Published on Tempi (http://www.tempi.it)
40·1019 bytes di informazioni e non sapere cosa farsene

di Giorgio Israel

Una “autorità” accademica segnala un video dove si spiega che il New York Times produce in una settimana più notizie di quante ne accumulava in tutta la vita un uomo dell’800. Ma la conoscenza non è questione di quantità

Un’“autorità” accademica ha segnalato in giro un video dal titolo “Did you Know 3.0”, presentato come utile a «pensare la knowledge society». Il succo del video è che viviamo in “tempi esponenziali” e governati dalla comunicazione. Si spiega che stiamo preparando studenti per lavori e per usare tecnologie che non esistono ancora e per risolvere problemi che ancora non sappiamo che siano tali. Si racconta che un ottavo delle coppie sposate negli Stati Uniti negli ultimi anni si è conosciuto in rete: bisogna vedere come va a finire. Il primo paese al mondo per internet a banda larga è Bermuda, mentre gli Usa sono soltanto al 19esimo posto e il Giappone al 22esimo: quindi Bermuda è al vertice della knowledge society? Il numero di anni necessari perché un messaggio pubblicitario raggiunga 50 milioni di persone è 38 per la radio, 13 per la tv, 4 per internet e 2 soltanto per Facebook. Le comunicazioni telefoniche triplicano ogni sei mesi e il numero di apparati internet da 1.000 nel 1984 è passato a un miliardo nel 2008.
Ma la parte più interessante riguarda il modo tutto quantitativo con cui si tratta la “conoscenza”. Secondo il filmato il 25 per cento della popolazione indiana ha il massimo di IQ (quoziente intellettivo), più della popolazione statunitense. Si dà per scontato che chi ha un alto IQ sia “intelligente”, mentre sappiamo che questo parametro di valutazione è a dir poco di-scusso. Nel 2006 venivano fatte 2,6 miliardi di ricerche al mese su Google, oggi ne vengono fatte 31 miliardi al mese. A chi venivano rivolte queste domande?, si chiede il filmato. Forse non bisognerebbe fare tante domande, soprattutto sarebbe bene astenersi dal fare domande inutili o cretine. Informa ancora il video che una settimana del New York Times offre più informazione di quanta ne poteva accumulare un uomo dell’Ottocento in tutta la vita. Inoltre quest’anno sono stati generati 40·1019 bytes di informazione, più di tutti i 5 mila anni precedenti. Ma è proprio sicuro che una dose così massiccia di notizie serva davvero a trovare risposta a qualche domanda sensata? Infine, pare che la lingua inglese contenga oggi circa 540 mila parole, più di cinque volte quante ne avesse all’epoca di Shakespeare. Nonostante tale ricchezza di vocabolario, di Shakespeare oggi se ne vedono pochi in giro e la gente continua ostinatamente a leggere quello “povero”. Anche il numero di parole dell’ebraico biblico è disperatamente modesto. Eppure la Bibbia continua ad essere il libro più letto al mondo. Quando morì il celebre filosofo Spinoza in casa gli trovarono meno di trecento volumi. Eppure i più accaniti paladini della postmodernità tecnoscientifica – per esempio, il neuroscienziato Jean-Pierre Changeux – non trovano di meglio che rifarsi all’autorità di Spinoza.
Il filmato termina saggiamente lasciando aperta la domanda: «Cosa significa tutto questo?». A me pare che significhi che la crescita quantitativa è utilissima ma la conoscenza non si riduce né all’informazione né alla comunicazione. Non basteranno un trilione di terabytes a unificare meccanica quantistica e relatività o a decidere se la teoria delle stringhe funzioni. Sarebbe auspicabile saper gestire il flusso crescente di informazione senza dimenticare i grandi problemi della conoscenza che ci stanno aperti di fronte.
L’“autorità” accademica consiglia il video a “conservatori” e “laudatores tempore acti”. Per parte mia, vivo contento nelle innovazioni tecnologiche che ritengo di saper usare meglio di molti lodatori del presente. Oltretutto riesco ancora a scrivere correttamente “laudatores temporis acti” senza bisogno di ricerche su Google.


Source URL: http://www.tempi.it/opinioni/006535-40-1019-bytes-di-informazioni-e-non-sapere-cosa-farsene