di Rodolfo Casadei
Nel regno dei narcos, dove comandano droga e pistole, tra eterne miserie e nuovi lussi, un progetto Avsi e Fiat insegna un mestiere diverso da quello del killer
Betim (Brasile)
Con tutti i suoi saliscendi da luna park e il suo asfalto liscio come il vetro, Rua Belo Horizonte non è per niente larga: due auto e una corriera affiancate ne riempirebbero la carreggiata. Su di un lato come sull’altro abbondano gli esercizi commerciali: drogherie e mercerie, panetterie e ferramenta, bar e laboratori di analisi. Per non parlare delle chiese, colorate e diverse come i funghi dopo la pioggia: Igreja Evangelica Renascente, Asembleia de Deus, Igreja do Evangelho Quadrangolar e tutte le altre denominazioni che la sete di miracoli e di consolazione hanno fatto spuntare. Eppure ben difficilmente qui vedrete attraversare la via a qualcuno, meno che mai a un ragazzo o a un giovanotto. Anche i chiassosi adolescenti che escono dalla scuola media coi muri istoriati di festosi graffiti – subito sotto i cocci di bottiglia e il filo spinato per scoraggiare chi si volesse arrampicare – stanno bene attenti a sfilare solo sul marciapiede adiacente al cancello dell’uscita. Perché qui siamo a Teresopolis, la favela più violenta di tutti il Minas Gerais, il grande stato minerario e industriale del Brasile grande tre volte l’Italia, e Rua Belo Horizonte segna il confine fra i territori controllati da due “boca do fumo”: bande di narcotrafficanti di favela.
Scordate le favelas dell’agiografia terzomondista. Niente più baracche dove entra la pioggia e forma fango sul pavimento. Niente più poveri cristi vestiti di stracci. Un paio di scarpe e un cambio di abiti ce l’hanno tutti, e pure l’auto: Fiat Palio e Volkswagen comprate a rate. Le case non hanno tutte l’intonaco, ma sono tutte in muratura. I terreni non sono di proprietà di chi ci ha costruito sopra, ma nessuno si sogna di mandare le ruspe. E se entrate nei negozi avrete una sorpresa: «Il 90 per cento dei commerci qui non è in regola, ma il
50 per cento è attrezzato per pagamenti con carta di credito!», sorride illuminando di bianco il suo bel volto moro Gilmar Santana Juncia nel suo negozio di ceramiche e arredamento per bagni all’incrocio principale del quartiere. Ha appena appoggiato sul tavolo la pergamena del corso di formazione imprenditoriale del programma “Arbore da vida”, un progetto di sviluppo comunitario frutto di un insolito partenariato: la più grande azienda automobilistica dell’America latina, cioè Fiat Brasile, e due Ong che da 20 anni si occupano di riabilitazione di favelas e capitale umano: l’italiana Avsi e la brasiliana Cdm. Basta iscrivere il proprio nome in un registro che si chiama Cfp, e si può installare un terminale per le carte di credito, anche se l’amministrazione dell’esercizio resta in nero. Vetrine, infissi e pannelli dei negozi ostentano adesivi Visa, Maestro, Mastercard.
Il miracolo economico brasiliano si chiama vendita a rate. L’estinzione del debito col Fondo monetario e la politica monetaria del ministro Antônio Paolocci hanno portato alla rivalutazione del real, la moneta nazionale. Oggi il Brasile esporta quasi solo minerali e soia transgenica, ma la domanda interna è esplosa. A rate di 250-370 reais al mese si compra tutto: auto, televisori, computer, capi firmati, appartamenti. Con la benedizione del presidente Luiz Inácio Lula che ha messo da parte le velleità socialiste in economia, la gente corre a indebitarsi con le banche. In attesa che la bolla esploda, come negli Usa. Ma nel frattempo, anche la fortuna è dalla parte di Lula: giacimenti petroliferi nelle acque territoriali vengno scoperti uno dopo l’altro, cosa che insieme alla produzione di etanolo dalla canna da zucchero (molto più efficiente in termini energetici di quello ottenuto in Usa col mais) permette di tenere il prezzo della benzina a 2,4 reais (meno di 1 euro) e quello del biocarburante a 1,5 reais (60 centesimi di euro).
Nessuno arriva ai vent’anni
Persino la signorìa dei narcos può sembrare un problema relativo. «Lavoro in questo negozio da 16 anni, ma abbiamo avuto problemi con la criminalità solo nel periodo 2003-2004», racconta Gilmar. «In quei due anni abbiamo subìto otto tra furti e rapine. Poi basta. Hanno rilasciato i due capibanda che avevano arrestato. Ed è tornato a regnare l’ordine».
Tutti sembrerebbero trovarci la loro convenienza, ma così non è. I trafficanti di droga che hanno trasformato questo abuso edilizio di 35 mila anime in una Londonderry tropicale sono ragazzini che non giocano alla guerra: la fanno per davvero. Un decesso su 4, fra queste vie, è dovu
to a morte violenta. Il tasso di omicidi di Teresopolis è il triplo della media brasiliana, già alta. I corrieri delle bande hanno 8-10 anni, i capi 15-16. Nessuno arriva vivo a 20 anni. E se dentro alle favelas il crimine coinvolge quasi soltanto le bande, l’ondata dei furti in appartamento e delle rapine a mano armata colpisce in pieno la vicina capitale del Minas: Belo Horizonte, 2 milioni e mezzo di abitanti e un’area metropolitana di cinque. Qui le cose sono profondamente cambiate. Primero de Mayo è un quartiere popolare all’ingresso della città venendo dall’aeroporto. è la prima favela di Belo che è stata legalizzata e riabilitata grazie alla legge pro-favela entrata in vigore a metà degli anni Ottanta. Rosetta Brambilla, volontaria italiana che vive lì da quarant’anni, è stata protagonista del movimento che portò a quel provvedimento e della creazione di asili e centri di accoglienza per bambini e famiglie povere che hanno restituito una speranza di vita a migliaia di persone. Nel quartiere è una vera istituzione, nessuno si sognerebbe di torcerle un capello. Negli ultimi due anni ha subìto quattro furti in casa. Le bande di narcos, i cui burattinai ultimi si trovano molto in alto e molto lontano, hanno cominciato a trasferire ragazzini da una regione all’altra del paese: solo con gli sradicati si può essere certi che saranno spietati; essendo consumatori oltre che spacciatori di droga, per pagare i propri debiti non esitano a rubare anche nei territori che dovrebbero restare tranquilli. In città i poliziotti dicono ai residenti esasperati dalla piccola criminalità: «Dateci 1.000 reais, e sappiamo noi chi eliminare».
«Non riconosco più Belo Horizonte», scuote la testa Rosetta. «C’è meno povertà fra i poveri e c’è più ricchezza fra i ricchi e nella classe media, ma la povertà umana si sta impadronendo di tutta la società brasiliana. Adesso che i poveri hanno la casa, la madre sta seduta tutto il giorno davanti alla tv a guardare telenovelas, il padre se ne va per non avere responsabilità. I figli vivono sulla strada perché la loro casa non è una casa. Perché non si sentono amati. Tutti stanno fuggendo dalla vita in un sogno. La classe media sogna consumi di livello sempre più alto. I poveri sostituiscono la tv alla vita, i giovani fuggono nella droga e gli altri si rifugiano nelle promesse di miracoli e guarigioni delle sètte religiose».
Rodrigo ha un posto in concessionaria
Rua Belo Horizonte non è l’unica linea di confine che divide due mondi da queste parti. Ce n’è una lì vicino molto più visibile e profonda: la strada a sei corsie che corre da Belo Horizonte a San Paolo separa Teresopolis dallo stabilimento Fiat di Betim, un monumento alla produttività e al gigantismo industriale: 8 mila operai che producono un veicolo ogni 20 secondi, 3.000 al giorno. Piccolo dettaglio: fino a quattro anni fa solo una decina di residenti di Teresopolis lavoravano nello stabilimento. Poi un giorno un direttore della comunicazione ha detto basta. Marco Antonio Lage, un dirigente Fiat che crede nella responsabilità sociale d’impresa, ha chiesto consiglio all’allora ambasciatore italiano Vincenzo Petrone. Questi gli ha indicato
Avsi e Cdm, ed è nato “Arbore da vida”, un progetto che negli ultimi quattro anni ha creato 400 posti di lavoro per altrettanti ragazzi della favela (di cui 60 alla Fiat) attraverso corsi di formazione professionale, ha migliorato il rendimento scolastico di 700 attraverso la collaborazione con le scuole e la loro partecipazione ad attività sportive, ricreative ed artistiche e ha coinvolto una trentina di soggetti istituzionali nella rinascita del quartiere, oltre a una ventina di leader della comunità.
«Noi conoscevamo la comunità, e all’inizio abbiamo dovuto spiegare che certe cose non si potevano fare come in un qualsiasi quartiere, a causa della presenza dei narcos. Bisognava decentrare le attività per aggirare le insidie della “linea di confine”», spiega Giorgio Capitanio, undici anni di cooperazione in Brasile, coordinatore del progetto per parte Avsi. «Il programma è decollato quando ci siamo trovati d’accordo che non si trattava di individuare e spendere una cifra per risolvere il problema di Teresopolis, ma di puntatre sulle risorse che già esistevano nella comunità perché si attivassero sentendo la nostra fiducia e il nostro interesse».
Per capire cosa significa bisogna imbattersi in alcuni dei giovani che si sono aggrappati al progetto come naufraghi all’unico legno galleggiante. «Chi di noi riesce non deve abbandonare il quartiere, deve diventare un esempio per gli altri», spiega accalorato Rodrigo nell’aula del corso di formazione per carrozzieri al centro Isvor della Fiat. «Voglio che i ragazzi del quartiere mi guardino e dicano: “Se c’è riuscito Rodrigo, con tutto quello che ha passato, posso riuscirci anch’io”». Lui, Rodrigo, stava nel traffico assieme a due fratelli. Uno è qui con lui, l’altro è morto sparato. Lui è stato sul punto di morire per overdose. Fra pochi mesi andrà a lavorare in una concessionaria della Fiat.