di Chiara Rizzo
Dal bidello seviziatore ai vigili rapinatori. Il compendio di orrori in cui i mostri si rivelano buoni. Ma solo dopo storie da incubo
Orchi. Un guercio che trascina i piccoli bimbi di un asilo in una casa degli orrori, dove li fa travestire e poi abusa di loro, insieme ad una banda di demoniaci complici, per realizzare filmini pedo-pornografici da vendere sul web. Moderni Bonnie e Clyde che spargono il terrore sull’Autosole aggredendo camionisti. Un prete che con una truppa di pervertiti violenta ragazzini in un cimitero, sgozza bambini, ne appende i corpi su ganci da macellaio in sacrificio a Satana. Un Jack lo Squartatore della corsia, chirurgo che assassina un paziente per rubargli un rene. Incubi che si materializzano sulle prime pagine dei giornali e che disegnano un’Italia per la quale si dovrebbe invocare un Dies Irae, un Giorno del Giudizio, per poter cancellare tanto insostenibile male. Poi, a guardar bene, succede che i mostri non siano tali. L’orco cattivo è solo un bidello che ha perso un occhio. Il medico non ha mai trafugato organi a nessuno. Il prete è morto di crepacuore per le infamanti accuse, ma non ha mai fatto festini satanici né toccato nessun bambino.
È successo, per esempio, a Brescia. È il dicembre 2001. Un bidello è accusato di pedofilia. Mentre il panico si diffonde in città e monta il numero delle accuse, si traccia la prima ricostruzione dei fatti. Il bidello, con la complicità di una collega e di altri personaggi esterni alla scuola, avrebbe condotto i bambini in una cantina della scuola e in un appartamento. Poi avrebbe ripreso con una telecamera gli abusi, per confezionare video hard da rivendere. Il 22 marzo 2002, il bidello è arrestato. In carcere resta altri 10 mesi, cui seguono tre anni di arresti domiciliari. Sposato e padre di due figli, viene sospeso dal lavoro. Dopo tre processi e un ricorso in Cassazione, lo scorso 5 giugno – sei anni dopo l’inizio dell’incubo – è stato assolto «per non aver commesso il fatto». A rileggere la sentenza, manca il fiato. Si scopre, ad esempio, che è stato dato credito ad alcuni colloqui con i bambini, condotti senza alcuna professionalità, con gli adulti che sollecitavano e suggerivano le risposte. Si apprende che si è accusato un uomo, malgrado non si fosse mai riusciti a scoprire alcunché in mesi di pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni. Un uomo che non solo non possedeva alcun computer, ma non sarebbe stato nemmeno in grado di usarlo. L’avvocato difensore Patrizia Scalvi, oggi, tira il fiato: «Il mio cliente un giorno mi ha chiesto: “Chi mi ripagherà di tutto ciò?”. Sinceramente, non ho trovato parole per rispondere. Certo, verrà ripagato per l’ingiusta detenzione, ma per le umiliazioni, la diffamazione, la paura, no, mai. Le sue ferite dovrà tenersele per sempre. E di grazia che tutto è finito così. Ci sono altri casi in cui si rimane stritolati per sempre negli ingranaggi giudiziari. Bisognerebbe avere più prudenza e umiltà quando si fanno certe indagini: ma c’è l’eterna questione dell’impunità dei magistrati che sbagliano».
Ci sono casi in cui l’ingiustizia è stata dimostrata troppo tardi. Don Giorgio Govoni era parroco di un paese nella bassa modenese, Mirandola. Fumava il sigaro e prima di prendere i voti era stato camionista: poi aveva aiutato decine di famiglie, italiane e extracomunitarie, a sopravvivere alla povertà. Nel 1997 è stato trascinato in un’inchiesta su satanismo e pedofilia. Don Giorgio avrebbe guidato una setta dedita a terrificanti sacrifici umani e crudeli violenze su minori, nei cimiteri. L’11 luglio 2001, la corte d’Appello di Bologna lo ha assolto, insieme ad altri 8 coimputati. Un anno dopo, la Corte di Cassazione ha confermato quella sentenza. Per inciso: non sono mai state identificate le presunte vittime dei sacrifici. Nessun bambino è scomparso, nessun corpo è mai stato rinvenuto. Le accuse contro don Govoni – è emerso nei processi – erano basate sul nulla più assoluto (i bambini avevano subìto abusi, ma all’interno delle mura domestiche: per quelle accuse, giustamente, invece, sono state condannate altre sette persone). Intanto, il 19 maggio del 2000, don Giorgio è morto di infarto, nello studio del suo avvocato, dopo aver ascoltato l’arringa finale del pm, prima della sua assoluzione definitiva. Una mamma accusata si è suicidata. Il patrigno di un’altra vittima è morto d’infarto, dopo la sentenza di primo grado.Ci vuole il cattivo
Nel maggio del 2003, a Ponton, un piccolo paese a 30 chilometri da Verona, è scoppiato un nuovo allarme pedofilia. Due maestri d’asilo e un insegnante di psicomotricità sono stati accusati di aver trascinato i piccoli alunni di un asilo nello sgabuzzino di un ex ospedale psichiatrico per abusare di loro. Le accuse sono partite nel maggio 2003 dalla mamma di una bambina. La donna si presenta ai carabinieri con un’audioassetta in cui ha registrato il racconto della piccola. I carabinieri la sbobinano e allegano la trascrizione agli atti del processo. Nel gennaio 2005 due dei presunti “orchi” vengono arrestati (liberati sette mesi dopo, ma con obbligo di firma). Il processo di primo grado si conclude nel marzo 2007. I tre imputati sono «assolti perché il fatto non sussiste». L’accusa è ricorsa in appello e l’avvocato di parte civile Luigi Sancassani, è convinto delle accuse («Quei bambini hanno dato una descrizione puntuale di luoghi – spiega a Tempi – che altrimenti non avrebbero dovuto conoscere»). Il fatto è, però, che nel processo sono emerse profonde contraddizioni nella ricostruzione dei fatti. Per esempio, un avvocato della difesa ha dimostrato che per
condurre i bambini nella “stanza degli orrori” i maestri avrebbero dovuto superare un muro di cinta alto quattro metri, o un dislivello di due metri nel vuoto. Insomma, la stanza era irraggiungibile. Ancora: un altro membro del collegio difensivo ha voluto ascoltare l’audio cassetta, senza fidarsi troppo della trascrizione. Ha scoperto che erano stati allegati solo stralci della conversazione e che dall’integrale emergerebbe invece una ricostruzione diversa e confusa rispetto a quella registrata nell’accusa.
La vicenda Ponton – a livello giudiziario un passo più avanti – ricorda i casi di Rignano Flaminio. Dove l’avvocato Giosué Naso, difensore di una delle maestre prima arrestate, poi scarcerate per mancanza di prove, racconta a Tempi che «dalle ultime conversazioni con i bambini, condotte in incidente probatorio, non emerge nulla di rilevante dal punto di vista processuale. Il Tribunale del Riesame, scarcerando le maestre, non ha escluso “indicatori di abuso” nei bambini. Questo, attenzione, significa che i bambini mostrano sì disagi, che possono però essere anche solo il frutto di una non accorta gestione di un problema, da parte di genitori e insegnanti, non necessariamente sintomo di abusi sessuali. Il punto è che la Procura di Tivoli ha condotto le indagini in modo superficiale». La verità di Rignano, comunque, non è ancora emersa. Intanto, l’avvocato Naso non lesina accuse contro i magistrati: «L’unica categoria, che può sbagliare, senza pagare mai. Prenda il devastante processo mediatico che si è scatenato qui a Rignano. È provato che i giornalisti hanno pubblicato materiale inviato loro dai fax della Procura. È giusto esporre al ludibrio chi abusa di bambini, ma almeno si aspetti di verificare le accuse definitivamente».
Il rischio, altrimenti, è che si verifichino vicende assurde. Come quella che ha coinvolto Marco Basile, 50 anni, chirurgo di Pescara accusato di omicidio colposo. Avrebbe asportato il rene di una sua paziente, senza che fosse necessaria quell’operazione, provocandone la morte. Una seconda e più accurata autopsia, però, ha mostrato che invece il rene c’è ed è sempre stato al suo posto. Intanto, Basile si è fatto 40 giorni ai domiciliari e un anno di gogna mediatica. Nel 2006, Luana Messina, vigile urbano di Milano, e il suo compagno, carabiniere, sono stati dipinti come i Bonnie e Clyde delle autostrade italiane. Una domenica avrebbero sparato all’autista di un tir, in pieno giorno, per rapinarlo. Per quelle accuse, la Messina ha scontato due mesi di carcere e altri quattro di arresti domiciliari, ha perso l’affidamento della figlia, è stata momentaneamente sospesa dal suo incarico professionale, e si è vista chiudere i conti dalla banca, perché “cliente non gradita”.
Il caso di Vallettopoli
A fine giugno di quest’anno è stata assolta. La Messina si era sempre difesa sostenendo che non aveva rapinato proprio nessuno: mentre viaggiava in auto, il compagno alla guida avrebbe visto un tir che tentava di investirli e avrebbe esploso alcuni colpi in aria per difendersi. Durante l’arcinota inchiesta di Vallettopoli, infine, Lele Mora, manager di tante stelline e tronisti nostrani, è stato accusato di aver ricattato (con il paparazzo Fabrizio Corona) il motociclista Marco Melandri, il rampollo Lapo Elkann, i calciatori Francesco Totti, Adriano e Francesco Coco. Una bailamme senza precedenti, scatenata dal pm di Potenza Henry John Woodcock, che è scoppiata come una bolla di sapone. «Le indagini contro di me sono state archiviate a Roma e a Potenza, mentre a Milano sono stato prosciolto» racconta Mora a Tempi. «Tutti hanno avuto una fetta di colpa: i giudici che hanno passato le informazioni ai media, i giornali che mi hanno processato senza sapere. E dopo aver mostrato la mia estraneità alle accuse, nessuno mi può ripagare per le ansie, gli stress, i 30 anni di sacrifici andati in fumo. E soprattutto per il dolore che ha vissuto la mia famiglia».
Oggi sta ricostruendo la sua vita, Lele Mora. Eppure la sua domanda riecheggia nelle orecchie. Chi paga? Nessuno. Dal 1992, secondo Eurispes – Istat, le richieste di riparazione presentate per ingiusta detenzione sono decuplicate: erano 197 prima di Tangentopoli, 1.263 all’inizio del millennio.