tempi.prima linea Martedì 09 Febbraio 2010 
risultato:
5
 
stampa   invia   commenta

Nel deserto dei talebani

Viaggio a Herat e Farah, fra le regioni più critiche dell’Afghanistan, con un gruppo di parlamentari italiani al seguito delle nostre truppe. Ecco cosa vuol dire ricostruire la vita dove la vita è a rischio in ogni istante

di Samuele Sanvito
› Vai alla galleria d'immagini
Tutte le foto del viaggio

 

 
Da Herat

Herat, domenica 3 maggio. L’Hercules C130 inizia le procedure di atterraggio. Piove a dirotto, e quando l’aereo finalmente sbuca dalle nuvole, il pilota si accorge di essere oltre la pista. Dà furiosamente gas per far riprendere quota al bestione, virata secca di 360 gradi, e riprova. Questa volta, scombussolati, atterriamo. Intanto a terra, proprio durante quei minuti di tensione in cui i passeggeri del velivolo militare si aggrappavano alle cinture di sicurezza con lo stomaco sottosopra, a circa tre chilometri dall’aeroporto una pattuglia di soldati italiani stava osservando una Toyota Corolla station wagon bianca (statisticamente il modello più utilizzato negli attentati terroristici) farsi incontro al blindato a velocità sostenuta. Troppo sostenuta. Partono le procedure abituali: un gesto, il clacson, il lancio di un razzetto di avvistamento. Niente, l’autista sembra non intendere. Oppure ha inteso benissimo e sa quel che fa. I militari sparano in aria, poi sul ciglio della strada. Alla fine sparano sul cofano. E l’auto si ferma. A bordo l’afghano alla guida e due donne guardano storditi il corpo senza vita della bambina di 13 anni, centrata da un proiettile e morta sul colpo.
Inizia con la notizia di questo tragico incidente la visita di alcuni parlamentari italiani in Afghanistan, guidata dal vicepresidente delle Camera Maurizio Lupi e fortemente voluta da Gianfranco Paglia, ex parà della Folgore, medaglia d’oro al valore per aver pagato con la perdita dell’uso delle gambe la salvezza dei commilitoni in Somalia. Si avverte subito che la vita non è semplice qui. I nostri militari sono stanziati principalmente a Herat e Farah, due fra le regioni più critiche del paese, e anche se la missione è di carattere umanitario, ogni situazione può nascondere un’insidia letale. Il generale Rosario Castellano, comandante del Rc-West, reduce da Somalia, Kosovo e Iraq, ammette che questa è la missione più difficile della sua carriera. In Afghanistan servono uomini che sappiano rispondere al fuoco nemico.
Lasciato Camp Arena, la base di Herat, dopo la Messa delle 10, veniamo caricati quattro alla volta su grandi fuoristrada blindati e partiamo per la città. Ci si presenta agli occhi uno spettacolo disumano. Le case e gli altri edifici, costruiti in prossimità della strada, sono nudi container o sono costruiti con fango e paglia. E non hanno finestre. Non ci sono fogne, a parte i canali di scolo ai lati della strada. Qui si vive come bestie. Nel fango se piove, nella polvere se c’è il sole. La scorta ci accompagna all’ospedale pediatrico di Herat, frutto del lavoro del Prt gestito dagli italiani e guidato dal professor Marco Urago, che spiega a Tempi che «in Afghanistan l’aspettativa di vita dei bambini è un dramma. Su mille bambini ne muoiono 165 alla nascita e un quinto non arriva ai 5 anni». L’ospedale “italiano” di Herat oggi accoglie più di cento bambini. È qui che raggiunge la delegazione Mohammad Rafiq Mojaddadi, il sindaco della città. A Tempi Mojaddadi dice che «la presenza dell’esercito italiano a Herat è vista come la presenza di un popolo fraterno, disponibile ad aiutarci concretamente. Gli italiani ci danno una mano a diffondere la sicurezza e stabilire la pace». Quanto al futuro del paese, il sindaco sceglie il basso profilo di chi ha visto troppi sforzi crollare e troppe ambizioni restare deluse: «L’unica cosa che possiamo fare per riunire il paese e favorirne lo sviluppo è costruire giorno per giorno rispetto alle esigenze che ci sono».
Si rientra a Camp Arena dopo cena, al buio. Durante il tragitto riusciamo a scucire qualche parola ai nostri angeli custodi in tuta mimetica. Salvo, 25 anni, battaglione San Marco (i marines italiani), è armato fino ai denti. Dice che non c’è un motivo preciso per cui abbia deciso di entrare nell’esercito. È meridionale, come la maggior parte di questi soldati. Fin da piccolo desiderava far parte delle missioni militari. E poi così si guadagna da vivere. Di Canio, invece, lavora all’ufficio stampa dell’esercito. A ogni spostamento scatta foto e gira video. Ma i commilitoni dicono che è il più bravo paracadutista in circolazione: più di tremila lanci. In prossimità della base fa spegnere macchine fotografiche e telecamere. A volte – spiega – certe immagini possono diventare importanti informazioni per i terroristi afghani.
Una volta tornati alla base sani e salvi, si tira un sospiro di sollievo e ci si leva giubbetto antiproiettile ed elmetto. I soldati, dietro alle torce, perlopiù si dirigono all’internet point e ai telefoni. A casa ci sono mogli e figli da sentire, da tranquillizzare. Da guardare in videoconferenza.
Il mattino seguente saliamo a bordo di due elicotteri Ch-47. Destinazione Farah, nel sud dell’Afghanistan, teatro se possibile ancora più delicato di Herat. I soldati prendono il loro posto: due gunners alle mitraglie davanti, uno a quella dietro. Si vola con il portellone abbassato. Sorvoliamo le piantagioni di oppio, mentre i nostri soldati confessano che il compito più difficile che è stato affidato loro è proprio convincere i contadini a sostituire l’oppio con altre coltivazioni, soprattutto lo zafferano. I terroristi – spiegano – regalano i bulbi di tulipano ai contadini, che devono solo piantarli e annaffiarli, mentre al raccolto ci pensano direttamente i guerrasantieri, perciò con poco sforzo il guadagno è assicurato.
Intorno a Farah c’è solo deserto. Qui il campo è in costruzione e ci opera uno dei più famosi battaglioni dell’esercito italiano: il 187esimo reggimento paracadutisti della Folgore. La prima cosa che visitiamo è la tenda del colonnello Gabriele Toscani, dove è issata la bandiera ereditata dal secondo reggimento che fece la battaglia di el Alamein (sopra sono appuntate le medaglie del battaglione, tra cui anche quella d’oro per el Alamein, 1942). Dopo il breefing coi soldati pranziamo nella tenda con loro. Al nostro tavolo c’è il maggiore Di Masi. Sposato, due figli, durante l’ultima missione ha dovuto abbandonare il campo perché il suo bambino ha iniziato a stare male per la mancanza del padre: quando i figli iniziano a crescere – dice – vedono i telegiornali e si rendono conto di dove sono e cosa fanno i loro papà.
Alle 14 gli elicotteri riaccendono i motori. Il 187esimo saluta gli onorevoli italiani a suo modo, come fa da sempre, al grido di «Folgore!».   

 

stampa   invia   commenta
commenta.l'articolo

Veltroni è «come Garabombo»

Per il Fatto è scoppiata “Mourinhopoli

Il ritorno di Patrizia D’Addario

I biscotti della Costituzione

Tempi in edicola. Ecco dove e come