Published on Tempi (http://www.tempi.it)
Massimo Iannucci

di Mattia Ferraresi

L’uomo della Farnesina in Afghanistan e Pakistan racconta il viaggio nella selva oscura della diplomazia sul confine più caldo del pianeta

Sembra strano che il lavoro diplomatico di un inviato speciale in Afghanistan e Pakistan inizi fra la bellezza fragile di Venezia e le ville Palladiane, dove lo scorrere del tempo è poco più di uno scherzo. Laggiù, invece, dove striscia il confine più rovente del mondo, il presente sembra sempre un passo indietro e ogni tentativo di creare una storia è interrotto dalla più inquietante delle domande: cosa succederà domani? Sembra strano, appunto. Ma in quelle meraviglie italiane l’inviato della Farnesina, Massimo Iannucci, ha allacciato i rapporti con Richard Holbrooke, inviato speciale degli Stati Uniti in quello che prima che i pachistani s’innervosissero si chiamava “Afpak”; perno della diplomazia già in era Clinton, Holbrooke è uno che merita le leggende che suscita: uomo ruvido, infiammabile, impaziente, da maneggiare con cura. Ai tempi degli accordi di Dayton lo chiamavo “Bulldozer”.
Quando nel febbraio del 2009 il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha nominato Iannucci inviato speciale, gli ha affidato il compito di aprire il contatto con Holbrooke, di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. Qualche mese più tardi ha suggellato il rapporto con una visita riservata in casa nostra, secondo i dettami di quella forma d’arte italiana che all’estero chiamano catering diplomacy. Arte che l’ambasciatore Iannucci combina con una rocciosa esperienza diplomatica, prima al Cairo, poi a Beirut per poi essere assegnato a Pechino come Ministro consigliere. L’ultimo incarico prima di tornare alla base è stato quello di ambasciatore in Albania. Su divani foderati di velluto verde al quarto piano della Farnesina, Iannucci racconta per la prima volta a un giornale i passi che ha fatto nella selva a volte oscura dei tavoli diplomatici su Afghanistan e Pakistan, circoli trasversali dominati dalle figure degli inviati speciali, interlocutori privilegiati sul dossier più complicato.
«Qualche giorno dopo la mia nomina – dice Iannucci a Tempi – sono andato a Washington per incontrare Holbrooke. Avevo preparato con cura quell’incontro, ma devo dire che sono stato accolto bene. Ha apprezzato la decisione del ministro di nominare un interlocutore diretto e mi ha subito chiesto se l’Italia voleva entrare a far parte del club degli inviati speciali. Naturalmente non abbiamo avuto dubbi».
Non ci sono stati attriti?
Attriti non direi. Non ho trovato nessuna difficoltà a passare a Holbrooke i messaggi che vanno passati. Dopo il mio ingresso fra gli inviati speciali, siamo stati fra quelli più propositivi del gruppo, quelli più ascoltati, grazie anche a un legame forte con l’inviato tedesco e francese. Quello inglese poi è Sherard Cowper-Coles, un collega che ho incontrato venticinque anni fa al Cairo, quando eravamo giovani funzionari. In questi mesi di lavoro si è creata un’atmosfera di complicità che ha aiutato molto. Il ministro poi mi ha chiesto di guidare missioni in tutto lo scenario: sono tutte piste caratterizzate dall’iniziativa italiana, che è molto apprezzata dagli inviati speciali, perché riusciamo a riportare segnali che magari altri diplomatici raccolgono con più difficoltà.
Intanto però il fronte scotta. La settimana scorsa ci sono stati gli attacchi a Kabul e questa settimana c’è la conferenza di pace sull’Afghanistan a Londra. Qual è il legame politico fra gli eventi?
I talebani hanno voluto dare un segnale contro il presidente Hamid Karzai, accusato di essere sostenuto da paesi stranieri; e in parallelo vogliono ricordare ai governi stranieri che malgrado lo spiegamento di forze non riescono a garantire la sicurezza della capitale. Credo che la conferenza di Londra sia un’appendice, ma l’attacco non potrà non influenzare i toni. Non si potrà essere vaghi.
Sul tavolo apparecchiato dal ministro degli Esteri britannico, David Miliband, c’è il reintegration plan, un piano di azione per strappare più miliziani possibile dalla strada del terrorismo. Gli Stati Uniti però sembrano scettici su questa via…
Non mi risulta che sia scetticismo, ma prudenza sì. Perché reintegrare significa tante cose. Spesso si tende a ribaltare il concetto di reintegrazione: non vogliamo premiare chi lascia l’insorgenza ma vogliamo creare le condizioni anche economiche perché le persone la abbandonino volontariamente. Se cresce il benessere le fasce marginali dell’insorgenza, quelle che guadagnano dieci dollari al giorno, lasceranno quel lavoro pericoloso per dedicarsi ad attività più redditizie. Certo, bisogna essere chiari: c’è un nocciolo duro che non seguirà questo processo e per risolvere quel problema dovremo usare altri metodi. Il tentativo è quello di favorire rapporti commerciali, anche con noi. Abbiamo promosso una serie di iniziative nella zona di Herat sul commercio del marmo; ora stiamo pensando allo zafferano, al cachemire e al settore agroalimentare. Ci sono imprenditori italiani che stanno pensando di investire e ci sono infrastrutture da realizzare. Prendiamo i cinesi: hanno investito in una miniera di rame vicino a Kabul e l’hanno trasformata in un piccolo villaggio dove tutto è cinese, anche la sicurezza esterna. Hanno fatto un affare d’oro.
E gli imprenditori italiani si fidano?
Non si può parlare di un’alta richiesta di investimenti in Afghanistan, i giornali li leggiamo tutti. Però si sta facendo strada l’idea che il commercio è possibile. La prima volta che sono andato a Herat gli imprenditori locali nel settore del marmo mi hanno chiesto gli indirizzi di fabbriche italiane di macchinari per il taglio della pietra. Mi dicevano: noi i soldi li abbiamo, dacci solo gli indirizzi. Abbiamo organizzato una visita da noi e adesso ci sono grossi ordinativi di macchinari italiani. Noi speriamo che sia soltanto il primo frutto di un canale commerciale.
L’Afghanistan è nel mezzo di un enorme problema politico. Il parlamento sta bocciando i ministri proposti da Karzai, che di fatto arriva alla conferenza di Londra senza un esecutivo. In mezzo ci sono signori della guerra estromessi, congiure di palazzo, faide etniche e turbolenze. Cosa pensa del pantano in cui è finito il presidente?
Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che l’Afghanistan è un paese sovrano. Ma non dobbiamo dimenticare nemmeno che è un paese che esce da un periodo terribile e che certe realtà di contrapposizione sono una caratteristica strutturale della società. Questa generazione di persone che si sta affacciando al governo non viene da una storia di un paese democratico e bisogna a mio avviso indicare loro la strada migliore, stare accanto a queste figure; ma più che giudicarli dobbiamo assisterli, accompagnarli in questo percorso. Certo, dobbiamo dire quello che non ci piace, quello su cui non siamo d’accordo. Noi ad esempio siamo impegnati nella lotta alla corruzione e a favore della trasparenza nella scelta dei governatori e delle varie cariche istituzionali. Ci sono due scuole di formazione per funzionari dove siamo pronti a intervenire con i nostri specialisti. Non è soltanto questione di tecniche: si tratta di far passare dei messaggi morali che purtroppo la storia di quel paese non rende moneta corrente oggi. In tutto questo non sta a noi ergerci a giudici con il dito puntato sull’Afghanistan. Dobbiamo assistere il paese sulla strada dello sviluppo democratico. E la premessa è lo sviluppo economico.
D’accordo la sovranità, ma quella afghana non è proprio una democrazia matura…
Noi non dobbiamo condannare. Giudicare sì, ma essere cauti nell’emettere la sentenza. Anche in campo elettorale ci sono delle cose che non vanno e noi dobbiamo avere il coraggio di dire ai responsabili quali sono i livelli da raggiungere. Nello stesso tempo cerchiamo di lavorare con la diplomazia: il ministro incontrerà anche a Londra i rappresentanti del governo. Ci saranno Rangin Dadfar Spanta e Zalmay Rasul, uno come capo della delegazione, mentre l’altro sarà il nuovo ministro degli Esteri. Sono nostri interlocutori abituali e su di loro facciamo una pressione costante. A volte si ha l’impressione che si facciano soltanto dei passi indietro; altre volte si vede un progresso.
Che idea ha di Karzai?
Persona molto intelligente, con grande fiuto politico. È uno che coglie immediatamente lo spazio che gli si offre davanti, diciamo. Un personaggio orgoglioso, di un orgoglio che ha il marchio dei pashtun, uno che insomma non ha esitato a trattare male Holbrooke, arrabbiandosi per le vittime civili degli attacchi americani. Direi che ha le qualità per tenere il paese in questo momento e dobbiamo prendere atto dei passi che sta facendo l’Afghanistan.
A un certo punto sembrava che Karzai non fosse più l’uomo “degli Stati Uniti”?
Qualche paese ha espresso dubbi su Karzai e anche noi ci siamo fatti spesso delle domande, perché non è tutto così limpido e trasparente nella gestione del potere. Però tutto questo è stato ricomposto con la partecipazione al processo elettorale. Io sono stato mandato a osservare le operazioni di voto e ho visto le file davanti ai seggi. Che qualcosa poi non sia andato per il verso giusto è il minimo che può capitare, non è mica la Svizzera. A me dà l’impressione di un paese che fa di tutto per salvaguardare la sua dignità in un contesto difficilissimo, reso ancora più duro dall’enorme quantità di denaro che gira attorno ai traffici illeciti, soprattutto la droga. Considerando queste cose, dico che l’Italia ha un compito importante nella ricostruzione del paese.
A cosa si riferisce?
Sotto il profilo civile abbiamo contribuito a realizzare opere importanti. La cornice militare è fondamentale, ma non è una presenza fine a se stessa. Questa cornice dovrebbe diventare nel tempo sempre meno indispensabile. Non siamo presenti soltanto a colpi di cannone, ma con un’attività civile.
Faccia un esempio.
Mi ha colpito il lavoro all’ospedale di Kabul che abbiamo finanziato. C’è un reparto dove vengono curate le donne che secondo una moda sempre più invalsa si danno fuoco. Mi spiego: le donne che hanno un problema in famiglia, una situazione drammatica, non hanno più la forza di affrontarla e allora tentano di uccidersi. Ho visto ragazze giovanissime rese irriconoscibili da questa foga autolesionista. Una donna che si dà fuoco solo perché ha litigato con il marito è il segno della mancanza di punti di riferimento nella società. Si perde il senso della realtà, si mescolano l’orgoglio, l’odio, la vendetta, la mancanza di educazione. Lì vengono curate da un’equipe di medici che usa strutture italiane e il nostro paese ha investito negli anni circa sei milioni di euro nel progetto. Quando ho visto come lavorano i medici mi sono detto che anche soltanto portare avanti questa iniziativa è una ragione sufficiente per rimanere in Afghanistan. E poi ci sono molti attori italiani sulla scena, penso ad esempio ai progetti di cooperazione della Regione Lombardia. Il punto è che non possiamo chiudere la porta e andarcene così.
Oltre il confine c’è la questione delicata del Pakistan. Holbrooke ha detto che il Vietnam era diverso, perché almeno lì il regime del nord era un nemico e lo si poteva bombardare, mentre il Pakistan è un paese alleato. A parte i nove attacchi con i droni dall’inizio dell’anno, come giudica il ruolo del Pakistan, alleato occidentale ma non certo un esempio di specchiata fedeltà?
Il futuro dell’area dipende dalle zone di confine, perché lì sono annidati gli irriducibili. Il presidente Zardari è sotto la pressione occidentale e si sta impegnando per recuperare il controllo dei confini. L’azione nello Swat ha avuto l’effetto collaterale di spingere una grande massa di profughi verso sud, mentre in Waziristan le operazioni sono state condotte con un approccio diverso, che ha evitato questa diaspora. È stato un attacco più articolato, a bassa intensità direbbe l’Annunziata. Rimane ancora la situazione drammatica del sud Waziristan. Infine, non dimentichiamo che il Pakistan deve difendere il suo patrimonio nucleare, un tema sul quale c’è poco da scherzare. Dobbiamo evitare che a qualcuno della rete di al Qaeda passi anche soltanto per la testa di mettersi su quella strada.
Quanto è affidabile Zardari?
È riuscito a dialogare con l’opposizione, e di questo gli diamo atto. Lui e Nawaz Sharif sono stati vicinissimi allo scontro ma hanno capito che avrebbero compromesso i rapporti con l’Occidente. Sull’impegno militare del Pakistan non ho dubbi. Il capo di Stato maggiore, Ashfaq Parvez Kayani, è una persona responsabile e discreta. In alcuni dialoghi mi ha fatto intendere quanto avrebbe potuto influire su decisioni molto delicate e di come si è preso responsabilità importanti, anche recentemente. Mi ha dato l’impressione di un uomo d’onore che ha a cuore le sorti del paese e molti guardano a lui come la persona che può garantire l’equilibrio.
Sarà una guerra più lunga di quella del Vietnam, come ha detto il collega americano?
Il paragone storico non può reggere. Credo che Richard Holbrooke intendesse semplicemente dire che la guerra sarà lunga, e su questo non ci sono dubbi.


Source URL: http://www.tempi.it/intervista/008407-massimo-iannucci