Caro direttore, ognuno fa la battaglia che crede più utile per strappare Eluana dalla morte. Non ho deposto bottiglie d’acqua su nessun sagrato, lo confesso. Sgrano ogni tanto qualche decina del rosario e ho chiesto di fare altrettanto a qualche amico. Insomma, chiedo a Dio quello che non riesce a nessuna delle più nobili battaglie umane: che la realtà sia guardata e riconosciuta per quello che è; che i padri e le madri tornino a volere la vita per i propri figli, non la morte. Poi faccio la cosa più bella – e per certi versi faticosa – che mi sia capitata nella vita. Vivo accanto a mio figlio e a mia moglie che lo cresce così com’è: menomato inspiegabilmente al cervello e incapace di ogni cosa: vedere, parlare, camminare, mangiar per bocca. Encefalopatia multicistica con sindrome di West. Diagnosi irrevocabile. Punto.
Che senso ha il suo dolore? Chi autorizza chicchessia a dire che la sua sofferenza non abbia pari dignità a un’esistenza nel pieno delle sue funzioni vitali? Chi si arroga il diritto di interpretare al posto suo la volontà di vivere o di morire? Le assicuro che ogni più piccolo gesto di mio figlio è una tensione continua e irrinunciabile alla vita. C’è di più. C’è una potenza di bene che esplode in chi si lascia toccare dalla sua presenza. Se Lei vedesse ciò che la sua presenza provoca in chi gravita intorno a lui riconoscerebbe che il suo esistere ha un’utilità, talvolta più grande di quella d’un normodotato. Ci sono padri e madri che, incontrandolo, tornano a casa e trattano i propri figli come fossero un dono e non un’ingombrante presenza cui dedicare un briciolo di attenzione insofferente. Ci sono uomini e donne che, guardandolo, imparano a lavorare, e financo a vivere, smettendo di lamentarsi.
In casa mia c’è un tesoro preziosissimo. Non è solo un pungolo a meritarsi il paradiso. È uno sprone micidiale a vivere da uomini. A guardare in faccia le paure. Ad avere paura senza farsela sotto, senza voltarsi dall’altra parte. Il suo sacrificio è l’occasione più nitida che mi sia capitata per abbracciare Gesù.
Cristiano Guarneri