tempi.prima linea Venerdì 03 Settembre 2010 
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Io musulmana svelo l'inganno della pillola

Tre bambini, un marito disoccupato e le pressioni da parte dei datori di lavoro. Quando Séder si fa convincere a prendere la Ru486 non sa che sarà un calvario. Da cui uscirà solo grazie a uno “strano” perdono
Leggi: L'indifferenza è la nuova battaglia
Leggi: Ivg. Il "diritto" che ci ha resi barbari

di Benedetta Frigerio
Lugo di Romagna. Séder è una ventiseienne marocchina, la sua storia e il silenzio che le fa da cornice sono gli stessi delle donne che passano da quasi tutti i consultori e ospedali italiani. La curiosità in più, quella che sulla stampa locale ne ha fatto un piccolo (e subito archiviato) “caso” giornalistico, è che Séder è stata tra le prime donne in Italia ad abortire con la Ru486, la pillola dell’Ivg fatta in (quasi) perfetta solitudine. Tre anni fa Séder rimase incinta del terzo figlio. Allora aveva appena trovato un posto fisso da badante. «La mia anziana signora e datrice di lavoro mi pregò di non abbandonarla. E suo figlio, dopo che io avevo tentato di spiegare a entrambi che sarei riuscita a portare a termine anche quella gravidanza senza venire meno al mio impegno professionale, non volle sentire ragioni: “O abortisci – mi disse – o ne prendo un’altra”. Andai dal medico di base. Niente da fare. Ero già oltre il tempo prescritto dalla legge. La risposta del figlio della signora che accudivo è stata una serie indirizzi di siti internet che spiegano come procurarsi l’aborto in casa. Cose terribili. Avrei dovuto infilare gomme nell’utero, schiacciare la pancia e prendere strani intrugli. Mi sono licenziata». Per fortuna. «Perché questa è Nâjiyahl – dice guardando con i suoi occhi neri e lucidi la bambina che le sta accanto – la mia terzogenita».
Il viso di Séder è perfettamente incorniciato in un velo rosa, che copre la sua bellezza «perché la bellezza non va consumata, ma preservata per Dio e per il proprio uomo». Presto si capisce perché tanta dolcezza sia rotta da singulti e sguardi pieni di angoscia. «Subito dopo la nascita di Nâjiyahl, mio marito ha perso il lavoro ed è andato in cassa integrazione. Avevo partorito da quattro mesi. Mi sono subito messa a cercare qualcosa perché eravamo senza soldi. Il giorno in cui ho trovato un posto come lavapiatti ho saputo di essere di nuovo incinta. E di nuovo i miei datori di lavoro non volevano neanche sentir parlare di gravidanza. Così ho detto alla mia dottoressa che questa volta dovevo assolutamente abortire. Lei mi ha dato il certificato. Sapevo di andare contro il volere di Allah, ma ero disperata e sono andata all’ospedale di Lugo. Lì mi hanno dato una pillola che, dicevano, mi avrebbe fatto abortire senza accorgermi di nulla». pag. 1 | |

 

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