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Giannino: In difesa di un padre di famiglia XXL stratassato e beffato

di Oscar Giannino

Avanti così e ci tocca scendere in piazza

Vorrei invitare a cena Oscar Giannino, per sapere da lui che se ne intende e spiega pure molto bene, che cosa avrei dovuto fare per evitare di restituire in busta paga più di 2.000 euro di Irpef. La mia è una “famiglia XXL”, come dite voi, e per me la quarta settimana non è una menata dei “sinistrorsi”. Non voglio protestare ma solo segnalare la mia vicenda per poter informare chi potrebbe trovarsi nelle stesse condizioni. In poche parole ho sei figli, moglie e quattro figli sono a carico (i due più grandi vivono fuori casa), come famiglia numerosa mi sono riconosciuti 1.000 euro più 1.400 euro di detrazioni per il quarto figlio. Totale 2.400 euro. Succede che nel 2008 la figlia quartogenita ha la “fortuna” di lavorare qualche mese superando di poche decine di euro il tetto massimo che è di poco superiore ai 3.000 euro. Quello che doveva essere un aiuto alle famiglie numerose si trasforma in un attimo in una mannaia che taglia un quarto del mio stipendio per cinque mesi. Considerando poi che nel 2009, a parte me, nessuno in famiglia ha percepito reddito, me li dovranno pure ridare, spero. Ho sottoposto il problema anche ad altri, ma le risposte sono state freddamente tecniche, con il testo in mano.
Luigi Beretta

La mia risposta a Luigi Beretta è franca. Il legislatore commette un grave errore nel far insistere sullo stesso periodo d’imposta la verifica delle condizioni di capienza del reddito per la concessione del bonus “famiglia numerosa” e il beneficio del bonus medesimo. Mi spiego: il bonus è una goccia d’acqua rispetto a ciò che si dovrebbe fare per sostenere la famiglia nel nostro paese, poiché come ho più volte detto sono per il quoziente familiare “alla francese”, e respingo le critiche avanzate dalla sinistra e dagli economisti di Lavoce.info, secondo i quali il difetto del quoziente familiare è di scoraggiare l’occupazione aggiuntiva femminile inducendo le donne a “stare a casa”. L’occupazione femminile francese è maggiore che da noi, quindi si tratta di un’obiezione buona solo a spaccare il capello, perché in realtà nasconde il pregiudizio per il quale non deve essere la famiglia l’integratore essenziale sul quale misurare le soglie di prestazione al welfare e il sostegno al reddito, bensì devono essere gli individui e solo gli individui, come purtroppo indicato dalla Corte costituzionale in una dannata sentenza a metà degli anni Settanta a proposito del cumulo dei redditi.


Tuttavia prendiamo per buona la goccia d’acqua riservata a Luigi, perché nel deserto in cui stiamo è buona regola non buttare via il sia pur minimo genere di conforto. La soglia di reddito prevista per il beneficio dovrebbe riguardare l’anno fiscale 2007, e in verificate condizioni di capienza secondo il dispositivo di legge il beneficio dovrebbe essere irredimibile, non più sottoposto cioè al recupero “coatto” che lo Stato ha riservato al nostro amico Luigi. Adottando invece il criterio per cui il beneficio resta sospeso sino alla dichiarazione dei redditi dello stesso anno d’imposta, l’effetto paradossale che si esercita è quello di scoraggiare i componenti della famiglia beneficiaria a ricercare occupazione aggiuntiva o il conseguimento di redditi più alti. In altre parole. Sarebbe stato meglio che la quartogenita non lavorasse neanche quel po’ che ha lavorato, o che comunque si fermasse sotto la soglia dei tremila euro di imponibile. È un incentivo al lavoro nero, l’effetto di questa perfida mentalità del legislatore, che a chiacchiere invece si traveste da virtuoso vigile della spesa pubblica, per impedire che i benefici vadano a chi non li merita. Ma ottiene solo l’effetto di incoraggiare i beneficiari a fare i furbi. È l’ennesima conferma degli effetti perversi del nostro welfare: micragnoso verso la famiglia, inconseguente all’obiettivo di spingere al lavoro, paradossale nell’incoraggiare a violare la legge.
Mi rendo conto che questa aurea spiegazioncina non cambia di una virgola la paradossale condizione di Luigi. Sempre che conteggi più accurati non consentano impugnative (che naturalmente sono costose), la mia considerazione finale è un’altra. Quando avvengono casi come quelli di Luigi, io sento fortemente la mancanza di un movimento politico o anche di associazioni disposti a fare proprio di questi casi concreti momenti e campagne concrete di mobilitazione. Che cosa ci impedisce davvero di farlo? Perché è così impensabile trovarsi in duemila persone di fronte all’Agenzia delle Entrate qui a Milano, inalberando cartelli “Stato sei ladro, di tasse e di futuro, restituisci a Luigi e a tutti quelli come lui ciò che spetta ai loro figli”? La famiglia non si difende solo chiedendo scusa in punta di piedi. Lo Stato tassatore conta sulla nostra rassegnazione, e quando lo capiremo sarà sempre troppo tardi.


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