29 Giugno 2010
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Il vuoto. Perché siamo sempre più sterili e vecchi
I dati sugli aborti recidivi, l’imperativo dell’eterna giovinezza in un paese in cui l’età media continua ad avanzare. Gli psichiatri Borgna e Carta svelano i motivi per cui abbiamo dimenticato il valore delle relazioni e censurato i limiti dell’umano. Appunti per ripartire
Leggi l'intervista a Carta
di
Marina Corradi
Una cosa che impressiona, girando per l’Italia e l’Europa, sono le vetrine di profumerie e farmacie: è il trionfo dei prodotti anti età. Tonificanti, leviganti, disperatamente liscianti. Per donne, e per uomini. Il vero imperativo morale dell’Europa unita, viene da pensare, è: restare giovani. Gli esperti sui rotocalchi si affannano a spiegare come si fa: diete, ginnastica, bisturi. Tutti a dirci come sembrare giovani. Nessuno che ci spieghi come si affronta la vecchiaia. O almeno quella svolta fra i cinquanta e i sessanta, che espelle definitivamente dall’orbita della giovinezza. I primi acciacchi, i figli grandi, la prospettiva della pensione. Come si sta, di fronte agli anni che passano? Lo chiediamo a Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore, 79 anni.
Professore, giornali e tv ci istigano a mantenerci “tonici”, ma noi lo sappiamo, a una certa età, che stiamo inesorabilmente cambiando…Ogni tappa della vita, i vent’anni, i trenta, i quaranta, è una svolta; ma quella fra i cinquanta e i sessanta è la più radicale. La cosa che più incide sull’accettazione di questo passaggio è la solitudine, che a questa età si fa più acuta e immanente. Non parlo necessariamente di una solitudine oggettiva: non basta avere una famiglia, per non essere soli. Può esistere una solitudine interiore anche quando si è padri e madri e mogli. Si può essere soli tra figli e nipoti, perché nel primo mostrarsi della vecchiaia la divaricazione degli orizzonti di senso si fa incolmabile. Significa che fino a una certa età, gli ideali si realizzano in famiglia, nel fare crescere i figli, e nel lavoro. Ma soprattutto finché si è giovani le prospettive appaiono sconfinate, e l’orizzonte aperto a tutte le strade possibili. Dopo i cinquanta si realizza improvvisamente che il futuro non è più infinito; che la strada ha un termine. È il nocciolo di ciò che Emily Dickinson chiama “infinitudine finita”. Gli orizzonti sconfinati cominciano a mostrare i loro confini. La vera frattura è dunque nel restringersi degli orizzonti infiniti.
Per le donne c’è anche la fine della fecondità.Certo c’è anche questo, ma rientra nella più ampia chiusura di orizzonti: essere belli, avere successo, essere desiderati. A livello patologico in questa età possono insorgere problemi psichici tipici, paradigmatici: il senso di vuoto può arrivare a generare sindromi allucinatorie, che hanno proprio lo scopo di riempire quel vuoto, di ricreare un dialogo interiore. È una età in cui si cammina ai bordi degli abissi. Si salva chi ha uno spettro di risorse interiori tali da sopravvivere anche nel restringimento degli orizzonti concreti.
E chi invece fa più fatica?Chi ha puntato tutto, nei primi cinquant’anni, su risorse “deperibili”, come la bellezza, il successo, l’invidia. In questo deperimento delle risorse può accadere di perdere la certezza di essere capaci di realizzare ancora ciò che dà senso alla vita. Quando invece si hanno in sé delle frecce non ancora consunte si può affrontare questo cammino sui confini dell’abisso.
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Inserito da Iurop il 9 Luglio 2010 - 11:11am
Un grazie infinito a M* che mi ha segnalato questo tuo articolo Marina, che avevo sottovalutato e quindi non letto.
Grazie anche a te che hai sollevato il coperchio sul tabù della vecchiaia in un mondo dove tutti vogliono e devono essere giovani più fuori che dentro... la malattia dell'apparire, la sindrome di Peter-Pan, che ci attanaglia e ci fa divenire, forse senza che ce accorgiamo, spesso ridicoli.
Questo articolo è da tenere caro e rileggere più volte, non appena come consolazione del nostro inesorabile invecchiamento ma per assimilare, riconquistare la bellezza del 'buon invecchiare', quella capacità di stupore di fronte ai fatti. Quello stupore che come diceva San Gregorio di Nissa: 'conosce'! [la frase esatta è: I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce.].
Con stima e gratitudine a te e M*!
Mario G.