di Marta Ottaviani
Ad Ankara è in corso una guerra mediatico-giudiziaria tra islamisti e ultralaici. La posta in gioco è il controllo delle istituzioni
Istanbul
In Turchia hanno ripreso a darsi spallate. Le due parti in questione, con poca fantasia, sono il governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan e gli storici difensori dello Stato laico fondato da Mustafa Kemal Atatürk, ossia l’esercito e la magistratura. L’ennesimo scontro è arrivato dopo sei mesi di calma relativa e, visti gli argomenti sul tavolo, nell’arco del prossimo anno e mezzo i toni della contesa hanno tutte le carte in regola per rimanere tesi. Per dare un punto di partenza a questa nuova frizione, possiamo scegliere l’11 dicembre dell’anno appena trascorso. In quella data la Anayasa Mahkemesi, la Corte costituzionale turca, decide all’unanimità di chiudere il Partito curdo per la società democratica (Dtp) e di radiare 37 suoi dirigenti dalla vita politica del paese per cinque anni. Le accuse a carico della formazione politica sono gravi: tentata dissoluzione dell’unità nazionale e appoggio al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione separatista e terrorista che dal 1984 ha ingaggiato una guerra contro lo Stato turco per la creazione di uno Stato curdo indipendente.
Il colpo per la Turchia è stato durissimo. La sentenza era ampiamente attesa, ma il fatto che tutti gli undici giudici del tribunale supremo (compresi quelli più ben disposti nei confronti del governo) abbiano optato per la messa al bando del Dtp, per Erdogan rappresenta un segnale molto chiaro. Il dossier sul Dtp, infatti, era sul tavolo della Anayasa Mahkemesi da oltre due anni, ma si è andati al voto proprio quando il premier ha presentato in parlamento il disegno di legge con il pacchetto di riforme che avrebbe dovuto migliorare le condizioni della minoranza curda e rendere la costituzione turca, attualmente datata 1982 e figlia del golpe militare del 1980, più in linea con i parametri europei. La nuova legge madre dello Stato turco prevede anche meno poteri ai militari e alla magistratura, particolare che a queste due categorie piace molto poco. In più, all’inizio di gennaio, la Suprema Corte ha negato l’autorizzazione a procedere per il processo civile ai militari, che negli ultimi tempi, come vedremo fra poco, sono stati oggetto di accuse pesanti.
È vero che il Dtp e molti suoi componenti lasciavano qualche dubbio circa la loro buona fede e l’assenza di collusione col Pkk. Ma si è trattato del 25esimo partito chiuso in uno Stato democratico. Senza contare che la sua messa al bando ha fatto saltare i sogni di gloria di Erdogan sull’apertura ai curdi e sulla nuova costituzione, privando il premier di un partito che facilmente lo avrebbe appoggiato in parlamento.
Troppo, per rimanere senza un’adeguata risposta. Così, la settimana scorsa, il quotidiano Taraf ha pubblicato uno scoop secondo il quale l’esercito stava per dare vita a una massiccia serie di atti sanguinosi, in base a una strategia della tensione volta a destabilizzare e a far dimettere il governo in carica. Secondo il giornale erano in fase di preparazione attentati in moschee e musei. Si volevano persino bloccare i conti correnti delle minoranze religiose non musulmane. La reazione dell’establishment militare a un’accusa di questo tipo non è stata propriamente all’altezza delle aspettative. Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Ilker Basbug, ha negato l’esistenza di qualsiasi piano, aggiungendo che la pazienza delle forze armate ha un limite. Parole forti, ma che non sono ancora state seguite da alcun provvedimento. Cosa che ha portato alcuni osservatori a pensare che la componente ultralaica nell’esercito non abbia più la stessa percentuale schiacciante di una volta, e che parte del terreno sia stata occupata proprio dai filo-islamici.
Il vizio di sparare sull’esercito
Taraf, peraltro, non è nuovo a scoop su presunti complotti dell’esercito. Nel giugno scorso pubblicò documenti secondo i quali il colonnello Dursun Cicek aveva firmato un piano per portare il paese sull’orlo dell’instabilità politica. La magistratura militare ha esaminato il fascicolo e lo ha bollato come falso (quella civile non si può pronunciare in virtù della sentenza della Corte costituzionale). Gioverà aggiungere che i militari in passato sono stati accusati sempre da Taraf di aver lasciato che il Pkk operasse pressoché indisturbato nel sud-est del paese, proprio per creare il caos fra la popolazione turca e la minoranza curda.
Un botta e risposta continuo che però sembra non giovare a nessuna delle parti. Se l’esercito infatti deve fare i conti con tentativi di discredito costanti, dall’altra parte Erdogan è quasi nella condizione di non poter governare, perché i 340 deputati su cui può contare non bastano per fare passare le riforme che aveva promesso.
Un editore all’opposizione
Tutti gli occhi sono puntati sulla nuova costituzione e su quello che succederà nei prossimi mesi. In molti sono convinti che la soluzione migliore sarebbe anticipare il voto, fissato per il 2011, con un Akp, il partito guidato da Erdogan, in calo nei consensi e tutti i quotidiani di opposizione nelle mani dell’editore Aydin Dogan. Anche se quest’ultimo a settembre si è preso una multa da capogiro (2,5 miliardi di dollari) che secondo i rumors lo costringerebbe a vendere alcune testate di punta a imprenditori graditi al premier per saldare il debito. Il primo ministro è fin troppo cosciente della propria impasse, e studia percorsi alternativi, come sottoporre il pacchetto di riforma costituzionale a referendum nel caso (certo) in cui sia bocciato in parlamento. Una situazione che potrebbe rivelarsi esplosiva. Non a caso il Partito nazionalista ha fatto sapere di essere disposto a trattare sui contenuti della riforma, anche per mettere dei paletti all’operato di Erdogan. Anche l’opinione pubblica è spaccata in due. Chi vede la nuova carta costituzionale come la definitiva garanzia che la Turchia ha serenamente intrapreso il cammino verso l’Unione Europea e chi invece pensa che, con l’indebolimento della magistratura e dell’esercito, la strada verso l’islamizzazione del paese sia ormai spianata.