tempi.prima linea Giovedì 09 Settembre 2010 
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Dannati. La legge che apre le porte dell'inferno

Da oltre vent’anni in Pakistan la norma sulla blasfemia viene usata per eliminare avversari ideologici, concorrenti, vicini di casa. E oggi è l’arma con cui i fondamentalisti perseguitano la minoranza cristiana. Allontanando Islamabad dal sogno della laicità di Stato

di Leone Grotti
Diceva il fondatore del Pakistan Mohammad Ali Jinnah davanti all’assemblea costituente del Paese l’11 agosto 1947, tre giorni prima che fosse dichiarata ufficialmente la nascita dello Stato: «Siete liberi di andare ai vostri templi, liberi di andare alle vostre moschee o in ogni altro luogo di culto nello Stato del Pakistan. Potete appartenere ad ogni religione o casta o credo – ciò non ha a che fare in nessun modo con gli affari di Stato».
Gli applausi di musulmani, cristiani, indù, sikh e ahmadi che seguirono quella dichiarazione di laicità, oggi sono solo un vago ricordo. La morte di due fratelli cristiani, uccisi a colpi di arma da fuoco al di fuori del tribunale dove si svolgeva il loro processo per blasfemia, è l’ennesimo caso di persecuzione e violazione della libertà religiosa che allontana sempre di più il Pakistan dai sogni del suo fondatore.
Invece di seguire la strada indicata da Ali Jinnah, il Pakistan si è incamminato sulla via del fondamentalismo islamico e gli effetti di questa scelta sono sotto gli occhi di tutti. La legge sulla blasfemia, promulgata nel 1986 dal dittatore Zia-ul-Haq, è la norma più controversa dello Stato pakistano, una legge che non esiste in nessun altro Paese del mondo e che legittima la persecuzione e la discriminazione delle minoranze religiose. La legge sulla blasfemia prevede la condanna a morte o l’ergastolo per chi dissacra il Corano o diffama il nome di Allah e di Maometto. Di fatto, da ormai 24 anni viene abusata come strumento per eliminare avversari politici, concorrenti nel commercio, vicini di casa e per mettere a tacere le minoranze religiose.
Citiamo solo tre casi recenti di vittime di questa legge. Il 30 luglio 2009 gruppi di musulmani hanno saccheggiato e dato fuoco a 75 case di cristiani, bruciando anche due chiese nel villaggio di Korian, nel Punjab. A scatenare l’ira degli islamici, il presunto atto blasfemo di tre cristiani durante una cerimonia nuziale, dove avrebbero bruciato delle pagine del Corano.
Il primo agosto 2009, almeno 3mila islamici, fomentati dagli imam, hanno marciato sul villaggio cristiano di Gojra e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Gli abitanti del villaggio sono fuggiti ma sette persone, tra cui tre donne e due bambini, sono state prese e bruciate vive, mentre almeno 50 case venivano date alle fiamme e distrutte.
Il 19 luglio scorso, due fratelli cristiani sono stati uccisi a Faisalabad a colpi di arma da fuoco all’uscita di un tribunale, dove erano appena stati processati con l’accusa di essere blasfemi. I due uomini erano stati arrestati dopo il ritrovamento di alcuni volantini che profanavano la memoria di Maometto, sui quali vi sarebbe stata la loro firma. Secondo fonti locali, il processo si sarebbe probabilmente risolto con l’assoluzione dei due fratelli perché la polizia, con un esame grafologico, aveva accertato che le firme sui volantini non coincidevano con le grafie dei due fratelli. Un gruppo di islamici con il volto coperto non ha però aspettato la sentenza e ha ucciso i due fratelli, che erano ammanettati e non potevano difendersi, ferendo anche il poliziotto che si trovava al loro fianco.

Il movente è legale
Questi avvenimenti, segni di un estremismo islamico crescente e sempre più intollerante, non sono solo causati dall’odio contro cristiani e altre minoranze che gli imam non stentano a fomentare. Hanno anche un movente legale, la legge sulla blasfemia. Secondo i dati della Commissione nazionale di giustizia e pace (Ncjp), organismo della Chiesa cattolica pakistana, dal 1986 sono state incriminate almeno 964 persone, di cui 479 musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e 10 di religione sconosciuta. Almeno 50 cristiani sono stati uccisi.
La condanna a morte o l’ergastolo è la pena prevista per i blasfemi secondo le sezioni 295b e 295c del codice penale pakistano. Per il parlamentare cristiano Akram Masih Gill, fino al 2009 sono stati registrati 994 fascicoli contro cristiani colpevoli di blasfemia, il 90 per cento dei quali sono risultati infondati.
Questi numeri fanno impallidire i diversi dettati costituzionali che sanciscono, in teoria, la libertà religiosa nella repubblica federale del Pakistan. Secondo l’articolo 20, infatti, tutti i cittadini del Pakistan hanno il diritto «di professare, praticare e propagare la propria religione», con l’articolo 25 si stabilisce che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e sono protetti in egual modo da essa», mentre l’articolo 36 afferma che «lo Stato salvaguarda i diritti legittimi e gli interessi delle minoranze». pag. 1 | |

 

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