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I primi cento giorni di Renzi son stati un affare, ma la svolta ancora non c’è

giugno 23, 2014 Luigi Amicone

Taglia il traguardo col vento nelle vele, ma, ad oggi, la rivoluzione si limita agli 80 euro. Per il resto, promette molto e fa poco. Qualche idea

Il fatto che persino Grillo si sia piegato a trattare la dice lunga sulla salute politica del “rottamatore”. Matteo Renzi taglia il traguardo dei primi cento giorni di governo con il vento che gli gonfia le vele. Della legittimità (giornali proni, cancellerie internazionali in sollucchero, 40,8 per cento di elettori in brodo di giuggiole). E del comando (minoranza Pd ridotta alla marginalità). «Mentre qualcuno passa le giornate a ragionare di cosa fa un senatore – dice l’amato leader – cercando i famosi 15 minuti di celebrità, noi stiamo rivoluzionando l’Italia».

Nei fatti, ad oggi, la rivoluzione si limita agli 80 euro arrivati in busta paga ai lavoratori dipendenti con redditi compresi tra 8 mila e 24 mila euro lordi l’anno. Mentre i contribuenti italiani restano il popolo europeo sottoposto al più alto incremento di pressione fiscale e con il debito pubblico che – non causa “mazzette” ma grazie ai costi dello Stato – continua la sua ascesa (siamo oramai alle soglie del 140 per cento del Pil) e in aprile ha raggiunto il livello record di 2.146,4 miliardi (più 26,2 miliardi rispetto a marzo). Fate conto che in base al fiscal compact, il patto finanziario europeo per il quale ci siamo impegnati ad abbattere il debito di tre punti ogni anno, per vent’anni, portandolo al 60 per cento del Pil, a partire dal 2015 i contribuenti italiani dovrebbero pagare ogni anno, per vent’anni, suppergiù il doppio dei 54,5 miliardi di euro, tra imposte, tasse e tributi, versati lo scorso 16 giugno. Impresa impossibile, dunque degna, direbbe la Merkel. Ma insomma, solo questo dato basta e avanza a ricordarci che l’unica rivoluzione sarebbe il rovesciamento come un calzino del modello di Stato incentrato su Roma e sulla pletora di corpaccioni che lo compongono. Sotto questo profilo Renzi sta ancora promettendo molto e facendo poco.

In compenso, per arginare la campagna ideologica che si nutre delle inchieste di giornata, Renzi ha “personalizzato” la lotta alla corruzione, spingendo nuove leggi e inventandosi i Raffaele Cantone (Expo di Milano) facenti funzione di superprefetti, superdirettori di lavori pubblici, supermagistrati inquirenti. Una linea commissariale leguleia – come ammette quella parte di magistratura non corrotta da ambizioni di gloria e di carriera personali – che non è la soluzione ma è parte del problema sprechi, inefficienze, corruttele, che caratterizzano il “sistema Italia”.

Dunque: perché Renzi non riprende il percorso della scomposizione e ricomposizione dello Stato italiano su basi federali? Perché non ritorna sulla via della definizione dei “costi standard”, specie in settori come la sanità che pesa per l’80 per cento sui bilanci pubblici? Perché non libera la scuola dal disastro dello statalismo? Perché, per dirla con Pierluigi Battista, «sta rottamando tutto, ma non la sudditanza al giustizialismo» che seguita ad attribuire alla magistratura una supplenza politica “salvifica”, soffoca la società e castra ogni ripresa di libertà e intraprendenza economica?

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