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Come ti creo un mostro

di Luigi Amicone

Intercettazioni tagliate, testimoni mai sentiti. Così magistrati imprudenti e giornalisti sciatti hanno creato la psicosi. Sulla pelle dei pazienti

Non aprite quella porta. Non è solo il titolo di uno dei più celebri film dell’orrore. È anche la storia che è stata recentemente scritta sulla clinica Santa Rita. Paprika di tutto il polverone che ha praticamente chiuso una struttura sanitaria ritenuta tra le più efficienti a Milano e criminalizzato l’intero suo corpo medico, le solite intercettazioni. Come ormai d’abitudine, travasate senza un minimo di valutazione critica dalle carte di un’Ordinanza di custodia cautelare a quelle dei media. Dunque intercettazioni parziali, scelte, ritagliate dall’accusa e pubblicate sui giornali per avvalorare un impianto accusatorio che deve ancora passare al vaglio processuale. Intanto, per adesso, nessuna possibilità per la difesa di replicare. Il processo e la sentenza sono già tutte scritte in pagine e pagine di giornali che ritraggono medici e operatori della Santa Rita come una banda di assatanati tagliagole dediti al furto con scasso dei Drg (rimborsi della Regione per le prestazioni sanitarie) e allo squartamento dei pazienti. La pellicola dell’orrore comincia ad andare in onda il 4 giugno scorso. Quando, accogliendo il teorema dell’accusa dei pm Pradella e Siciliano, il Gip Micaela Serena Curami ordina una raffica di arresti tra i medici e gli operatori della clinica milanese. I capi di imputazione sono pesantissimi. Si va dalla truffa ai danni dello Stato alle lesioni gravissime. Dal falso in atti d’ufficio al delitto aggravato dalla crudeltà. Finiscono in manette o agli arresti domiciliari 13 medici, l’ex direttore sanitario Maurizio Sampietro, l’attuale direttore Gianluca Merlano, il proprietario della clinica Francesco Pipitone. Pier Paolo Brega Massone, primario di chirurgia toracica, viene accusato del reato più vile e abominevole. Avrebbe infierito con operazioni inutili sui suoi pazienti. E ne avrebbe ammazzati almeno cinque al solo scopo di guadagnare sui rimborsi della Regione. Il 10 giugno le intercettazioni contenute nell’ordinanza del Gip milanese finiscono su tutte le prime pagine dei tg e giornali italiani. La notizia rimbalza sulla stampa estera. Si scatena la caccia al mostro. Dal palcoscenico di Matrix, dimentico che, come nel caso del feroce Saladino (l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta Why Not) anche con la sanguinaria Santa Rita aveva avuto ottimi rapporti (almeno due familiari di Di Pietro sarebbero stati operati nella clinica del notaio Pipitone), il leader dell’Idv inveisce contro “i delinquenti”. I giornali grondano titoli cubitali accompagnati da reperti sceltissimi di intercettazioni. Sembrano aver trovato il tormentone choc dell’estate. Per giorni e giorni telecamere e giornalisti stazionano davanti all’entrata della clinica di via Jommelli. È caccia agli assassini. Invano i settecento dipendenti della Santa Rita cercano di testimoniare un’altra verità. Niente da fare. «Se non ha misfatti da denunciare, niente intervista», si sentono dire.
La sanità lombarda, che nelle classifiche internazionali di qualità è ai primi dieci posti nel mondo, diventa improvvisamente la premiata macelleria Formigoni. Sotto accusa, neanche a dirlo, il mix privato-pubblico che ha fatto finire le liste d’attesa e il regime di monopolio statale. Adesso i princìpi di merito, produttività ed efficienza vengono interpretati con il metro dell’Ordinanza della Procura milanese. Ovverosia come sinonimo di vile profitto sulla pelle dei pazienti. Roba da ricacciare in gola al ministro Brunetta la sua offensiva contro i funzionari pubblici fannulloni. Avranno riflettuto anche su queste strane idee portate in dote dal nuovo governo certi zelanti magistrati animati dal pregiudizio contro la sanità privata? Gli errori sui Drg si possono comprendere, rilevare e correggere per via amministrativa se compiuti negli ospedali pubblici, sono invece da manette se occorrono in strutture non statali? Dunque, i privati possono solo rubare, mentre il pubblico è tutt’al più vittima della lottizzazione politica?Premiata macelleria. O forse no?
Comunque sia, lunedì 23 giugno le agenzie battono una notizia che raggela il “dagli all’untore”. Il Tribunale del riesame respinge l’accusa di omicidio e assesta un colpo durissimo all’impalcatura su cui si regge l’Ordinanza del Gip e i titoli cubitali di prima pagina che avevano scatenato la caccia ai Frankenstein in camice bianco. Restano in piedi – ma tutte ancora da dimostrare – le ipotesi di reato per lesioni e truffa. Perfino il responsabile della Cgil per la sanità lombarda, Antonio Marchini, intervenendo in una trasmissione di David Parenzo su Telelombardia difende gli operatori sanitari e afferma risolutamente che «la Santa Rita non è la clinica degli orrori». Unico neo: la Cgil tace sull’inchiesta e gira la pratica alla Regione Lombardia, unico soggetto che dopo aver immediatamente sospeso gli accreditamenti alla clinica, si dichiara in attesa delle decisioni del nuovo Ad. Luciano Bresciani, assessore regionale alla sanità lombarda, replica che «la Regione ha fatto tutto ciò che era in suo potere di fare. C’è un’inchiesta della Procura e c’è un nuovo amministratore della clinica che ci devono dire come stanno le cose». Il capogruppo Pd in regione Lombardia ammette che ci possono essere stati anche errori, non solo truffe, che «c’è un problema di revisione dei Drg e di rimborsi ormai inadeguati ai costi delle pratiche sanitarie». La notizia passa in secondo piano.
Clinica degli orrori, degli omicidi, della macelleria. In data 23 giugno nessun giornalista e nessuna telecamera ha superato la soglia del teorema dei pm e del Gip per andare a vedere com’è, al di là della facciata, questa “clinica degli orrori”. Sarà Tempi la prima testata giornalistica a entrare alla Santa Rita e a raccogliere le prime testimonianze di pazienti e operatori (cfr. Tempi n. 26 del 26 giugno). Non c’è un testimone che a Tempi avvalori il teorema di medici senza scrupoli. Anzi. La mattina del 23 giugno, prima ancora che arrivi la notizia della sentenza del riesame che annullava gli avvisi di garanzia per omicidio volontario, i dipendenti sono mobilitati per respingere le accuse. I pazienti raccolgono firme per la riapertura della clinica. In tutti prevale lo scoramento, il disappunto, lo sconcerto per come giornali e televisioni sono stati indotti a travisare i fatti. Giovedì 26 giugno Stefano Golfari è il primo giornalista in assoluto a entrare con una telecamera dentro la clinica. Dopo che per due settimane i media nazionali avevano fatto a gara per raccontare la “clinica degli orrori” vista dalle carte dei pm e dalla facciata dell’edificio che ospita la struttura ospedaliera, le prime immagini dall’interno della “macelleria” vengono offerte dal reporter di una televisione locale, Telelombardia. Sconcertante. Infine, vale forse la pena riflettere su questioncelle che esorbitano dagli stretti contenuti giudiziari di questa brutta storia. Primo. Alla vigilia della cura di “mostrificazione” il valore di mercato della Santa Rita, azienda che fattura(va) oltre 70 milioni di euro l’anno, era di almeno 200 milioni. Adesso ne vale forse neanche la metà. Secondo. Il proprietario della clinica è un anziano notaio senza eredi, adesso è arrivato un nuovo amministratore, l’avvocato Luigi Colombo, studio Legale Orrick Herrington & Sutcliffe, che sembra abbia come profilo professionale quello di esperto in materia di vendita e acquisizioni aziendali. Terzo. Non ci sarà mica un acquirente dietro quella porta?


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