di Marina Corradi
Cinquant’anni dopo la sua morte, la gente accorre ancora. Rimane intatta la gratitudine di chi può dire: io quell’uomo l’ho incontrato
Piazza del Duomo a Milano gremita da una folla immensa nel giorno della beatificazione di don Carlo Gnocchi. A cinquantatré anni dalla morte, per quell’uomo sono venuti in cinquantamila. Mi colpisce una cosa: nella prospettiva del tempo, quello lungo, quello dei decenni e dei secoli, passano i duci e i leader, svaniscono gli scandali, cadono nell’oblio le star. Ma, cinquant’anni dopo, il sagrato del Duomo è colmo, in memoria di un cappellano degli alpini.
Come con padre Pio. Quando incontri qualcuno che l’ha conosciuto, ti meraviglia come dai ricordi vengano fuori, vive, la faccia, le parole di quell’uomo. Come se, nel tempo che macina e polverizza, quei ricordi per una singolare grazia fossero preservati.
Ho sentito ad Ars il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, in un ritiro parlare di padre Pio. «Era il 1961, avevo 16 anni. Andai con la parrocchia in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo. Mi sentivo estraneo a tanta pietà popolare, a quelle donne del Sud vestite di nero. Mi turbava la folla che alle quattro del mattino già gridava fuori dal convento, chiamando il frate. Poi lo vidi celebrare la Messa. Mai vista, prima e dopo di allora, una Messa così. Ho avuto l’impressione di vedere la realtà del sacrificio di Cristo; come se il velo del Sacramento fosse caduto. Poi, in sacrestia, a quell’uomo ho avuto il privilegio di baciare la mano».
E mi scrive un anziano lettore: «Ricordo come fosse ieri quando ho avuto vicino il volto di padre Pio e lui m’ha chiesto: “Sei arrabbiato?”, e mi sembrava intimidito. Ma è stato un attimo. Un minuto o due dopo quel che gli andavo raccontando, nell’irritazione crescente, “stupido!” m’ha detto, e sembrava vedermi dentro con una chiarezza assoluta. Sono seguite delle parole che non dimenticherò mai, ma lui era già quasi assente e io non ho potuto fare a meno di baciarlo; sento ancora la seta della sua barba sulla guancia».
Il lettore che scrive ha quasi novant’anni. Ma prodigiosamente quell’incontro s’è salvato dalla corrosione della vecchiaia. Intatto, vive, isola salva nella memoria.
Allora il tumulto di piena e di veleni che ogni mattina ti travolge appena apri un quotidiano non è tutto, anche se il fragore assorda. Qualcosa d’altro scorre nel fiume delle nostre ore. Silenzioso, non riconosciuto. Non vale un titolo a due colonne sui giornali. Eppure opera e tenacemente si perpetua. Cinquant’anni dopo la morte di don Gnocchi, la gente accorre ancora, colma una piazza; ricorda, come fosse stato appena ieri. Il setaccio del tempo scolora le facce dei tribuni, sbiadisce gli scandali e copre tutto di oblio. Ma lascia intatta la gratitudine di chi può dire: io quell’uomo l’ho incontrato. Nella nebbia degli anni, un faro. Nella corrente vorticosa del tempo, come la barriera di un porto: pietra pesante, solida, incorruttibile. Il resto è un boato, o, forse, molto rumore per nulla.