di Fabio Cavallari
Una girandola di operazioni finanziarie ha dilapidato il patrimonio industriale di Agila, ex Eutelia. E adesso sono a rischio duemila posti
Sono circa 2.000 i dipendenti di Agila (ex Eutelia), sparsi sul territorio nazionale, che rischiano di perdere il loro posto di lavoro. Questa volta però non siamo al cospetto degli effetti distorti della crisi mondiale. Stiamo parlando della più grande realtà informatica e di servizi IT (Information Technology) in Italia e di lavoratori ad altissima specializzazione, tra cui moltissimi laureati in materie tecnico-scientifiche. L’azienda fornisce servizi informatici a numerosi enti della Pubblica amministrazione locale e centrale (soprattutto ministeri), oltre che ad importanti aziende private. Solo alle porte di Milano, nella sede di Pregnana Milanese, storico polo dell’informatica italiana fin dai primi anni Sessanta, sono quasi cinquecento i lavoratori a rischio. Narrare la storia di questa realtà industriale significa entrare in un girone dantesco, un ginepraio di società e personaggi che compaiono e scompaiono in cui ritrovare il bandolo della matassa è a dir poco arduo. Le vicende che riguardano la società in questione, infatti, appaiono ben lontane dalle più classiche e virtuose strategie imprenditoriali. Eutelia nasce nel 1998 come internet service provider con il nome di Plug It, attivo nel campo della fornitura di servizi per lo sviluppo, la realizzazione, la prestazione e la distribuzione di servizi via internet ed altri mezzi informatici e di telecomunicazione. Nel giro di sette anni acquisisce una pluralità di operatori telefonici, in Italia e all’estero, e nel 2004 viene quotata nella Borsa italiana. La vera svolta però avviene nel 2006, quando la società aretina di proprietà della famiglia Landi acquisisce la filiale italiana della multinazionale olandese Getronics che aveva circa duemila dipendenti (con commesse pari a 180 milioni di euro) tramite la società “veicolo”, Eunics Spa partecipata dalla stessa Eutelia al 35 per cento e da Finanziaria Italia (per il 65 per cento) controllata sempre dalla famiglia Landi. La partecipazione viene iscritta da Eutelia al costo di acquisto pari a un euro, stabilendo che non sarà necessaria nessuna ricapitalizzazione della nuova società. La disponibilità di cassa del ramo acquisito, con cui si intende provvedere alla ristrutturazione, è pari a 47 milioni di euro. In pratica una quota pari al Tfr dei dipendenti. Alla fine dello stesso anno, Eutelia, in piena “tendenza espansiva” acquisisce anche Bull Italia che porta in dote importanti contratti, un enorme capitale immobiliare, tra cui appunto il sito strategico di Pregnana Milanese, sedi a Rende e ad Avellino, 450 dipendenti, e circa 7 milioni di euro per incentivazioni all’esodo che Bull aveva concordato, ma che la nuova proprietà non metterà in atto.
Immediatamente i dipendenti della nuova società, ingegneri e professionisti esperti del settore, iniziano a porsi le prime domande inquietanti. Perché un’azienda telefonica come Eutelia, coinvolta in più occasioni sul fenomeno dei “dialer”, cresciuta soprattutto con linee esterne e con una clientela prevalentemente di fascia medio bassa, decide di acquisire due aziende IT con storie imprenditoriali di ben altro profilo? Le prime risposte arrivano nei primi mesi della nuova gestione. Le linee guida di Eutelia, raccontano i lavoratori, si concentrano esclusivamente sulla riorganizzazione interna con una drastica riduzione dei costi. Sul fronte dell’offerta e del mercato invece le operazioni strategiche languono desolatamente. Vengono smantellate fondamentali applicazioni gestionali, la formazione viene ridotta e nessun vero piano industriale viene messo in atto. La nuova organizzazione aziendale, di fatto, inizia ad emarginare manager operativi di assoluto livello e a bistrattare alte capacità professionali. Nel giro di pochi mesi le commesse iniziano a calare ed i clienti a dileguarsi. Nonostante questo le operazioni finanziarie continuano a tenere banco. Con la fusione per incorporazione di Eunics e l’acquisizione di C3 ed Alpha Telecom, del gruppo Tele2, Eutelia diventa rispettivamente leader italiano nei servizi e nelle soluzioni Itc e nella distribuzione di servizi telefonici prepagati in ben 11 paesi europei. In realtà durante il 2007 molto molte delle commesse delle società acquisite vengono perse. La proprietà però continua a far cassa. La Finanziaria Italiana della famiglia Landi ha infatti incassato 14 milioni di euro solo per la vendita della propria quota in Eunics (65 per cento) alla stessa Eutelia. Sul piano industriale i risultati sono pari a zero. Non esistono piani strategici e alcuna cultura tipica di un’azienda informatica. Professionisti qualificati diventano semplici “addetti” e la capacità produttiva dell’azienda diventa sempre più inconcludente. Altre operazioni finanziarie vedono la società impegnata ad acquisire società già fallite (è il caso di Eda) e dopo aver sbandierato ai quattro venti l’importanza strategica dell’acquisto delle licenze di WiMax (una tecnologia che consente l’accesso a reti di telecomunicazioni a banda larga e senza fili) la medesima decide di rinunciarvi per andare ad acquisire una licenza mobile in Polonia per 28 milioni di euro e sviluppare altre “spericolate” operazioni all’estero (Arabia, Lituania, Kosovo). I conti iniziano a fare acqua: agli errori industriali, alle vertenze e alle ispezioni della Guardia di finanza si aggiunge persino un’indagine della procura di Arezzo. Ai vertici di Eutelia inizia una girandola di nomi all’interno del Cda ma la sostanza non cambia.
L’intervento della Consob
La Consob a novembre 2008 impugna il bilancio 2007 e la nuova società di revisione non certifica il bilancio del 2008. Si perdono commesse e l’indebitamento nei confronti del sistema bancario diventa insostenibile. Nel 2008 il titolo Eutelia perde in Borsa oltre il 90 per cento del proprio valore. A gennaio 2009 Eutelia comunica la decisione di abbandonare progressivamente il settore Information Technology e di sviluppare un piano industriale solo per il settore Tlc. Ciò vuol dire licenziamento per 2.000 persone. Non esiste più alcuna strategia. I clienti non riescono a parlare con il management della società, ad ogni appuntamento la proprietà non si presenta. I debiti presso i fornitori aumentano e non vengono più versati contributi pensionistici. Nel giugno 2009 Eutelia avvia, senza confrontarsi con il ministero dello Sviluppo economico, la cessione delle proprie attività industriali IT (per 96 mila euro), attraverso la vendita ad Omega Spa del 100 per cento della propria controllata Agile, società alla quale erano state in precedenza trasferite le attività IT. Da quel momento la situazione si complica. Al ministero dello Sviluppo economico vengono presentate buone intenzioni ma con poca consistenza, sino a quando Agile non riesce neppure a partecipare ai nuovi bandi di gara per nuove commesse pubbliche perché non è in possesso dei documenti di regolarità contributiva (Durc). La situazione è praticamente allo sbando e sempre in evoluzione, ma una cosa è certa: nel vortice spericolato di Eutelia prima e di Agile poi non c’è niente di imprenditoriale. Solo giochi finanziari e mosse spericolate che hanno disperso capacità professionali e un tessuto imprenditoriale di eccellenza. Ma la parola fine non è ancora stata pronunciata. Certo, ora servirebbe un intervento politico per avviare un radicale cambio di marcia.