tempi.prima linea Venerdì 03 Settembre 2010 
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Caccia alla famiglia

«Patologico un paese dove le donne danno il meglio di sé in casa» e si offrono servizi sottraendoli al mercato. Economisti contro la “prima cellula della società”. Ecco perché difenderla conviene

Leggi: Ma senza un «impossibile nuovo inizio» resta solo una battaglia di retroguardia
di Luigi Amicone

di Laura Borselli
Le famiglie italiane resistono alla crisi. Con questo titolo poche settimane fa il Sole 24 Ore presentava i risultati dell’annuale rapporto del Censis, secondo cui il 71,5 per cento delle famiglie italiane ha un reddito mensile sufficiente a sbarcare il lunario. Lasciate per un attimo da parte le impietose disparità della media (le famiglie che resistono sono il 78,9 per cento nel Nord-Est e scendono al 63,5 al Sud), il dato fotografa una realtà infrangibile agli attacchi e alle dimenticanze della politica. O forse è solo l’ultimo fortino di una rigidità culturale (ed economica) dannosa per il mercato? Il dubbio viene instillato – o meglio: ben strombazzato, vista l’eco che ha avuto sulla grande stampa – dall’Italia fatta in casa, fatica editoriale di Alberto Alesina e Andrea Ichino (Mondadori). Sommariamente la tesi è che la famiglia, con le protezioni e i legami che mette in atto, nuoce allo sviluppo economico del paese. Un po’ come una mamma che, a forza di occuparsi con amore del suo piccolino, se lo ritrova grande e incapace di provvedere da solo ad alcunché. Sostituite alla mamma dell’esempio la famiglia italiana, al bambino lo Stato e la tesi è servita: con la sua indiscussa capacità di produrre beni e servizi immateriali (dalla cura dei bambini a quella degli anziani), la famiglia impedirebbe al welfare state di diventare adulto, costringendolo a una dipendenza forzata proprio da quella rete di legami irriducibili che hanno luogo tra le mura domestiche. Le vittime di questo sistema? Le donne innanzitutto, emarginate dal mercato del lavoro come dimostrano i dati sull’occupazione femminile, attestati al 47,2 per cento in Italia, contro il 71,1 di paesi nordeuropei come l’Olanda (dati Eurostat 2008). Il campione esaminato da Ichino e Alesina mostra addirittura che in un generico giorno feriale solo il 33 per cento delle donne italiane dichiara di aver lavorato nel mercato, cioè quel luogo dove si produce il Pil conteggiato nelle statistiche; mentre la percentuale sale al 41 per cento in Norvegia e al 49 per cento negli Stati Uniti. La mamma che fa una torta, che aiuta il figlio a fare i compiti, il padre che aggiusta la lampadina svolgono un servizio ed evitando di comprarlo all’esterno tolgono un guadagno rispettivamente alla pasticceria, alla baby sitter, all’elettricista. Questa, ben descritta anche dai professori Alesina e Ichino, è l’Italia fatta in casa, quella che provvede da sé a una marea di bisogni e di necessità. Una ricchezza certo, ma anche un ostacolo, secondo i due economisti, che si domandano se non ci sia «qualcosa di potenzialmente patologico in un’“Italia fatta in casa” da persone con retribuzioni elevate, soprattutto da donne che dedicano alla famiglia il meglio di loro stesse, lasciando poco spazio al mercato e finendo per lavorare complessivamente molto più degli uomini. Troppe donne con grandi capacità di contribuire alla ricchezza del paese spazzano la cucina». Non solo: se la famiglia è un luogo di erogazione dei servizi sociali, va da sé che chi ne voglia usufruire deve restarvi geograficamente vicino, ecco allora che si spiega la scarsa mobilità lavorativa e universitaria dei giovani, dimostrata dal proliferare di sedi distaccate degli atenei che nuocciono alla competitività del sistema universitario. pag. 1 | |

 

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