo e soltanto il bene supremo del paese». In effetti la legge Mastella non fu solo approvata dal Cdm di Prodi. Ottenne anche alla Camera il consenso unanime dell’intero arco parlamentare, da Rifondazione alla Lega (447 voti favorevoli, 7 astensioni, nessun contrario). Ma la caduta del governo Prodi, a seguito delle inchieste di De Magistris che mise nel mirino lo stesso Mastella, fece saltare tutto. In sostanza il dispositivo conteneva gli stessi divieti previsti dal ddl Alfano, con sanzioni solo più attenuate nei confronti dei giornali. Ora Alfano ha giurato che la sua legge sarà varata entro l’estate. Il presidente della Camera ha precisato che «l’estate finisce il 21 settembre». Come è noto, il ddl Alfano nasce all’insegna delle sanzioni nei confronti dei media colti in violazione del segreto istruttorio e della privacy dei cittadini. E finisce un po’ a tarallucci e vino annacquato, come ha lamentato lo stesso Berlusconi, con un testo corretto secondo le indicazioni dell’opposizione, dei finiani e, pare, del Quirinale. Emendato e approvato in Commissione Giustizia anche da Pd e Udc (ma non dall’Idv), il nuovo testo dà il via libera alla pubblicazione di intercettazioni che siano ritenute “rilevanti”. La decisione nel merito spetterà ai magistrati e verrà presa nel corso di un’udienza “filtro” delle intercettazioni agli atti. «Così come è stato riscritto non mi piace – ha detto il premier – ma ormai la considero partita chiusa». Per Giuliano Ferrara il testo ha almeno il vantaggio di rendere responsabili dei loro atti i magistrati che autorizzeranno la pubblicazione di intercettazioni. «Uno dei capisaldi del potere mediatico-giudiziario che ha dominato e devastato l’Italia – ha scritto il direttore del Foglio – è l’omertà reciproca, che in questo modo viene un po’ ostacolata».
Onorevole Mastella, ci spieghi per quale arcano mistero la maggioranza, di cui anche lei fa parte sebbene da un seggio europeo, si è imbarcata in questo braccio di ferro invece di prendere la sua proposta di legge e riproporla pari pari.
Le confesso che neanch’io l’ho capito. E comunque c’è sempre tempo per un ripensamento. Certo, i tempi si allungherebbero, però resto convinto che il mio ddl è migliore del testo Alfano. Che a quanto pare non soddisfa nessuno. Una legge si fa per stabilire una cesura, un cambio di rotta rispetto a norme precedenti. Mi stupisce che alla fine di un tira e molla durato mesi si arrivi a votare una legge che scontenta un po’ tutti. Che senso ha approvare una legge che non piace a nessuno?
Domanda molto sensata. Risponda lei.
Semplice, non ha senso. E allora dico io: prendete il mio ddl e centrate il bersaglio. Lo hanno votato tutti. Non c’è ciccia per la polemica di nessuno. Si figuri, è una legge che ha votato pure Antonio Di Pietro.
Onorevole, non sembra molto soddisfatto di questo modo di fare politica.
Politica? Non mi pare proprio ci sia politica in giro. Il rischio è che mancando l’alternativa al governo il centrodestra si divida al suo interno tra maggioranza e opposizione. Una cosa che ricorda la Dc, che rischiava sempre di essere l’alternativa a se stessa tramite le correnti. Ma se nella Dc le correnti avevano un senso, perché nella Prima Repubblica determinavano paradossalmente l’allargamento della base di consenso e, al tempo stesso, ancoravano la leadership del segretario a un gruppo, i mugugni correntizi, le divisioni interne all’attuale maggioranza non soddisfano i suoi elettori e rendono claudicante l’azione del governo. Con il risultato di mettere in difficoltà il presidente del Consiglio.
Con quali rischi?
Il rischio è di cuocere a fuoco lento, l’erosione del consenso, la perdita dell’entusiasmo della militanza. Fenomeni che già si registrano sul territorio e che non a caso hanno fatto fare uno scatto a Berlusconi: non so se, come dice, quest’anno non andrà in vacanza, ma ha capito che deve riprendere in mano le redini del partito.
Consigli?
Berlusconi e Fini utilizzino l’estate per frequentarsi, sedersi a un tavolo e risolvere la querelle. Definiscano cosa li unisce come cofondatori nel programma del Pdl, riconosca Fini la leadership atipica ma necessaria del Cavaliere e si accetti che nel partito ci siano forme di dissenso. D’altra parte il cesarismo è presente un po’ in tutti i partiti…
Però, se il Pdl è in sofferenza il Pd sta, come dicono a Roma, come si può stare sotto un treno.
Bè, diciamo che il Pd si trova in una fase di ristrettezza progettuale. Sembra mancante di una traccia educativa. E non è che Massimo D’Alema sia molto lucido quando dice che la storia della P3 è come Tangentopoli e si augura una fine anticipata della legislatura. Perché la storia continua a non insegnare nulla? La sponda della magistratura per buttare giù un governo è utile se poi vinci le elezioni. Le sembra che dal 1994 a oggi le inchieste per far fuori il centrodestra siano servite a qualcosa? A me pare che le vicende di questo paese insegnano che più ti affidi ai magistrati per fare politica, più perdi.
E dire che la caduta del governo Prodi, proprio a causa delle inchieste aperte su sua moglie e lei, allora ministro della Giustizia, avrebbero dovuto suggerire una presa di distanza dal dipietrismo.
Già, e non ho ancora capito perché si fanno dettare ancora la linea da quelli là…
Quelli come Luigi De Magistris?
Ma no, quello era solo un pm strano.
Un pm che l’ha indagata mentre lei era ministro della Giustizia e che adesso si ritrova come collega a Strasburgo.
Già, collega. Ma lo sa che questo campione della giustizia l’ho querelato?
No, non lo sapevo.
Bè, e sa come è andata a finire?
No, non lo so.
È andata a finire che quello ha chiesto lo scudo dell’immunità parlamentare.
Un uomo coerente, no?
Lasciamo perdere. Piuttosto, mi devono ancora spiegare qual è la legge che ha consentito alla procura di Santa Maria Capua Vetere di non interpellare il tribunale dei ministri e di usare, pubblicare e allegare le intercettazioni a un fascicolo di inchiesta aperto su un ministro della Giustizia. Non mi risulta che la Costituzione italiana preveda che la procura di Santa Maria Capua Vetere rappresenti anche le prerogative del governo e del parlamento italiano. Mi risulta, invece, che il parlamento italiano stia ancora aspettando da quella procura chiarimenti in proposito.


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