Sembra esista solo un'Italia, quella lamentosa e a braccia incrociate. Ma forse è solo una parte, quella che piace di più raccontare a tv e giornali in preda a una sorta di strano masochismo. Sembrerebbe così, appunto, a sentire le proteste universitarie dei giovani che dichiarano di essere «dei precari con un futuro incerto in attesa degli aiuti dello Stato», come continuamente ripetuto da alcuni studenti della Sapienza di Roma, in collegamento con la trasmissione Exit di La7 andata in onda ieri sera.
Intanto, il troppo dimenticato Veneto, di cui poco si è parlato perché incapace di proteste strumentalizzabili e politicamente rilevanti, non si arrende. Come ha iniziato a ricostruire immediatamente dopo che l'alluvione lo ha colpito, prima ancora di lamentarsi, così anche oggi continua a rimboccarsi silenziosamente le maniche. Da dove nasce tanta tenacia, mentre il governo ha concesso solo una mini proroga dei pagamenti Irpef e Inps e stanziato trecentomila euro che non sono ancora arrivati?
Sono ben 48 tra Comuni, associazioni di volontariato, realtà no-profit, aziende, parrocchie e privati che hanno offerto pubblicamente il loro aiuto alla popolazione colpita. Alcuni raccolgono cibo, capi di vestiario, mobili. Altri prestano macchinari, trattori, attrezzi e le loro braccia per la ricostruzione, la pulizia e l'assistenza alle fasce più deboli. Se i contributi delle istituzioni sociali, delle cooperative e dei sindacati si attestano per ora intorno ai 635 mila euro, le realtà private hanno raccolto circa 220 mila euro. Queste sono solo le cifre pubbliche, quelle dei conti corrente aperti non si conoscono. Non è questa l'Italia di cui si vuole sapere? Quella che per il bene non solo del Veneto, ma di tutti gli italiani, andrebbe premiata e valorizzata per la capacità produttiva e di ripresa, fondamentale per tutto il Paese?