di Simone Fortunato
Un veterano della Corea, solo e scaricato anche dai figli, all’ostinata ricerca di qualcuno a cui tramandare la sua bella Ford fuori moda. Gran Torino corona la grande parabola umana dell’ispettore Callaghan.› Guarda il trailer
Settantotto anni, 53 anni come attore, 36 come regista, quattro premi Oscar. E un testamento, cinematografico, con cui ha sbancato il botteghino. Perché Gran Torino, l’ultimo film di Clint Eastwood, è anche il suo più grande successo commerciale. Costato poco più di 30 milioni di dollari, ne ha incassati quasi il quadruplo, e solo negli Stati Uniti. Mica male per il protagonista di Per un pugno di dollari, quel cowboy che quarant’anni fa per la critica era «un buon attore con due espressioni, una col cappello e una senza». Ma Clint da allora ne ha fatta di strada, al seguito di grandi maestri a cui, come ricorda in ogni intervista, deve tutto. Deve tutto a Sergio Leone, che gli ha insegnato il mestiere dell’attore prima e del regista poi, e che gli ha instillato la passione per il western e le grandi vicende umane. E deve molto anche a Don Siegel, che l’ha diretto come ispettore Callaghan: da cui ha imparato una certa sobrietà e la secchezza stilistica. Ne ha fatta di gavetta, Clint. Da regista ha diretto film discreti per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Western più che altro, ma anche gialli e persino qualche commedia. Poi, agli inizi degli anni Novanta, il primo di tanti capolavori, Gli spietati (quattro Oscar, tra cui miglior film e regia). E a seguire Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Mystic River, con cui fece vincere l’Oscar a Sean Penn. Poi lo struggente Million Dollar Baby (altri due Oscar), il recente dittico sulla Seconda guerra mondiale (Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima) e Changeling, con cui è riuscito nel miracolo di far recitare Angelina Jolie. E ora, mentre Changeling è candidato all’Oscar per la migliore interprete femminile, ecco Gran Torino, che in Italia uscirà il 13 marzo.
Un film piccolo, sobrio, girato in poco tempo e uscito quasi in sordina a fine 2008. La storia è la più eastwoodiana possibile. Un veterano della guerra in Corea, vecchio, malato e vedovo, tira a campare lucidando la sua splendida Ford Gran Torino 1972, un occhio amaro al passato e uno crudele al presente. Tutto è cambiato, anzi crollato nella vita di Walt Kowalski, americano di origine polacca. A partire dal suo quartiere, dove tutti i vecchi vicini sono morti e sono stati sostituiti da asiatici, i figli dei coreani che durante la guerra avevano collaborato con gli americani. È arrabbiato Walt. Arrabbiato col prete che per una promessa fatta alla moglie del veterano lo segue dappertutto, convinto che debba confessarsi. Ed è arrabbiato col vicinato dagli occhi a mandorla, soprattutto dopo che un giovanotto cerca di rubargli la macchina. Arrabbiato e solo, Walt è destinato a una fine triste, quando un bel giorno il destino bussa alla sua porta per farsi perdonare. Un destino giallo e con gli occhi a mandorla. «Sono rimasto affascinato dal copione, da questo modo di procedere dalla intolleranza alla solidarietà fino all’amore», ha spiegato Eastwood presentando il film ai critici americani. Critici che, in qualche caso, si sono dimostrati duri col vecchio Clint. «Troppo volgare», «Razzista», hanno scritto. Clint ha risposto alle critiche con il solito stile secco e ironico: «Penso che il “politicamente corretto” sia andato veramente oltre. Penso che si stia perdendo il senso dell’umorismo. Io prendo sempre in giro mia moglie che è un misto di tutto – ispanica, nera, giapponese, irlandese. Per farla arrabbiare le dico che è uno scherzo della natura».
Clint scherza ma Gran Torino è terribilmente serio. È un racconto che parte dai pregiudizi di un uomo solo e indurito dalla vita. Solo, perché i figli vorrebbero metterlo in un ospizio e perché i suoi amici semplicemente non ci sono più. Un uomo solo che però, nella vecchiaia, sperimenta la grandezza del perdono e l’accoglienza gratuita. In una delle scene più commoventi del film, Walt, invitato a mangiare dai vicini coreani, si rifugia da solo nel bagno a commentare tra sé e sé: «Mi sento più accolto da questi musi gialli che dai miei figli». Così Gran Torino si configura come un film-testamento a partire proprio dal titolo. La Gran Torino come simbolo di tutta la bellezza della propria storia. Una macchina splendida, però fuori moda, fuori tempo, fuori tutto. Ma dovrà pur essere lasciata a qualcuno. Dovrà pur continuare ad essere guidata e amata, anche quando Walt non ci sarà più. Ci vuole un erede, un figlio a cui affidare la nostra storia.
Una via disseminata di capolavori
Dopo un percorso lungo e doloroso, passato attraverso l’abisso del peccato (Gli intoccabili), la persecuzione dell’innocente (Un mondo perfetto), l’amore impossibile (I ponti di Madison County), la giustizia umana che condanna ma non perdona (Mystic River), il crollo del sogno (Million Dollar Baby) e l’eroismo dimenticato di Flags of Our Fathers, è arrivato a usare nuove parole. In Changeling, melodramma tutto al femminile che mette in conflitto le ragioni del cuore di una madre e la pretesa razionalista del Potere, si chiudeva con la parola “hope”, una speranza sostenuta da tanta gente di buona volontà (il pastore, l’avvocato, il capufficio) che non abbandonano mai la donna nella ricerca del figlio. In Gran Torino, invece, i riferimenti evidenti alla saga dell’ispettore Callaghan e a Gli spietati trovano una nuova collocazione, in una storia segnata dal perdono, dalla carità, persino dalla fede, una presenza che nei film di Eastwood è sempre stata reale ma distante (ricordate il prete di Million Dollar Baby?) e ora per il vecchio pistolero diventa carne, sangue, compagnia.