di Caterina Giojelli
Storia della famiglia Medeghini che ha rimesso in piedi un’azienda paralizzata dalla guerra a suon di inventiva e olio di gomito. E oggi custodisce la tradizione casearia italiana
Era venuto su coi piedi ben piantati a terra e la tempra di uno che vuole andare sempre al fondo delle cose. Giù, fino alle radici, in quei grandi campi della provincia di Brescia costellati da pochi tetti e casupole che tutti insieme componevano la cittadina di Mazzano. Ed ora, per Severino Medeghini e l’azienda agricola che aveva affittato dal padre e instradato nella produzione casearia, era venuto il momento di rimboccarsi ancora una volta le maniche. La guerra sembrava davvero finita e con essa la requisizione da parte dei “vicini” della Repubblica di Salò del caseificio di famiglia: «Ricordo che mi trovavo seduto su un rullo di pietra quel giorno che un tizio arrivò trafelato alla proprietà urlando “è scoppiata la guerra”. L’8 settembre 1943, avevo sei anni allora, arrivarono i repubblichini e iniziarono a mandare i bidoni del latte agli ospedali allestiti per i feriti di ritorno dalla Russia, bidoni che puntualmente venivano mitragliati dai Pippo angloamericani. Non se ne andarono fino al fatidico 25 aprile. E ricordo mio padre Severino, che dopo cinque anni di stallo riprese l’attività casearia affiancando alla produzione di formaggio reggiano che aveva iniziato prima della guerra (allora i consorzi non esistevano e anche l’odierno grana padano veniva chiamato così) la produzione di formaggi a pasta molle: stracchino, crescenza, gorgonzola. L’11 novembre di quell’anno i bidoni del latte tornarono a fare il loro dovere».
Si apre così la miniera dei ricordi di Giovanni Medeghini, figlio del fondatore Severino e presidente dell’omonimo gruppo che oggi è il maggiore trasformatore e commercializzatore nazionale di grana padano, tra i più importanti produttori di parmigiano reggiano, nonché di altri prodotti dop della tradizione casearia italiana a partire dal gorgonzola: con i profumi del latte che bolle nelle prime caldaie a fascine di legna, lo scoppiettio dei motocarri che si allontanano col carico di formaggi, l’immagine di quelle maniche sempre rimboccate del padre che andava ripetendo: «Lasciatemi fare il mio mestiere, lavorare e fabbricare qualcosa di buono. Lasciatemi fare il cervello che al cuore – diceva ammiccando alla moglie – ci pensi tu».
«Un uomo che in queste terre straordinarie ha saputo seminare e i frutti eccoli qui», dice aprendo le porte dell’azienda di Mazzano, dove dal 1904 dimora la famiglia Medeghini e da dove il formaggio italiano ha preso la strada del mondo. «Da cinque anni – racconta il presidente –, rilevate le quote di mio fratello e mio cugino, son diventato l’unico proprietario di tutta la baracca. È stato allora che ho deciso che l’azienda doveva cambiare pelle, che dovevamo investire sulla piena industrializzazione e diversificazione della nostra produzione. E non solo». A Mazzano lo sanno tutti, il “patron” ha una vera e propria fissazione per l’estero: «Il mondo premia il prodotto italiano, il nostro latte è buono, perfino gli svizzeri son venuti qui a fare il loro emmenthal. Non siamo mica i francesi, che da un’unica cagliata sfornano cinque formaggi differenziandoli con gli aromi. Nossignori, il nostro grana padano diventa grana padano grazie alla cura e all’attenzione che riserviamo a lui solo. E lo stesso avviene per il parmigiano reggiano e il gorgonzola.
Se la Medeghini Spa rappresenta oggi uno dei modelli di riferimento all’interno dello scenario competitivo nazionale è stato proprio per questa modernità d’approccio al mercato che affonda solide radici nel presidio della propria filiera integrata: dai terreni agli allevamenti, dagli stabilimenti di lavorazione fino alle piattaforme logistiche di distribuzione in Italia e all’estero, i numeri del Gruppo nel giro di cinque anni hanno portato il nome della famiglia Medeghini nell’Olimpo dei maggiori agricoltori, produttori di latte, confezionatori e distributori.
Conquistare l’estero
«Esportiamo in tutta Europa, in particolare Inghilterra e Francia, negli States, in Cina e Corea. Contiamo caseifici, magazzini di stagionatura, industrie per la trasformazione del latte nelle zone tipiche di produzione, aziende agricole, piattaforme logistiche e filiali estere in Europa e negli Usa per la commercializzazione». Tra le proprietà di famiglia è da annoverare anche la Kriotrans, la seconda realtà italiana per la distribuzione del fresco gestita dai figli di Giovanni, «ma non sarei qui a fare questo elenco se solo avessimo tardato a rivoluzionare l’impostazione aziendale mettendo in campo importanti investimenti. In macchinari di ultima generazione, che lavorano giorno e notte alla produzione come al packaging del prodotto, in forza vendita, in formazione del personale. “Cambiare pelle”, appunto, la sfida che attende ora il tessuto della piccola media impresa italiana. Ma con la recessione, chi ti finanzia un’operazione del genere oggi? Essere imprenditori seri è un mestieraccio, credetemi, e non solo per colpa della crisi. Ogni anno effettuiamo una media di quarantamila controlli interni e cinquemila da enti esterni. Acqua, latte, ogni singola materia è certificata. Gli organismi di vigilanza escono sempre da queste mura a mani vuote, i clienti esteri con migliaia di ordinazioni». Un “mestieraccio” che ha portato lo scorso 5 novembre il titolare della Medeghini ad essere insignito, dopo la nomina nella festa della Repubblica, del titolo di Cavaliere del Lavoro dalle mani del presidente Giorgio Napolitano. «Non è un premio a Giovanni Medeghini, ma a cento anni di storia “buona”, semplice, di quelle che ti conquistano su ogni tavola con un buon bicchiere di vino», si schermisce il presidente. Quelle storie di uomini che si son forgiati alla fiamma di alcune fascine ardenti tra repubblichini, tedeschi, caccia angloamericani, ancora capaci di andare a fondo di quel grandissimo “mestieraccio” che è l’impresa made in Italy.