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Aspettare insieme

di Chiara Sirianni

La storia d’amicizia tra due appassionati di musica. Entrambi agnostici riscopriranno le radici della rispettive fedi. Intervista all’autore, Jonah Lynch

Sono lettere che raccontano il viaggio di due amici. Entrambi partono da una posizione agnostica, poi Jonah Lynch diventa sacerdote cattolico grazie alla Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo di Roma; David Gritz approfondisce sempre di più le sue radici ebraiche fino a condividere la sorte tragica del suo popolo. David morirà a Gerusalemme per un attentato nel bar dell’università, il 31 luglio 2002. Ora, la loro corrispondenza è stata raccolta in un libro (Aspettare insieme, Lynch Jonah, Gritz David, postfazione di don Massimo Camisasca, Marietti 1820, pp. 184, 14,00 euro). Lungo la strada da Montrèal a Roma, e da Parigi a Gerusalemme, si raccontano i loro amori, la loro musica, la loro vita. La loro storia è una testimonianza di amicizia e di speranza. Ne parliamo con Jonah Lynch.

 

Perché pubblicare delle lettere tanto personali?

Per condividere con tutti questa testimonianza di amicizia, che ritengo molto ricca. Credo che l’amicizia fra me e David sia stata in sé straordinaria, perché mi ha insegnato a tenere insieme elementi apparentemente opposti, «concentrazione senza eliminazione», direbbe Eliot. Penso che la vita di David possa essere una testimonianza di questa totalità vissuta.

 

Quale episodio ha segnato la nascita del vostro rapporto?

Ci siamo conosciuti suonando. Dopo pochi giorni di Università, mi trovai con un chitarrista che avevo appena conosciuto a suonare in una sala della residenza universitaria dove alloggiavo. Mentre suonavamo, uno sconosciuto arrivò con un violino e, senza dire nulla, si mise a suonare con noi. Siamo andati avanti così per un po’, poi ci siamo presentati.

 

La musica accompagna un po’ tutta la vostra storia: e anche dopo la sua morte, lei lo ricorda suonando il suo violino.

Suonavamo sempre. Per un mese intero abbiamo viaggiato in autostop per tutta la Francia, suonando i nostri violini per strada per guadagnarci da vivere. La notte dormivamo in tenda, e di giorno andavamo in giro chiedendo passaggi in macchina e incontrando la gente più diversa e improbabile. Suonare era quasi un modo per parlarci. Delle volte suonavamo a due violini, improvvisando, ed era proprio come parlare attraverso la musica: io partivo con un tema, lui lo aggiustava, poi io lo riprendevo, e così via. È strano perché di solito a improvvisare non viene fuori un granché, invece quelli erano momenti di sincronia incredibile, in cui ci sembrava di poter dire cose più profonde di quanto potessimo esprimere con le parole.

 

All’inizio racconta del suo incontro con John Zucchi: un episodio che segna per lei il discrimine fra la religione formalmente intesa, e la fede vissuta come espressione di un’appartenenza. Che cosa l’ha colpita di questo professore?

È stata in sostanza la prima volta che ho incontrato un cattolico intelligente. È stato uno degli incontri più importanti della mia vita, perché ha dato inizio al percorso che mi ha portato dove sono oggi. Oltre al regolare corso di Fisica, iniziai a frequentare una lezione di filosofia settimanale, “Ethics in pratice” (l’etica vissuta) in cui venivano affrontati temi scottanti di attualità e giudizio. Lì incontrai John Zucchi e la sua scuola di comunità (il “catechismo” di Comunione e liberazione, ndr). Una cosa per me del tutto nuova: mi ha fatto capire che era possibile vivere la fede e anche la ragione, e che queste due cose possono andare insieme. Io avevo già letto qualcosa di filosofia, ma l’avevo trovata deprimente.

 

Perché deprimente?

All’inizio dell’Università non sapevo scegliere fra la facoltà di Filosofia e quella di Fisica, e quindi sono andato a parlare con il rettore di Filosofia. Abbiamo parlato dei temi che mi premevano: Dio, la moralità, l’amore... Volevo sapere come vivere. Allora il rettore mi ha guardato e mi ha detto: «Bene, noi in questa facoltà ti costruiamo questa domanda in termini semantici...». E ho capito che in quella facoltà non avrei imparato quello che avrei desiderato imparare. John invece era uno che viveva le mie stesse domande sul senso della vita e aveva qualche risposta, assolutamente non perentoria, umile. Ci dava una pista di lavoro: e questo era molto interessante. Quando abbiamo assistito alla lezione di Zucchi è stato anche provvidenziale che David fosse lì, perché molto probabilmente io sarei tornato a casa, mentre lui mi ha convinto che dovevamo assolutamente andare a parlare con questo professore: e da lì è nato l’invito alla scuola di comunità, con tutto ciò che ne è scaturito. Da quel momento in poi siamo stati su due binari, in quanto io crescevo lentamente nell’appartenenza a Cl e David no.

 

David è il prototipo dell’uomo innamorato della ricerca, e tutta la vostra amicizia è all’insegna della polarità particolare-universale. In che modo avete raggiunto un’unità di sguardo sulle cose?

Faccio un esempio. Eravamo in Bretagna, a fianco di una siepe di cipressi fitti e molto alti. Mentre il sole tramontava dietro la siepe, ci siamo messi a leggere. Dopo un po’ David ha abbandonato il suo libro per mettersi a contemplare il tramonto; ricordo il suo sguardo stupito, io invece non pensavo fosse un granché. Gli ho detto che dall’altra parte della siepe si sarebbe vista ben altra bellezza, così ci siamo infilati tra i cipressi per superarli, e si è aperto davanti a noi il tramonto più spettacolare che abbia mai visto. Eravamo così: io impaziente, e a volte ottuso, con poco amore per la vita concreta; lui capace di amare ogni cosa, anche la più piccola. Mi innervosiva a volte per la sua diffidenza nell’affermare il fondamento unitario dei fenomeni che amava. Mi ha insegnato ad amare molte cose che altrimenti avrei trascurato, mentre io ho cercato continuamente di portarlo all’altro lato della siepe, per fargli vedere la sorgente della luce che lo affascinava.

 

C’è un momento di vita vissuta che ricorda con particolare affetto?

Eravamo a Montreal, in un bellissimo pomeriggio di sole. È una città che ha una luce particolare, le pareti a specchio dei grattacieli creano un bel gioco di luce e colori riflessi. Seduti in un caffè a leggere Eliot assieme, in un crescendo di intensità come spesso accadeva, siamo finiti con lo spingere il dialogo come se dovesse scoppiare, anche fisicamente. Allora ci siamo alzati e abbiamo corso giù per le scale in quest’aria frizzante e luce bellissima, e siamo andati a berci una birra in un pub irlandese. È paradigmatico, perché in un’amicizia si passa dai discorsi più alti alle cose più quotidiane, con la stessa gioia e condivisione puntuale. 

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