tempi.prima linea Martedì 16 Marzo 2010 
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Il cronista che ha costretto perfino le scuole a piantarla con l’agiografia della Resistenza

di Luigi Amicone
Giampaolo Pansa scrive libri che mandano in brodo di giuggiole milioni di lettori. Ma in oltre cinquant’anni di professione non ha mai scritto per un giornale conservatore. Strano, no? «E perché strano? E poi ti sbagli. Ho appena sfilettato quindicimila caratteri per Atlantide». La sua ultima fatica, una specie di autobiografia in cui si toglie tanti bei sassolini, è in libreria da neanche tre settimane. Eppure fa già gongolare Rizzoli. Primo perché attualmente Il revisionista è il libro più venduto dell’editore milanese. Secondo perché, come ogni libro di Pansa, risulterà tra i più letti dell’estate. Quanti ce ne sono in giro di colleghi che siano stati cronisti, inviati, editorialisti, direttori, entrati e usciti, sempre lasciando il segno di una certa libertà, di una certa personalità, di una sicura genialità, dalle più illustri testate del regno? La Stampa, Il Giorno, Il Corriere della Sera, La Repubblica, L’Espresso. Questo è il cursus honorum dell’aguzzo e rude monferrino che oggi scrive per Il Riformista. Ma vogliamo dimenticare questa cosa pazzesca di un “dilettante” che ha sbaragliato l’immaginetta di una Resistenza tutta lettere di Piero Calamandrei e Brigate Garibaldi? Imprescindibile Giampaolo Pansa. Nessuno come lui ha avviato una rilettura così convincente e documentata, critica e perciò anche discutibile, ma contro la quale non vale illatio, di certi aspetti della Resistenza e della guerra civile rimasti pressoché inattingibili al grande pubblico. Opera che non ha soltanto suscitato un movimento di popolo (Il sangue dei vinti sta approssimandosi al milione di copie vendute) e la gratitudine di centinaia di migliaia di italiani la cui voce e le cui memorie erano state cancellate da un cinquantennio di storiografia addomesticata (per non dire semplicemente faziosa). Ma sta finalmente costringendo i saggi di storia, i sussidiari scolastici, i manuali universitari, a parlare di “revisionismo”. Non più come distratto omaggio alla memoria dell’oltraggiato e ora indiscutibile Renzo De Felice. Ma come rivelazione autentica di vicende che la cosiddetta Storia, quella ufficiale, quella scritta dai vincitori, quella ribadita dagli agiografi partitocratici, aveva semplicemente omesso o falsificato.

 

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