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Qui Padova beve e piange i morti

di Carlo Melina

All’ora dello spritz nessuno sopporta che gli ostensori dell’ostia laica non siano partecipi del suo mistero. Che intrusione il corteo per Giuseppe, ucciso per pochi euro

«Noi andiamo allo sbando perché non conosciamo il rito. Ci prende un gran rimescolo, certe volte, e non sappiamo a chi andare a dirlo. Ci prende una passione per la vita, ma ce la teniamo per noi e non va mica bene, non va mica». (Michele Serra)

«La percezione di tale realtà trascendente, che colma sempre di sé le celebrazioni e si offre alla comunione di tutto il nostro essere, era la ragione decisiva e permanente della mia attrazione. (…) non ho mai avvertito sazietà o stanchezza nei pontificali e nelle lunghe consacrazioni; cosa che non posso dire delle cerimonie civili, pur se dignitose e solenni ma senza una res soggiacente: solo intessute di parole e di discorsi». (Giacomo Biffi)

«Se vedèmo in piàssa» vuol dire ci vediamo in Piazza delle Erbe. Non in Prato della Valle. Non in Piazza dei Signori, né in Piazza della Frutta. Né altrove. I signori, il mercato della frutta, gli spritz – quelli veri, li trovi sul lato sud del Palazzo della Ragione. Così come le manifestazioni e le commemorazioni, almeno dopo Berlinguer. Almeno dopo che Enrico Berlinguer pronunciò l’ultimo discorso prima di perdere conoscenza e spirare nell’ala dell’Ospedale di Padova voluta dal vescovo Giustiniani.
«Se vedèmo in piàssa» dev’essere una delle ultime cose che Giuseppe ha detto ai suoi amici prima di andarsene; mettersi lo zainetto, allacciare il casco, accendere il motorino e partire. Giuseppe doveva concludere un affare. Roba da qualche centinaio di euro. Roba che non interessa ai signori, ai mercanti di frutta, ai bottegai e ai più fra quanti incrocino, per ufficio o per diletto, la Piazza di Padova. Non la più grande, né la più bella. Non la piazza dei concerti, dello skate, dei devoti di Sant’Antonio. La piazza laica dietro alla sede del Comune, attorno alla quale tutta la cittadinanza prima o poi si ritrova per ufficio o per diletto. Dove i laureati freschi di proclamazione patiscono quanto stabilito dai rituali della goliardia. Dove bivaccano gli sbandati del centro storico, gigioneggiano i ribelli dei centri sociali, si ammaliano di emozioni cittadine quanti hanno osato allontanarsi dagli angoli laboriosi della provincia. La piazza che raccoglie tutte le anime della città, dove il tempo trascorre sul piatto della meridiana disegnata sul lato sud del Palazzo della Ragione.
Giuseppe era un liceale bene, abbastanza bene, almeno bene abbastanza da non aver bisogno di concludere chissà quali affari. Non gli mancavano gli euro, né qualcuno che facesse in suo favore acquisti a buon mercato, mischiandosi coi signori e le signore del centro, con le casalinghe che pedalano fino in Piazza da Città Giardino, da Sant’Osvaldo, addirittura dalla Guizza. Coi tossici chini, tronchese alla mano, sull’ennesima catena – pronti ad inforcare l’ennesima bicicletta, pedalare fino al Portello, venderla a qualche studente fuori sede e, finalmente, riempirsi le vene di felicità.
Giuseppe non aveva nemmeno bisogno di alzarsi presto la mattina, almeno non tanto presto quanto i pochi padovani e i molti cingalesi che devono allestire i banchi di frutta e verdura. Quanto i cinesi che hanno rilevato le licenze di quasi tutti i bar e le osterie storiche che si affacciano sulla Piazza – salvo poi vedersi costretti a rimuovere dalla mansione di barman e cameriere i propri connazionali tratti all’uopo e sostituirli con maestranze autoctone.
«Mi fai un spritz?»
«Apelol o Campali?»
Signori e bottegai, tossici e liceali bene, universitari fuori sede e pendolari dell’hinterland… all’ora dello spritz, un’ora che in Piazza non trascorre mai, nessuno può sopportare che gli ostensori dell’ostia laica non siano partecipi del suo mistero. Nemmeno le casalinghe che abitano a Mortise, un quartiere della prima periferia. Cinque chilometri da Piazza delle Erbe; neanche 10 minuti di motorino. Un tiro di schioppo da via Anelli, quella del muro, dei marocchini, della droga. Un quartiere curato, di recente urbanizzazione. Un quartiere senza piazze. Con un giardino dove non incrociano né signori, né bottegai.
«Vàgo al parco» dev’essere una delle ultime cose che Giuseppe ha detto ai suoi amici prima di andarsene. Prima di trascorrere 10 minuti in sella al suo motorino. Prima di parcheggiarlo davanti all’ingresso del Parco delle Farfalle, a Mortise. Davanti a un giardino pubblico curato e recintato, dove i pensionati giocano a bocce, gli scout consumano i rituali stabiliti dall’Agesci e le casalinghe raccolgono gli escrementi dei loro cani. Dove le giovani madri osano portare i loro figli, salvo poi controllarli a vista. Perché nel Parco delle Farfalle, quando l’ombra scompare dal piatto della meridiana e si confonde con le altre ombre della notte, cominciano ad arrivare motorini e biciclette, sbandati del centro storico e dell’hinterland, marocchini, slavi e liceali bene in cerca di emozioni da qualche centinaio di euro. Lo sanno i poliziotti, i giornalisti e gli amici di Giuseppe. Lo sanno tutte le persone che hanno partecipato alla fiaccolata organizzata in suo ricordo. Lo sanno anche i genitori di un liceale bene che a quella commemorazione non hanno voluto partecipare. Che hanno preferito coltivare il loro dolore in solitudine; lontano dalle ipotesi della polizia, dal cinismo dei giornalisti, dalle lacrime atterrite degli amici di un ragazzo morto ammazzato mentre cercava di concludere un affare che gli è costato 20 coltellate – Giuseppe è stato ucciso da due nomadi nella notte di domenica 2 settembre 2007. Il suo corpo è stato ritrovato la mattina di lunedì 3 settembre da un cane di nome Lucky e dal suo padrone.

Tra funzioni e corse di cavalli
Il 10 settembre gli amici di Giuseppe hanno acceso decine di fiaccole in Prato della Valle – la piazza più grande di Padova. La più grande d’Italia. Seconda in Europa solo alla Piazza Rossa. Sin dal dodicesimo secolo teatro di rappresentazioni ludiche, funzioni religiose e corse di cavalli. Oggi stazione di fermata del nuovo metrobus, arena musicale, circuito riservato agli appassionati di footing, di skate e ad ogni moldava che abbia una carrozzina da spingere. Il 10 settembre gli amici di Giuseppe hanno sfilato lungo via Roma, scortati dalla polizia e dai giornalisti. Dieci minuti a piedi. Fino in Piazza. Pestando le Munich sui sampietrini, trascinando le gambe dentro a pantaloni troppo larghi, troppo lunghi… alzando le fiaccole, i palloncini, le foto del loro amico. I vessilli disperati che avrebbero dovuto renderne vivo il ricordo, presente la memoria. E invece lasciavano tutti sgomenti: poliziotti, giornalisti e quanti incrociassero, per caso o necessità, il tragitto del corteo.

Sotto al piatto della meridiana
Una volta arrivati in Piazza, gli amici di Giuseppe si sono sistemati sotto al piatto della meridiana. Uno alla volta, megafono alla mano, hanno improvvisato un elogio funebre. Hanno improvvisato qualsiasi cosa potesse servire, secondo l’intuizione del momento, ad interrompere quel cortocircuito di sguardi attoniti, di sorda disperazione. A concedere “un’ancora” a Giuseppe: abbracciandosi, piangendo, riproponendo in favore del loro amico canti e cori. Provando con gesti più o meno consueti a dirsi qualcosa. Interrogandosi sul da farsi. Interrogando anche la polizia. Consultando gli agenti della Digos che li stavano scortando. Gente con cui mai avrebbero voluto avere a che fare. Troppo abituati ad evitarli, a riproporre in loro sfavore cori suggeriti dai ribelli dei centri sociali. Eppure gli unici adulti, gli unici “altri da loro” dei quali riconoscevano l’autorità.
Gli amici di Giuseppe erano talmente atterriti da chiedere ai nemici loro e di Giuseppe se stavano facendo bene, se stava andando tutto bene. Se era troppo tardi per cantare. Se i fuochi delle fiaccole erano troppo alti. O troppo bassi.
Gli amici di Giuseppe parevano schiacciati dalla realtà cui avevano preferito osterie gestite da cinesi ed emozioni a basso costo. Parevano mal sopportare la sproporzione fra i loro sentimenti e la vanità di quella messinscena. Ordinata, sentita, solenne, ma priva di un destinatario – a chi era rivolto il loro corteo? All’attenzione, alla misericordia di quale autorità?
Gli amici di Giuseppe non avevano altro da fare. Nient’altro che abbracciarsi e piangere – gigioneggiando, mischiandosi coi ribelli dei centri sociali, con quanti, per caso o per necessità, avevano incrociato in Piazza, agli amici di Giuseppe non erano rimasti altro che parole e abbracci. Avevano sfilato ordinatamente, come se avessero avuto qualcosa da farsi perdonare. Avevano cantato. Non avevano altro da fare che aspettare un segno. Un gesto che non è tardato ad arrivare. Quando un agente della Digos ha alzato il braccio, gli amici di Giuseppe si sono abbracciati per l’ultima volta. Hanno spento le fiaccole e, puntualmente, cominciato a sgomberare. Qualche ora e sarebbero arrivati i pochi padovani e i molti cingalesi che devono allestire i banchi di frutta e verdura. E gesti e discorsi consueti avrebbero ricominciato ad animare la Piazza.


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