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«Un’opera più importante della “mia” Sagrada»

di Aldo Trento

«Si costruisce davvero quando si costruisce per l’eternità».

«Si costruisce davvero quando si costruisce per l’eternità». Senza questa prospettiva gli uomini trovano solo l’affanno in tutto ciò che fanno. È per questo che da alcuni anni una delle mie preoccupazioni è quella di educare non soltanto i 180 amici con cui condivido il mio lavoro quotidiano, ma anche gli operai delle imprese che lavorano all’edificazione della nuova clinica. Il progetto è stato firmato da Etsuro Sotoo, il grande maestro che sta lavorando alla Sagrada Familia di Barcellona. A lui spetta il compito di commentare, tramite un grande blocco di granito, la frase di san Paolo: «La natura stessa soffre i dolori del parto aspettando la resurrezione dei figli di Dio». È stato qui alcune settimane, e si è commosso per quello che ha visto. Della clinica ha detto: «Quest’opera sarà più importante della Sagrada Familia». Penso che l’abbia detto perchè qui verrà accolto il Cristo vivo che soffre sul suo corpo i dolori della passione, nella speranza della resurrezione. Per questo, fin dall’inizio, ho sentito l’urgenza che gli operai (più di cento) che stanno portando avanti questo lavoro percepissero il carisma che è presente nelle fondamenta e nei dettagli di tutto ciò che qui è presente. Desidero che siano partecipi di quell’abbraccio pieno di misericordia di Giussani che sta all’inizio di un’avventura che non solo ha cambiato la mia vita, ma che ha anche trasformato questo fazzoletto di terra nell’evidenza di quella che è la sostanza del paradiso. La clinica ha la forma di un grande braccio che accoglie l’uomo che arriva per prepararsi a morire, o meglio per essere accolto dall’abbraccio definitivo di Cristo. È l’abbraccio di Giussani che continua ad abbracciare me, abbracciando tutti. Gli operai, dopo una certa riluttanza iniziale, hanno aderito alla proposta educativa di costruire qualcosa che è importante anche per la vita di ciascuno di loro, e da mesi stanno facendo, tutti quanti, un percorso di crescita. Il risultato più bello è che ognuno si sente protagonista di quest’opera, e quindi del medesimo abbraccio di colui che ha cambiato la mia esistenza. Ho chiesto al responsabile, l’ingegner Sergio Franco, di riassumere il cammino educativo che stiamo portando avanti con questi uomini, perché mi sembra utile che persone che lavorano fianco a fianco possano imparare che la missione dei cristiani è annunciare Cristo. Lavorando per l’eternità tutto diventa umano. E il lavoro trova continuità nell’opera del Creatore, che dopo sei giorni lasciò all’uomo la responsabilità di proseguire ciò che aveva iniziato.
padretrento@rieder.net.py



Haec est domus dei. Haec est ianua coeli. Questa è la frase scritta sulla facciata principale della nuova clinica delle cure palliative che stiamo edificando. Riflette lo spirito di questa opera, che nasce come segno di gratitudine di padre Aldo nei confronti dei più bisognosi a partire dall’abbraccio che ricevette dal Mistero, attraverso Don Giussani. Ieri mattina, prima con gli operai e più tardi con i capi, riflettevo su questa frase, sul valore che ha per noi. Perché è importante guadagnare denaro, ma questo non rende la vita più piena. Ora abbiamo una grande opportunità, quella di partecipare alla realizzazione della Casa di Dio, di lavorare nella costruzione della porta del cielo.  E io per primo vorrei crescere nella coscienza. È una possibilità, e per questo potremmo benissimo arrivare alla fine della costruzione senza che niente nei nostri cuori cambi. Padre Aldo però mi ha chiesto: «Sergio, devi far sì che queste pareti abbraccino il paziente, come lo fanno le persone che lavorano lì». Come? Guardandomi attorno, fissando i particolari, mi sono accorto che persino le pareti abbracciano i pazienti. Ed è necessario che chiunque vede cosa succede qui capisca quello che io vedo ogni giorno. Così sono iniziati gli incontri e le visite alla clinica con ogni operaio e abbiamo iniziato a trovare la risposta alla nostra domanda: com’è possibile, mentre si stende l’intonaco, o si imbianca, o si costruisce l’impianto elettrico, sentirsi partecipi di una grande opera? La risposta sta in tutti i dettagli che rendono grande la clinica di adesso. Ne commento alcuni. Ogni giorno ci sono nei corridoi e in ogni stanza fiori nuovi. Perché? Perché alcune persone ogni giorno cambia i fiori? Solo per un gusto estetico? Perché c’è un regolamento che lo stabilisce? No. È qualcosa di molto più grande di una semplice indicazione estetica. Le cose sono fatte come espressione di un affetto. Per lo stesso principio siamo invitati a lavorare, a mettere ogni mattone, porta, interruttore, affezionandoci al fine ultimo di ogni nostra azione. Solo così possiamo costruire una clinica che possa abbracciare i pazienti. E questo implica un altro aspetto lavorativo. Il voler fare le cose bene, non perché siamo controllati a vista, ma perché lo vogliamo. Soprattutto nei momenti in cui ci troviamo da soli. Trovarsi da soli e decidere di fare non solo bene, ma il meglio possibile, è qualcosa che uno desidera se lavora per qualcosa di più grande dell’edificio in sé. Tutti noi avevamo conosciuto e visto la clinica in funzione. Ma, dopo alcuni giorni, abbiamo iniziato a dimenticarcene. Che fare? Come aiutarci a ricordare?

Aiuti concreti
Decisi di proporre una cosa: «Visto che qui al piano terra dobbiamo costruire una cappella, che ne pensate se la facciamo ora, e ci mettiamo una statuetta della Madonna? Così che, ogni volta che ci passiamo davanti, ci aiuti a ricordare il motivo per cui lavoriamo». La risposta fu affermativa, e mi chiesero di porre la statua della Vergine di  Caacupé. Invitammo padre Aldo a benedirla, fu un un grande momento per tutti noi. Poco tempo dopo, però, eravamo al punto di partenza. Si passava davanti alla Vergine come davanti a una sedia. Di nuovo: come aiutarci a riprendere coscienza del perché stavamo lavorando? Chiacchierando di questo con Fredy, trovammo una risposta in quello che vedevamo nella clinica. Quindi proponemmo a tutti di iniziare la giornata di lavoro con una preghiera alla Vergine, e un altro a mezzogiorno. Così, ogni giorno alle sette e alle dodici, recitavamo un Ave Maria. Poi accadde che uno dei lavoratori mi disse che aveva un familiare gravemente malato. Il giorno seguente proposi a tutti di fare una lista dei nostri amici che stavano passando un momento difficile. E ora, due volte al giorno recitiamo per tutti loro un Ave Maria e poi un Gloria a don Giussani, per imparare a lavorare non soltanto per la paga. Anche con i capi di ogni gruppo di lavoro cerchiamo di fare questo cammino, perché la commozione che viviamo quando assistiamo a ciò che accade nella clinica con i malati non rimanga un sentimento che si perde col passare dei giorni, ma diventi qualcosa che ci sprona a un cambiamento personale. E questo si fa evidente nella relazione tra lavoro svolto e denaro riscosso. Non si tratta di non guadagnare. Però: cosa passa nelle nostre menti quando abbiamo in mano la fattura? In quel momento, ci ricordiamo qual è l’opera che stiamo realizzando? È solo una fonte di guadagno? Da dove scaturisce la commozione che proviamo, e cosa c’entra con il nostro interesse? Ho esemplificato queste domande, commentando l’importanza di ciò che in qualche modo ci tocca. Primo: è evidente che quest’opera la vuole Dio, lo abbiamo visto con i nostri occhi. A me si chiederà conto di ogni operaio che ho assunto, ma a ciascuno di noi si chiederà conto di ogni malato che chiede aiuto. Secondo: questa è un’opera grandiosa, è evidente anche per il più ateo di noi. Partecipare a una cosa così grande è desiderio di tutti. Ma il partecipare implica una condizione: non si può usare l’opera solo per i propri interessi. Come capita in una relazione, se ci si usa a vicenda non può esserci vera amicizia. Con questa clinica capita la stessa cosa. Se vogliamo essere partecipi, non possono essere gli interessi a determinare il nostro comportamento, ma la commozione per qualcosa di grande che vediamo accadere. La costruzione in sé, presto o tardi terminerà.
Auguro a me e a coloro che che lavorano con me che questo tempo speso assieme ci sia utile per imparare e crescere nella coscienza personale di cò che significa davvero lavorare.
Sergio Franco


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