01 Febbraio 2010
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Mio figlio all'inferno
Percorrere il girone caraibico di Haiti per trovare il bambino adottato a distanza. E scoprire che non basta la solidarietà a portartelo vicino
Leggi: La vera maledizione di un paese ostaggio di superstizione e voudou
di
Luigi Amicone
“Sos, morts all’interieur”. “Usa navy, help us”. Scritte su resti di case di Port-au-Prince
Sulle prime, dopo tre giorni passati viaggiando giorno e notte per cielo e per terra, coprendo distanze di almeno 16 mila chilometri, dentro la testa frullata dai fusi orari restano solo domande idiote. Perché sulla stessa isola, qualunque cosa butti nella parte ispanica feconda la terra, in quella francofona crescono solo rovine? Perché la Repubblica Dominicana è un purgatorio di musica a tutto volume e spiagge da favola, Haiti è il posto dove un angelo sterminatore sembra abbia segnato la porta di ogni casa con la croce delle catastrofi politiche e naturali, colpi di stato, cicloni, inondazioni e, da ultimo, buon ultimo, quindici anni di inutile governo Onu? E adesso questo terremoto. Che ha fatto venire giù il mondo. E ha fatto mobilitare i popoli dal Qatar al Togo, dalla Sicilia all’Alaska, nella missione impossibile di spegnere il fuoco all’inferno. Chiuso dagli americani l’aereoporto haitiano e chiuso Santo Domingo ai voli che non siano quelli umanitari, giustamente buttati fuori da Haiti dalla macchina militare e logistica imperiale, non ci resta che sbarcare a Punta Cana. Che è un po’ come atterrare in un villaggio Valtur.
Con la banda che suona e balla il merengue, le pin up locali che fanno da pastorelle alla mandria di pallidi buoi, europei dalla pelle albina, scesi da un volo proveniente da Zurigo. Punta Cana, Veron, La Romana, San Pedro de Macoris, Santo Domingo, Barahona, Cabral, Lago Enriquello, Jmani. E sono solo i primi 591 chilometri di Caribe, al passo di taxi sgangherati e un pick up a pianale scoperto, coprendo i due punti più distanti in Repubblica Domenicana. Poi, superati gli sgangherati cancelli di una frontiera surreale, guadagnamo Malpasse, costeggiamo lo stagno Sumatra, attraversiamo valli antidiluviane e borghi da preistoria dove l’uomo vive come poteva viverci duemila o due milioni di anni fa.
Fino a Fonds-Verettes. Un posto così remoto tra le montagne di questo stravagante inferno dantesco caraibico, che nemmeno gli haitiani credono esista davvero. Non c’è segnaletica stradale e l’unica indicazione, in lingua creola, incisa su uno striscione che penzola appeso a due alberi di magnolia, avverte che in effetti “Fonds-Verettes ekziste, fok li viv”. Non ho capito la seconda parte della scritta, però nella prima si capisce a cosa alludano certe casupole aggrappate a una collina che spunta al di là delle gole e di vallate impervie. Miracolo: sul cucuzzolo che nemmeno la jeep riesce a raggiungere sorge una cattedrale cattolica spettacolare. Dentro ci sono centinaia di bambini e ragazzi, vestiti in divise scolastiche di un arancione rubato all’aurora caraibica. Tre preti haitiani concelebrano una messa in suffragio delle vittime del terremoto. Non mi sono portato dietro niente. Non un registratore, un pc portatile, una macchina fotografica, un telefono satellitare. Niente. Eppure altri hanno fotografato, compulsato carte topografiche e trovato il passaggio verso il bambino che siamo venuti a cercare in questo nugolo di polvere e zattere africane alla deriva nel mar dei Caraibi. Di questa compagnia è don Leonardo Grasso, venuto da Caracas per essere presenza tra i suoi amici di Santo Domingo e fuoco di contatti ad Haiti. E poi il contabile venezuelano Juan Carlos Cavalieri (autore delle foto di queste pagine), il cooperante spagnolo David Pizarro e il generoso Jordi Bach, l’uomo della Ong Cesal di stanza ad Haiti.
La paura e quella forza infinitaJordi sarà decisivo per trovare quello che sto cercando, tra un pisolo in uno dei pochi appartamenti rimasti in piedi sulle colline di Pietonville (mentre non c’è un haitiano che sia rientrato in casa e non viva per strada) e il brivido di una scossa del quinto grado, acqua fresca si intende, eppure con il potere di farti correre a gambe levate e riguardare con un occhio diverso la sterminata folla dei 437 campi profughi che abbracciano Port-au-Prince. Jordi ci strappa a un capannello di trenta quaranta persone. «Potrebbe diventare pericoloso». Lo studente indigeno di ingegneria civile con cui avevo iniziato la conversazione capisce e ha un’espressione delusa dal nostro approccio difensivo. «Tranquillo, stiamo solo parlando». Il fatto è, come succede ovunque a Port-au-Prince quando c’è di mezzo un bianco che potrebbe essere un salvatore della patria o semplicemente uno che porta dollari addosso, che se attacchi la conversazione con uno, dopo cinque minuti te ne trovi intorno cento. Diciamo la verità: non ci sono pericoli tra gli haitiani. Girovagando tra i barri e i campi dei senza tetto abbiamo trovato sempre e soltanto occhi curiosi, pazienza infinita, bisogno di raccontare a qualcuno la propria storia. E ascolto. Ecco, colpisce che tanti ragazzi (sono quasi solo giovani gli haitiani) che hanno perso tutto ma che (per il momento) hanno risolto qualche problema di sopravvivenza (quello dell’acqua e di un posto dove dormire), pendano dalle tue labbra. Capisco però che il primo impatto con Port-au-Prince può mozzarti il fiato. So che ci sono scene che non dimenticherò. La donna vista in ginocchio, ai bordi della strada, con i polsi legati dietro la schiena, piegata a bere il rivolo di schiuma e i rifiuti che scorre sotto il marciapiede. O l’immagine dominante in ogni angolo della città, di famiglie che vivono ammassate tra le masserizie, sempre nello stesso punto, riconquistato ogni mattina prima che sorga l’alba, senza niente con cui lavarsi, niente da godere, niente per distrarsi.
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Inserito da Iurop il 1 Febbraio 2010 - 4:40pm
Grazie Amicone, che realizzando questo tuo desiderio ci hai fatto vedere l'altra faccia di questo paese, Haiti, oggi così incasellato nello schema di un paese povero e violento (quante immagini nei tg di uomini con machete o pistole nei ruderi di case crollate alla ricerca di ciò che si può ancora arraffare...). Anche nel tuo scrivere hai saputo farci partecipi dei tuoi incontri e così il tuo sguardo è diventato il nostro e la preghiera di quel padre per te la facciamo nostra...
Mario G.