di Luigi Amicone
“E adesso portatemi in tribunale”. Dopo essere stato processato sui giornali l’ex governatore della Puglia vuole finalmente giustizia.
Roma
Al primo piano di una dependance di Palazzo Chigi, Raffaele Fitto ci accoglie con modi spicci ma garbati. Chiuso in un’espressione che sembra non manifestare alcun sentimento, duro come la pietra, cotto al sole di una già lunga navigazione nei mari della politica, il suo volto si scioglie in un sorriso per accogliere l’ospite. La tragica scomparsa in un incidente automobilistico del padre, Salvatore, grande democristiano, ha deciso il destino di questo figlio che non ha mai voluto incarnare certe forme di vittimismo e demagogia care a tanto notabilato del Sud. Raffaele è entrato in Consiglio regionale che aveva vent’anni. Ne è uscito da governatore. E adesso che di anni non ne ha neanche quaranta è ministro per gli Affari regionali del Berlusconi IV. Un ruolo chiave quando calerà l’asso leghista del federalismo. Ma oltre a essere sulla scena politica da quasi vent’anni, Fitto ha un altro record, quello di imputato eccellente. Il 22 dicembre 2007 la procura di Bari ha chiesto per lui (e il proprietario di Libero e del Riformista), il rinvio a giudizio per concorso in corruzione e illecito finanziamento ai partiti. Un’indagine che, come al solito, è stata già tutta scritta in processi sommari e illustrata a botte di intercettazioni sceltissime sui giornali.
Ministro Fitto, a che punto è la sua vicenda giudiziaria?
Sono passati due anni da quando ho letto un fiume di intercettazioni sui giornali e mi è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare che la Camera ha respinto all’unanimità. Ma non ho ancora idea di quando sarò convocato per l’udienza preliminare.
L’emendamento “blocca processi” e il ddl sullo stop alla pubblicazione delle intercettazioni stanno causando l’ennesimo scontro sulla giustizia. Lei è tra i più decisi sostenitori di entrambi i provvedimenti, perché?
Perché il popolo ci ha dato un largo mandato per affrontare i problemi del paese e perché sono convinto che la giustizia sia una delle principali emergenze italiane. Abbiamo appena rivisto il film giudiziario contro Berlusconi. Leggiamo su un settimanale l’ennesima, infinita sceneggiata di intercettazioni di nessuna rilevanza penale messe in piazza con l’obiettivo di suscitare l’ennesimo polverone e il blocco di ogni azione riformatrice. Dopo quindici anni è chiaro che il piano di sistematico inquinamento della vita politica va fermato. L’abbiamo promesso agli elettori e i fatti di questi giorni dimostrano che mai fu necessario come oggi il mantenimento di questa promessa. I provvedimenti messi in cantiere dal governo in materia di processi, intercettazioni e garanzie per le cariche dello Stato, sono chiari, netti, definitivi. Perché non è immaginabile che si vada avanti in questa barbarie.
Quale barbarie?
La barbarie di una piccola parte della magistratura che rischia di screditare quella maggioranza di magistrati che invece lavora in modo corretto, positivo e rispettoso delle prerogative di governo e Parlamento. Questa minoranza è però quella che fa rumore e che si inserisce anche nel dibattito politico. Perché è chiaro che l’accelerazione su alcuni provvedimenti e la pubblicazione delle intercettazioni segue una tempistica che fa impressione rispetto al dibattito politico. C’è una minoranza di magistrati che da quindici anni non fa altro che indagare il leader del partito che ha il maggior consenso tra gli italiani. È possibile? È credibile un paese in cui il leader della principale forza politica, eletto per la terza volta premier, si ritrova ancora una volta sotto la raffica di provvedimenti giudiziari ad personam? Può un paese percorso da mille emergenze, da Napoli alla stagnazione economica, dalla fatica che fanno le famiglie a tirare la fine del mese all’emergenza educazione, rimanere inchiodato all’ossessione di pochi magistrati per il capo del governo? No, non può. Un governo ha il dovere di governare, perseguendo gli obiettivi per cui è stato eletto dalla stragrande maggioranza del popolo. E l’uso distorto del potere giudiziario non può risolversi in un impedimento all’azione del Parlamento e del governo. È la negazione di ogni principio democratico e costituzionale.
C’è chi pensa che concentrare l’attenzione su Berlusconi serva a distoglierla dai problemi reali. La procura di Napoli, ad esempio, è strano che abbia da perdere tempo sulle gnocche dei vip quando il giardino di casa è pieno della pattumiera di Gomorra…
Guardi, se è vero (come è vero) che di Berlusconi si sono occupati più di 900 magistrati, significa che neanche il peggior delinquente incallito e organizzato in qualsiasi contesto mafioso ha avuto tanti procedimenti giudiziari quanti ne ha subìti il Cavaliere. Sembra una barzelletta. E invece è dove siamo arrivati. Detto questo, agli italiani non interessano i tentativi di sviare l’attenzione con le intercettazioni, né la persecuzione giudiziaria contro Berlusconi. Lo hanno detto con il loro voto. Gli italiani vogliono che Berlusconi governi. E i primi provvedimenti vanno in questa direzione. Non ci faremo intimidire né ricattare. È bene che qualche magistrato se ne faccia una ragione.
Torniamo ai suoi guai giudiziari.
Alla fine del mio mandato di presidente della Regione io ho lasciato la Puglia col pareggio di bilancio e col risanamento completato. Con una sanità che aveva un piccolissimo avanzo di amministrazione e con provvedimenti complessi e impopolari come la riorganizzazione della rete ospedaliera. Ho chiuso decine di reparti improduttivi. L’indagine che mi riguarda si è protratta per tutto l’arco della legislatura, compresi i mesi finali e la campagna elettorale, con tutti i telefoni sotto controllo. Tutti. Quelli del sottoscritto, governatore e candidato parlamentare, quelli dei suoi familiari, quelli di portavoce, segretari, collaboratori… Mi sembra che questa sia una patologia. Ora, pur avendo tutto questo un impatto devastante sulla mia vita personale, sono riuscito a far fronte ai metodi della giustizia italiana perché ho i mezzi per farlo. Ma mi metto nei panni del cittadino medio: quanti potrebbero affrontare una simile via crucis? Ben pochi. In un sistema come il nostro è pressoché impossibile, al cittadino che non abbia mezzi e visibilità per farlo, potersi difendere.
È vero che deve sborsare 100 mila euro solo per avere le carte processuali, cioè per avere il diritto di difendersi?
Io con la procura di Bari ho una battaglia in corso, che per quanto mi riguarda andrà fino alle estreme conseguenze. Sto per depositare una denuncia: chiedo di poter leggere i testi di tutte le telefonate intercettate e non solo quelle inserite dal pm negli atti che mi riguardano. È un diritto che mi dà la legge per difendermi dalle accuse e di cui intendo avvalermi, ma che, a oggi, dopo due anni, mi viene negato con le scuse più risibili. Perché l’accesso alle intercettazioni prima mi è stato autorizzato, poi mi è stato quantificato in un costo che, appunto, si aggira sui centomila euro. Bene, dico, sono pronto a pagare, fatemi vedere le carte. A questo punto la procura ricambia posizione. E si oppone. Di qui la decisione di denunciare. Cosa dimostra la mia vicenda? Che se un cittadino non ha i mezzi che ho io per affrontare l’accusa di un pm, per lui è finita.
Dicono che anche lei, come Berlusconi, vuole sottrarsi al processo.
Io non vedo l’ora di entrare nel merito processuale! Sono passati due anni e non ho ancora avuto il piacere di un’udienza preliminare. Perciò: di cosa stiamo parlando? Chi ostacola la giustizia? Non mi è stato ancora concesso il luogo in cui i giudici valuteranno se può iniziare o meno il processo nei miei confronti. Però nel frattempo sono andato su tutti i giornali, mi hanno già processato sulla pubblica piazza. E mi volevano arrestare quando ancora non si era entrati nel merito di ciò che mi viene contestato. La verità è che non dovrei difendermi: dovrei arrendermi ai loro metodi. La battaglia di Berlusconi è sacrosanta, perché è una battaglia per il diritto di ogni cittadino ad avere una giustizia giusta.
Il magistrato deve essere imparziale, dice la legge. Ma la legge dice anche che imparziale il magistrato deve pure apparire. Come ha reagito davanti alla foto che ritrae uno dei pm suoi accusatori con le dita elevate in segno di “vaffa” al V-day di Grillo?
E come pensa si possa reagire davanti a una foto del genere? Mi pare che sia la conferma di quanto stiamo dicendo. O no?
Però il padre della magistratura militante, Luciano Violante, sta mandando segnali distensivi nei confronti del governo.
Sono d’accordo con quel che dice Violante. Ma il Pd non può sfuggire al problema: deve uscire dall’ambiguità e assumere una posizione seria, esplicita, di rigetto dell’estremismo dipietrista e di dialogo su una giustizia che, con l’uso delle intercettazioni, la gogna mediatica, gli infiniti ostacoli e i costi che il cittadino trova nel difendersi, è fuori da ogni parametro di civiltà.
Pensa che Massimo D’Alema possa essere più affidabile di Walter Veltroni?
Non lo so, perché quello che sta accadendo nel Pd non dà interlocuzioni chiare e precise. Quella di D’Alema sembra una vicenda correntizia quasi paradossale. È complicato individuare un interlocutore.
Violante però ha ammesso che «in Italia l’azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». Ribadisco, non le fa piacere una tale ammissione?
Certo che mi fa piacere che Violante ammetta quello che andiamo dicendo da anni e che è sotto gli occhi di tutti. Ovvio che la norma costituzionale sull’obbligatorietà dell’azione penale è ormai una foglia di fico che copre qualsiasi discrezionalità. Lo capiscono tutti gli italiani che la giustizia è allo sbando e che basta una lettera anonima preconfezionata per aprire un certo filone di indagine. Mi auguro che Violante vada avanti nella sua riflessione e riesca finalmente a convincere i suoi compagni di partito della necessità di chiudere definitivamente l’ormai troppo lunga stagione del giustizialismo come arma improria di lotta politica e di destabilizzazione della democrazia.
A questo punto immagino che i dubbi di incostituzionalità che i suoi tecnici avevano mosso allo statuto della Regione Lombardia siano superati.
Esatto, ci siamo chiariti. Problemi risolti. Lo statuto della Lombardia è approvato.
E sul federalismo, tema su cui inizierete a lavorare a settembre, lei, che è un ministro che viene dal Sud, ha qualche perplessità?
No, quella del federalismo è la strada condivisa dal paese. Ho ascoltato la relazione del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ho ascoltato le parole del presidente della Repubblica, ho partecipato a numerose assemblee di gruppi sociali intermedi, da Confindustria a Confartigianato, e da tutti ho sentito, per dirlo con le parole di Napolitano, «l’importanza e l’ineludibilità» del federalismo. Il federalismo è la ragione forte dell’alleanza Pdl-Lega. Non lo vedo come elemento di divaricazione tra Nord e Sud del paese, ma come l’occasione per migliorare la qualità della spesa e responsabilizzare gli amministratori rispetto ai cittadini. Tremonti sta raccogliendo i dati per costruire questo percorso, il documento delle Regioni mi sembra una buona base di partenza, contiamo di iniziare a varare una norma di federalismo fiscale già a settembre come collegato alla finanziaria, possiamo ipotizzare il 2010 come la data in cui la riforma andrà a regime. Una cosa è certa: io sono un ministro del Sud, ma se qualcuno al Sud pensa di avere in me un ministro che difende lo status quo del Mezzogiorno in contrapposizione a un Nord visto come egoista e arrogante, sappia che ha sbagliato completamente valutazione. n