di Luigi Amicone
«La sinistra è affetta da un virus autoritario che produce la presunzione di avere ragione comunque. L’egemonia culturale? C’è ancora ma è in crisi, infatti al dunque l’elettore non si fida». Pansa, il Pd e i repubblicones
L’ultima cannonata su Dario Franceschini l’ha sparata a urne ancora aperte. Nel suo “Bestiario” sul Riformista di domenica 7 giugno. Dove anticipava gli umori astensionisti, bollava di «inadatto» il «Ferrarese Incauto». E si faceva portavoce della delusione del popolo di sinistra. Ma il giorno dopo la sconfitta del Partito democratico e lo stallo di Silvio Berlusconi, qual è l’umore di Giampaolo Pansa? «Pessimo. Si rafforzano i mastini delle ali estreme. Adesso Bossi proporrà di prendere a cannonate i clandestini. Di Pietro dirà che bisogna uccidere Berlusconi. Che dire? Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è eccellente».
Non trova strano che i vertici del Pd esibiscano una certa soddisfazione perché, come ha detto Piero Fassino, «Berlusconi non ha sfondato, mentre per noi c’è stato solo un arretramento»? Altri cinque passi da gambero e il fiato di Antonio Di Pietro sul collo. Come si fa a non mettersi in lutto?
Ma vede, come ho scritto nel Revisionista il problema della sinistra è il fattore Sc, la Sostanza Cattiva. Che è quella robaccia prodotta dal virus autoritario che continua a riemergere dalle ceneri del Partitone Rosso. Mettendosi insieme alla cosa forse peggiore della Dc, la sinistra cattolica, oggi quella roba ha cambiato di nuovo sigla e si chiama Partito democratico. Ma la Sostanza Cattiva è rimasta. E produce l’arroganza. Produce la presunzione di avere sempre e comunque ragione. Produce l’egemonia culturale che è ancora quasi intatta anche rispetto a vent’anni fa. Produce tutte le schifezze che io ho provato sulla mia pelle quando ho cominciato a scrivere i libri sulla guerra civile. Da questo deriva tutto il resto. Compresa l’ennesima batosta elettorale e la terribile crisi culturale in cui la sinistra italiana è precipitata. E dico “culturale”, perché nonostante le strutture proprietarie della cultura siano ancora quasi tutte loro – se vuole possiamo farne anche un elenco – al dunque, l’elettore dice: “Ma perché mi devo fidare di questa gente? Non ci penso neppure”. Ecco spiegato il cosiddetto arretramento.
A proposito di sostanza cattiva e crisi culturale. Nel Revisionista lei cita tra gli altri il principe Carlo Caracciolo, ex partigiano ed editore di Repubblica che una volta diceva che Pansa scrive cose vere, un’altra sosteneva che non gli piacevano i suoi libri. E poi i vari Prodi, Veltroni, Fassino eccetera, che in privato le offrono solidarietà, in pubblico non la conoscono. Però non ci sono solo loro, i Lucio Villari o i giornali che per la riduzione tv del suo Il sangue dei vinti hanno scritto tutti la stessa recensione censoria.
Sì, anche questo fa parte della Sc: l’opportunismo e il revisionismo di comodo. Scusi, ma quando nei suoi libracci Pansa dice che ci vuole un revisionismo sulla guerra civile e soprattutto sul dopoguerra, perché loro invece di appellarsi al club dell’Anpi non entrano nel merito delle questioni? Vede, i revisionisti veri, a cominciare dal sottoscritto che è arrivato per ultimo, sono dei solitari. Io sono di sinistra, ma se oggi ci fosse un revisionista che vedesse le cose dal punto di vista della destra, la sua solitudine non sarebbe diversa dalla mia. E anche il leader Gianfranco Fini lo scomunicherebbe. Loro invece sono sempre stati “La Storia”. Nella loro testa, nella loro arroganza culturale e politica, nel loro dispotismo mentale, l’unico revisionismo buono è il loro.
Si è rassegnato alla vita del revisionista solitario?
Non me ne frega un tubo.
Addirittura.
Ascolti, quando chiesero a Palmiro Togliatti se fosse difficile guidare un partito come il Pci, Togliatti rispose: «Ma no, non è difficile, bisogna solo avere la pelle come quella dei rinoceronti». Ecco, la mia grande forza nei rapporti con tutti i partiti, ma in particolare con il Partitone Rosso, visto che è di questo che stiamo parlando, è data dalle seguenti cose: A. Non sono mai stato iscritto. B. Non sono mai stato un militante. C. Sì, sono stato un elettore del Pci, ma a corrente alternata; e la prima volta che sono andato a votare ho votato socialista perché ero incazzato nero per la storia dell’Ungheria(peraltro, nel giugno 1958, quando a Budapest fucilano Imre Nagy e Pal Maleter, chi si alza nel parlamento italiano a dire: «Hanno fatto bene!»? Pietro Ingrao, quel tale che ancora oggi ci viene presentato come un’icona di moralità). D. Sono uno che non ha mai chiesto piaceri a loro e a cui loro hanno invece offerto due volte, ricevendo sempre il mio no, di fare il candidato per il Pds.
Però adesso lei è rimasto un po’ isolato.
Isolato? Hanno tentato di isolarmi, questo sì, di non farmi più invitare, di non farmi più avere premi, di non farmi partecipare ai festival della letteratura o della loro pseudoletteratura. Ma niente a che vedere con quello che hanno fatto ad altri. Mi sono appena riletto il bel libro di Aldo Cazzullo su Edgardo Sogno. Bè, a lui hanno fatto delle robacce pazzesche. A me dopotutto è andata bene. Anche perché, sa, io mi sono guadagnato tante amicizie e tanti lettori che hanno assolutamente compensato il vuoto che questi mi facevano intorno. E qui torniamo alla domanda iniziale. Nella loro cieca arroganza, quella del “complesso dei migliori” – mi piace molto questa espressione coniata da Luca Ricolfi, anche se sarebbe più esatto “complesso delle canaglie” – hanno pensato: “Adesso gli facciamo il deserto intorno e così Pansa non conterà più nulla”. Oddio, ma non è vero! Proprio perché, al contrario di quello che scrive Repubblica, non è vero che in Italia non esiste più opinione pubblica. Proprio perché l’opinione pubblica c’è e, anzi, ce ne sono tante, mentre questi continuano a crogiolarsi nell’idea che l’opinione pubblica esiste solo se è di sinistra, sa quanti libri vendo e quante mani di italiani stringo, io? Guardi, se mi domanda qual è la conseguenza che mi ha sconvolto di più dei miei libri revisionisti, le rispondo: è proprio questa, cioè il fatto che ancora oggi non faccio altro che incontrare persone che mi esprimono gratitudine per le cose che ho scritto. Ripeto, io me ne fotto, ma certo il paradosso dell’Italia rimane: il vecchio Partito comunista non c’è più, i suoi eredi politici sono dei morti che camminano, però la proprietà culturale è ancora loro.
In effetti il paradosso è che tu scorri i lanci di agenzia dell’Ansa e dicono che la sinistra europea solleciterà l’apertura di una procedura d’infrazione in sede Ue poiché in Italia «non c’è libertà di stampa». Tu apri Repubblica e di un’intervista al vicedirettore del Times leggi lo strillo: “In Italia troppo servilismo dell’informazione”.
È vero esattamente il contrario. Se c’è un momento in cui la libertà di stampa è totale, è questo. Sì certo, Berlusconi domina sulle sue tre reti. Ma abbiamo presente la Rai? E vogliamo parlare dei giornali? Basta leggerli, io ne leggo dodici-tredici al giorno. Come si fa a non vedere che, sia pure con intensità diversa, in tutti i quotidiani italiani – in tutti, eccetto i due davvero di centrodestra, Il Giornale e Libero – c’è un’ostilità contro Berlusconi? Quanto al Giornale e a Libero, gliel’ho detto: siete governativi ma fate dei veri giornali di opposizione. E posso dirle una cosa? Anche Tempi io lo leggo come un giornale di opposizione, perfino più spinto di Panorama.
E del servilismo dell’informazione italiana denunciato dal vicedirettore del Times, cosa ne pensa?
Ma il Times non è di Rupert Murdoch? Quel grand’uomo di Winston Churchill diceva: «Io non parlo mai con i direttori dei giornali. Io parlo solo con i proprietari dei giornali».
E del suo ex giornale cosa pensa? La Repubblica del “perbenismo pedagogico” è stata protagonista anche in quest’ultima campagna elettorale. E in un certo senso pare che abbia avuto ragione.
L’inventore di questa splendida espressione, “perbenismo pedagogico”, è Andrea Romano. Che vuole che le dica di Repubblica? Ma sì, grande, grandissima. In questa campagna elettorale si è visto realizzato sul campo il principio secondo il quale quando i partiti si castrano con le proprie mani i giornali che sono già robusti diventano più forti dei partiti. Qui Ezio Mauro ha portato all’estremo e con grande abilità la teoria di Eugenio Scalfari. Nei capitoli del Revisionista che dedico a Scalfari rammento che lui, a suo tempo, aveva già fatto questa rivoluzione copernicana per cui il sole è Repubblica e i pianeti sono i politici. Infatti Scalfari si riteneva più forte di Berlinguer, più forte di De Mita, più forte di Craxi. Ezio ha portato all’estremo questa teoria. Oggi chi è che fa politica a sinistra, Dario Franceschini o Ezio Mauro? Il Partito democratico o Repubblica?
Dunque Ezio Mauro non è così stanco come si dice e forse non ha più quella gran voglia di andare a Washington.
Ma vede, il problema è questo. L’ingegner Carlo De Benedetti, che naturalmente ha molta cura dei suoi giornali, e fa bene, è un uomo intelligente. Ho parlato a lungo con lui lo scorso novembre perché è stato l’unico del gruppo editoriale Repubblica-Espresso che ha voluto capire perché me n’ero andato via da lì dopo trentuno anni. Non è che mi ha chiamato il direttore dell’Espresso o il direttore di Repubblica. No. Mi ha chiamato l’Ingegnere. Abbiamo fissato un appuntamento a Roma, siamo stati insieme e abbiamo parlato per un’ora e mezza. Naturalmente non posso rivelare quel che ci siamo detti, però certamente è in atto una ristrutturazione profonda nel gruppo. Ristrutturazione che riguarda i processi produttivi, l’acquisizione della pubblicità, il taglio delle copie inutili. Che riguarda il fatto che in certi alberghi Repubblica non lo trovi più, mentre continui a trovare il Corriere della Sera o La Stampa. Al gruppo Repubblica-Espresso – e naturalmente qui non le do una dritta, le propongo soltanto uno scenario che ho controllato anche con amici che stanno lì – è arrivato un nuovo amministratore delegato, una signora che pare sia bravissima, una matematica che guidava le Generali in Spagna. La signora, però, ha un handicap (e certamente non per colpa sua, il suo curriculum è un altro): ha l’handicap di conoscere poco l’ambiente dei giornali. Ora, essendo andato via alla fine dello scorso anno Marco Benedetto, l’ultimo testimonial che insieme all’Ingegnere è rimasto sempre in prima linea sulla trincea principale e conosce vita morte e miracoli di tutti i giornalisti di Repubblica, L’Espresso e la situazione dei giornali locali legati al gruppo, è Ezio Mauro. Quindi Ezio, anche suo malgrado, io credo che dovrà restare al suo posto ancora per un po’ di tempo. Ezio è importante perché è l’unico del gruppo che sa tutto. E comunque, per forza di cose deve rimanere lì, oltretutto in una temperie come questa. Può piacerci o non piacerci, ma è un dato di fatto: Repubblica è una cosa vera.
Così “vera” che ancora oggi Repubblica continua a dettare la linea.
Esatto. Se c’è un’anomalia nella sinistra italiana è che chi decide non è neppure il numero uno del partito. Vede, la mattina Mauro e Franceschini si alzano, lasciano le loro case, le loro mogli, vanno a lavorare. E non è che Mauro dice: “Chissà cosa penserà oggi Franceschini”. Non si pone nemmeno il problema. È Franceschini che ha il problema di controllare cosa scrive oggi Repubblica e come la penserà Ezio Mauro. Questo è il meccanismo. Se noi dovessimo fidarci del nostro orgoglio professionale e corporativo, potremmo dire: “Bene, caro Franceschini, hai avuto soltanto quello che ti meritavi, per la prima volta c’è un giornale a cui devi obbedienza e riverenza”. Come dicevano le nostre madri: “Alla nonna devi obbedienza e riverenza. Non ti diciamo di darle del ‘voi’ come fa tuo padre che è suo figlio e come faccio io che sono sua nuora e le diamo del ‘voi, mamma’, ‘vui mama’ in dialet piemuntes; tu dalle pure del ‘tu’, ma le devi comunque obbedienza e riverenza”. La stessa cosa vale per Franceschini. Che poi, debbo dire, ci mette del suo. Mi dispiace, ma Franceschini è veramente uno sciocco. L’ho capito quando ha messo sullo stesso piano Tommaso Moro e Bulow. Nel senso che il primo era il nome di battaglia di Zaccagnini, l’altro di Boldrini: hanno combattuto entrambi nella Resistenza, ma avevano due orizzonti non solo diversi ma contrapposti. Ci aggiunga la storia di Noemi Letizia, i consigli dell’educatore, gli insulti agli astensionisti… Ma insomma, come si fa a essere così ciula?
Consigli per Berlusconi?
Il suo problema è uno solo: deve stare attento a non sbroccare. Guardi, Silvio Berlusconi e io siamo quasi coetanei. Per un anno non siamo diventati dei gemelli astrali, perché io sono nato il primo ottobre del 1935 e il Cavaliere il 29 settembre del 1936. Dunque lui a settembre ne farà sette e tre, io a ottobre sette e quattro. Lei non vive ancora in questa fascia d’età, ma vede, chi ha passato la settantina ha una paura sola: morire. Le persone anziane come Pansa e Berlusconi hanno paura e cercano di esorcizzare la morte in mille modi diversi. Pansa come fa? La mia Adele me lo dice tante volte: “Tu uccidi la tua paura di morire scrivendo, andando in giro a presentare libri, rompendo i coglioni”. Berlusconi, invece, la esorcizza in un altro modo. Però con la differenza che io sono solo un giornalista, sia pure un amato-odiato-conosciuto giornalista. Ma cavolo, lui è il premier! Conosco una signora che sostiene di essere stata una habitué della sua villa ad Arcore. Mi dice: «Ma tu lo sai qual è l’argomento numero uno delle conversazioni serali? La morte». La morte? Come la morte? «Sì, la morte, la paura di morire»… Da questo punto di vista anche tutta questa storia che è esplosa, la storia che ha pubblicato Vittorio Feltri sulla moglie del Cavaliere – una storia certamente vera, anche perché l’accertamento numero uno l’ha fatto con Berlusconi, ne sono sicuro: prova ne è che il premier a Bari non ha detto: “Falso”, ha detto: «Mi spiace che certe questioni intime finiscano sui giornali» – finirà per pesare su di lui. E non è che il risultato elettorale cancella via tutto. Perciò, il presidente deve stare molto attento. È un consiglio che gli do da osservatore esterno. Ma anche da cittadino di questo paese. Insomma, dopo la vittoria del centrodestra speravo di vedere finalmente cinque anni di governo stabile. E invece vedo che qui tutti giocano allo sfascio. Specialmente la sinistra. Ma cosa sperano di raccogliere? Dopo che avranno distrutto Berlusconi con le Noemi, piuttosto che con le intercettazioni o i voli di Stato, pensano sul serio di andare loro al potere? Ma se lo devono togliere dalla testa. Semmai Berlusconi cadesse prima del 2013, ci andrà qualcun altro al governo. E non sarà certo la sinistra.